La piazza del diamante – Mercè Rodoreda

Non riesco ad iniziare un altro libro finché non mi libero dei pensieri che mi affollano la testa dopo aver finito “La piazza del diamante” di Mercè Rodoreda.
E però, non so perché, mi resta difficile mettere in ordine i pensieri.

Tanto per cominciare. Credo che questo libro sia bellissimo, tecnicamente perfetto. E allora mi domando, come mai se cerco informazioni sull’autrice quello che trovo, in italiano, è la striminzita biografia su wikipedia? Mercé Rodoreda, scrittrice catalana, paragonata a Virginia Woolf, autrice di uno dei romanzi più belli del secolo scorso, sarebbe rimasta sconosciuta per me, non avessi pescato il suo nome in rete, appunto, perché paragonata alla Woolf su cui stavo, e sto, facendo ricerca.
Ma passiamo oltre.

Il romanzo. Un consiglio. Se ne avete la possibilità prendetevi il tempo necessario per leggervi questo libro. Intendo tutto il tempo necessario per leggerlo tutto d’un sorso, senza interruzioni. E’ la sua struttura che ve lo chiede, la tecnica usata dall’autrice, la storia che vi viene raccontata.

Un flusso continuo, un racconto senza interruzioni, una voce narrante, quella della protagonista, che vi tiene invischiati tra le pagine come qualcuno vi terrebbe inchiodati alla sedia se si sedesse davanti a voi a raccontarvi la storia della sua vita.

Una protagonista, Colometa (Colombetta, Natalia) che prende forma attraverso la narrazione stessa, personaggio sublime, puro, ingenuo che cresce e muta, e muta linguaggio in un crescendo stilistico impressionante.

Un personaggio e una narrazione che si reggono sul verbo dire, coniugato alla terza persona singolare del passato remoto. Disse. Perché la voce di Colometa c’è, ma racconta quello che gli altri dicono, quello che gli altri fanno, salvo poi apparire, con un ritmo studiato che interrompe il battere dei disse, con riflessioni spiazzanti per la loro poetica semplicità. E di poesia ce n’è tanta, tantissima in questo romanzo.

Un personaggio che cresce, dunque, attraverso la narrazione stessa. Pagina dopo pagina, evento dopo evento, disse dopo disse. E più matura, più cresce, più prende coscienza di sé, più il linguaggio si fa forte, preciso, fisico. E Colometa sembra gonfiarsi, farsi spazio nella narrazione, spostare le parole, spostare i disse, fino a far scomparire gli altri, far sparire i disse, Colometa si muove tra le pagine. E’ lei, c’è.

E la segui, all’alba, mentre cammina per le strade del quartiere della Gracia, con in mano un coltello da cucina, finché quel grido soffocato che le preme dentro non esplode in tutta la sua necessità, e lei è pronta, sputato fuori il passato, con le sofferenze, la fatica e le gioie svanite, ad iniziare davvero una vita nuova, la sua seconda possibilità.

“Chiacchieravano tra loro come se io non ci fossi. Mia madre non mi aveva mai parlato degli uomini. Lei e mio padre avevano passato molti anni a litigare e molti anni senza scambiarsi una parola. Passavano la sera della domenica seduti in sala da pranzo senza dire niente. Quando mia madre è morta, questo vivere senza parole si è dilatato. E quando dopo qualche anno mio padre si è risposato, a casa mia non c’era niente a cui potessi aggrapparmi. Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie…”

La piazza del diamante
Mercè Rodoreda
La Nuova Frontiera
p. 223

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4 pensieri su “La piazza del diamante – Mercè Rodoreda

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