Giusto così …

Faticoso rientro.

E non parlo del traghetto in ritardo da Igoumenitsa di otto ore, della notte trascorsa a dormire in macchina all’attracco della nave, delle sedici ore diurne di sbattimento a ciondolare tra il ponte appiccicoso e ventoso e la sala interna a – 20 causa aria condizionata usata come arma impropria e quindi passibile di denuncia.
No. Parlo del riprendere confidenza con la quotidianità.
E non vista in relazione ai lunghi bagni, al sole, alle passeggiate nelle acropoli e nei resti archeologici.

No. Parlo della qotidianità presa nella sua esistenza a sé stante, senza oggetto di paragone. Senza un meglio e un peggio.

Parlo della fatica a rinfilarsi vestiti che forse non mi stanno più, a riprendere meccanismi di cui forse non afferrò più il funzionamento, o quanto meno di cui non riesco più a capire il significato.

E questa volta non c’entra la scrittura. Io e le mie parole stiamo bene, nessun conflitto, nessun divorzio all’orizzonte.

Mi ammutolisco e cerco di capire quale sia la nota stonata, quale sia la grinza nel lenzuolo, la mattonella lievemente sollevata del pavimento che mi fa inciampare, e inciampare, inciampare e inciampare ancora. Sospiro, sorseggio il mio caffè, mi accendo una sigaretta. Con una calma e una flemma sospette. Io non sono mai calma, io non sono famosa per la flemma.

Mi riscopro a pensare ai miei 32 anni. Mi sorprendo a farci i conti. Mi sbircio e mi spio, e sul viso leggo soddisfazione.

Quindi non è con me che ce l’ho. Non è a me che penso. Ché io, cazzo (ecco, questa sono io), mi sono fatta un culo così per superare gli errori commessi. Io mi sono rivoltata come un calzino per abbandonare certi meccanismi mentali malsani che non mi portavano da nessuna parte, oppure nell’unica direzione sbagliata. Io.

Pericolosi rigurgiti di autocompiacimento e orgoglio sbandierato ai quattro venti. Ogni tanto me lo concedo.

Non è decisamente con me che ce l’ho. Non ce l’ho con me, non ce l’ho con le mie parole. Non ce l’ho con la mia vita. Con la mia vita in senso lato, quella passata, con i passi fatti fino ad adesso, con le cose fatte, quelle lasciate a metà, quelle solo pensate e quelle scartate senza concedere neanche la brutta copia di un pensiero.

Eppure qualcosa si agita nella mia testa, nel mio stomaco. E non è colpa della caffeina, mista a nicotina, mista a zuppa cinese liofilizzata mangiata davanti alla televisione in compagnia della signora Fletcher.

Cerco l’accendino, l’occhio cade sul mio piccolo peloso coniglio nano. Ci faccio di nuovo caso, dorme molto di più da qualche tempo a questa parte. Sarà che invecchia?

Comunque.

La sensazione che ho è quella di aver abbandonato qualcosa, di aver finalmente chiuso con una parte della mia vita e con un certo lato del mio carattere.
Come si fosse stappato un tappo, fosse fuoriuscito del liquido in eccesso che ha ristabilizzato un  certo equilibrio di cui sentivo la mancanza.

Ad essere per natura spugna che assorbe quello che gli esseri umani spandono in giro c’è del positivo e c’è del negativo. Non fossi spugna non sarei scrittrice, non fossi spugna non avrei bisogno di trasformare in storie quello che assorbo. Ma a volte è troppo, a volte è tutto troppo, e non si fa in tempo a metabolizzare, non si fa in tempo a sezionare, incanalare, ordinare e restituire sotto forma di manufatto creativo. Ci vuole equilibrio, ci vuole mediazione. Ci vogliono zone franche in assenza di altro. Di altri.

Anche perché a volte, gli altri, non controllano ciò che scaricano e rovesciano tutto intorno. Sacchettate di merda senza preoccuparsi di chi ne verrà sommerso. Frustrazioni, pentimenti, incapacità, vicoli ciechi, strade dissestate su cui continuano a camminare senza le scarpe adatte, caparbiamente nella stessa stupida, idiota direzione, ignorando i bivi, sottovalutando il potere delle inversioni ad U. Vivono e sono corpi pieni di rancore inutile, rabbia tumefatta, recriminazioni senza sostanza e cattiveria acida che finiscono con lo strabordare fuori ad ogni passo, ad ogni frase, ad ogni tentativo incancrenito di comunicazione con l’altro. Chiunque altro.
Annaspano e si aggrappano, ma non per tornare  in superficie.
Si aggrappano per portarti a fondo, nella melma, nell’inerzia, nel lamento, nel gioco al massacro, nello sputare veleno sull’altro per non sputarlo sapientemente e necessariamente su di sé.

E questo è materiale difficile da gestire. Non è sofferenza che riesco a condividere, non è pratica che riesco ad accogliere. Non è realtà in cui voglio stare immersa, perché alla fine è qualcosa che finisce sempre con il sommergermi, facendomi boccheggiare, perché non riesco a sviscerarlo, non riesco a modellarlo, non riesco a trasformarlo.

Ecco, questo volevo dire. Questo è quello su cui la mia testa ragiona, adesso. In questo inizio di settembre. Che mi fa pensare che voglio cose belle.
Pensarle, cercarle, e se mi va di culo afferrarle.

Ecco, così, giusto per fare un po’ di ordine.

Olé.

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