Altai – Wu Ming

(6 marzo 2010 dal blogspot)

Prima cosa, sorprendente, di nuovo, rendermi conto di come i Wu Ming siano capaci di mutare, adattare, modellare il linguaggio sulla base della necessità che la storia raccontata porta con sé.

Poi.

L’ho sentito diverso. Come se una telecamera, dopo aver ripreso la moltitudine, o la coralità, si fosse concentrato sull’intimo.
Se Q è un grido, Altai è un parlato. Se Manituana [o 54] è un coro, Altai è una voce solista. Se Q è una corsa, a perdifiato, fino a sentire i polmoni scoppiare, Altai è un cammino, in salita, in discesa, di nuovo in salita.
Raramente faccio paragoni tra i libri dello stesso autore, e soprattutto in questo caso mi ero ripromessa di non farlo, soprattutto con Q, viste anche le “polemiche” sul presunto seguito.
Io non mi aspettavo che lo fosse, sono contenta che non lo sia.
Ma mi è uscito a fior di labbra, più di una volta, mentre procedevo con la lettura: è diverso.
Nonostante alcune similitudini.
Meno epico?
Non so se è la parola giusta.
E comunque, per amor della precisione, non si tratta di raffronti sul piano del meglio/peggio, più bello/più brutto.
Ogni libro è una storia a sé. Si scrive seguendo un percorso interno personale.

Bello. Non c’è dubbio. Rimane addosso. Immagini e frasi si insinuano nel pensiero.
Ha un suo suono, particolare, che si incolla alla pelle. Questo sì.
Certe intimità/paure/pensieri di Manuel [che a tratti mi ha fatto davvero innervosire] restano appuntate sul quaderno che tengo sul comodino.

Un tuffo al cuore rivedere un vecchio amico, che ve lo dico a fare.

“Altai”
Wu Ming
Einaudi, Collana Einaudi Stile Libero Big – 2009
411 p.
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