“La signora nello specchio” – Tutti i racconti – Virginia Woolf

Qualche giorno fa ho scritto su Phyllis e Rosamond, qui.

Poi ho letto questo, ed è stato un bel viaggio. Ogni volta che leggo la signora Virginia Woolf mi incanto. Non riesco a far diversamente.

E questo racconto, personalmente, me lo sono vissuto così.

Incipit, voce fuori campo. Schermo nero.

“Non bisognerebbe lasciare specchi appesi nelle stanze più di quanto non si dovrebbero lasciaree in giro libretti di assegni aperti o lettere confessanti qualche odioso crimine. Non si poteva fare a meno di guardare, quel pomeriggio d’estate, nel lungo specchio appeso nell’atrio. Il caso lo aveva così disposto.”

Mentre sullo schermo si delinea lo specchio.

“Dalla profondità del divano del salotto si poteva vedere riflesso nello specchio italiano non solo il tavolo con il piano di marmo che aveva di fronte, ma anche una striscia di giardino al di là. Si poteva vedere un lungo sentiero erboso perdersi tra sponde di alti fiori, finchè la cornice dorata non lo troncava di netto, amputandone un angolo.”

Il campo si allarga, la telecamera fa una panoramica sulla stanza “affollata di tali timide creature, luci e ombre, tende che si gonfiavano, petali che cadevano …” in cui “niente restava identico per due secondi di seguito”.

L’inquadratura torna sullo specchio nell’atrio che riflette il tavolo, “i girasoli, il sentiero nel giardino” e mentre in salotto, “poiché tutte le porte e le finestre erano aperte (…) si udiva un perpetuo alternarsi di sospiri e silenzi (…) mentre le cose nello specchio avevano cessato di respirare e giacevano immobili nell’abbandono dell’immortalità”.

Poi la struttura temporale del racconto slitta all’indietro. Lo schermo è attraversato da una presenza impalpabile, l’immagine si fa sbiatita, come in un sogno, come una cosa immaginata.

“Mezz’ora prima la padrona di casa, Isabella Tayson, era uscita con un cesto sul sentiero erboso nel suo lieve abito estivo ed era svanita, tagliata via dal bordo dorato dello specchio.”

E non si può far altro che immaginare. Immaginare che sia andata a raccogliere fiori, “qualcosa di lieve e fantastico e fogliuto e rampicante, la vitalba, o uno di quegli eleganti tralci di convolvolo”, ed è la stessa Isabella a far pensare al “tremulo convolvolo”, paragone che non fa altro che dimostrare quanto poco si sappia di lei, chè è impossibile che una donna di cinquantacinque o sessanta anni possa assomigliare ad una ghirlanda, sono “paragoni peggio che ozioni e superficiali … addirittura crudeli (…). Perchè deve esserci la verità; deve esserci un muro.”

E mentre la telecamera si muove attraverso le stanze della casa ricostruiamo l’immagine di Isabella sommando gli oggetti e quello che ci dicono di lei. I tappeti, le sedie, gli armadietti. Le “lettere legate con nastrini, cosparse di spighe di lavanda o petali di rose” che ad aver il coraggio, “l’audacia” di leggerle “si sarebbero trovate le traccie di molte inquietudini, appuntamenti cui presentarsi (…) terribili parole di separazione finale”. E più ci lasciamo andare all’immaginazione più l’immagine muta, tutto si fa più cupo, “gli angoli parevano più scuri, le gambe delle sedie e dei tavoli più stilizzate”. Finché qualcosa, qualcuno, “una grossa sagoma nera si profilò nello specchio”.
L’immagine muta ancora, tutto si cancella. L’ingresso della sagoma nera “inondò il tavolo di un fascio di rettangoli marmorei screziati di rosa e di grigio.”
Il quadro è alterato, irriconoscibile, sfocato. Il quadro si ricompone, si riordina.

È il postino che ha portato la posta.

La telecamera si concentra sulle lettere, sono in primo piano, “rigide ed estranee”. Lentamente vengono “attirate e sistemate e composte e integrate nel quadro, dotate di quella immobilità e immortalità che lo specchio conferiva”.
La telecamera indugia, non stacca il primo piano, le lettere sono l’unico soggetto sullo schermo. Devono per forza contenere la “verità eterna”, ed Isabella le aprirà, le leggerà e poi con “un profondo sospiro di comprensione (…) avrebbe lacerato le buste a pezzettini minuti e legato insieme le lettere (…) decisa a nascondere ciò che non desiderava far conoscere.”

Perché Isabella, questo personaggio che non c’é, che arriva a noi attraverso i suoi oggetti, attraverso i luoghi (un po’, azzardo, come accade nel romanzo della Woolf “La stanza di Jacob”), è un incognita, un mistero, e solo con l’immaginazione si può pensare di arrivare a conoscerne i segreti. E allora “eccola indugiare sotto l’alta siepe nella parte inferiore del giardino, alzando le cesoie” con il sole che le illumina il volto per un attimo prima che una nuvola oscuri l’immagine, e si può solo intravedere il contorno del viso “sfocato, bello, mentre osserva il cielo.” E ancora, eccola che con le cesoie taglia “una frasca di vitalba, che cade a terra” e la luce che filtra e la illumina di nuovo permettendoci di approfondire l’indagine. È immobile, sta pensando, “pur senza riuscire a mettere a fuoco nessun pensiero “.

Poi la telecamera torna sullo specchio, e nello specchio c’è Isabella, “così remota, sulle prime, che non si riusciva a vederla con chiarezza. Avanzava indugiando e soffermandosi” facendosi via via “sempre più grande nello specchio. (…) La si verifica per gradi, adattando a quel corpo visibile le qualità che si erano andate scoprendo.”

Eccola, Isabella. Vera e reale, che avanza “così gradualmente da non parere turbare l’immagine nello specchio, ma solo aggiungervi qualche elemento nuovo che scostasse appena e alterasse gli altri oggetti con garbo, quasi chiedendo loro di farle spazio.”

Eccola, Isabella. Inquadrata dalla telecamera, colpita dalla luce dello specchio che “prese ad inondarla di una luce che parve fissarla” e “come se un qualche acido mangiasse via l’inessenziale e il superficiale” resta solo “la verità”.

Eccola Isabella, tutto è scivolato via, “tutto ciò che si era chiamato il rampicante e il convolvolo”. È rimasto soltanto il “compatto muro sottostante”.

Telecamera fissa su Isabella.

“Quanto alle lettere, erano tutte fatture”.


Capolavoro. A cui sicuramente, con questo scritto, non sono riuscita a rendere giustizia.

Tutti i racconti
Virginia Woolf
Grandi Tascabili Economici Newton
pp. 254


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