Accabadora – Michela Murgia

Premesso che sto infilando una bella e lunga serie positiva di letture, da “Tutta mio padre” di Rosa Matteucci fino a “La piazza del diamante” di Mercè Rodoreda, e quindi son qui tutta contenta e soddisfatta dalla bella letteratura. Premesso che, a prescindere dal fatto che questo libro di Michela Murgia mi è piaciuto, sto seriamente pensando di tatuarmi addosso la parola Accabadora, che mi rotola in bocca forte e prepotente.

Dunque, “Accabadora” mi è piaciuto, e molto.
È un libro che odora di terra, di tradizioni, di donne forti e di tempo che passa, che scava, che plasma, che toglie e che dona e che stringe legami.

La prosa della Murgia è ruvida e dolce, e il suo italiano, la nostra lingua, è bello. E non è poco. È un piacere leggerla, è un piacere trovarsi di fronte ad un romanzo dove conta quello che si dice ma anche, tanto, come lo si dice. Quando, anzi, parola e trama sono un tutt’uno inscindibile.

E quando dico che la Murgia scrive bene intendo passaggi come questo:
“Maria seguitò a recidere i grappoli, canzonando Andrìa con la danza degli occhi vivaci. Il ragazzo arrossì sotto il sole, abbassando lo sguardo al secchio quasi pieno. Coetanei o no, con quel sorriso adulto tra le labbra rosse di uva, Maria era sempre la più brava a trovare le parole per farlo sentire piccolo.”
O questo, solo per citarne due:
La signora Gentili le aveva raccontato la strana storia delle vie squadrate di Torino, che pareva fossero state disegnate in anticipo rispetto ai luoghi in cui avrebbero dovuto condurre; l’idea che i torinesi avessero prima di tutto deciso il viaggio, e solo in un secondo momento si fossero dati da fare per costruire come meta le case, le piazze e i palazzi, le sembrava talmente illogica che nelle prime lettere alle sorelle Maria continuava a raccontarla come se fosse una divertente novità. Quell’ordine millimetrico la urtava nel buon senso, convinta che per le strade il modo giusto di nascere potesse essere solo quello di Soreni, le cui vie erano emerse dalle case stesse come scarti sartoriali, ritagli, scampoli sbilenchi, ricavate una per una dagli spazi casualmente sopravvissuti al sorgere irregolare delle abitazioni, che si tenevano in piedi l’una all’altra come vecchi ubriachi dopo la festa del patrono.”

Questo è un libro fatto di parole. E quelle non dette non sono meno importanti di quelle dette, perché ugualmente presenti, rese dai gesti e dagli sguardi, e i silenzi sono carichi di significato, e la narrazione si svolge due volte, sulla pagina e dentro il lettore.
È un romanzo dolcemente prevedibile in cui la trama è tutta in funzione delle due protagoniste. Quello che conta non sono i fatti, non è quello che accade fuori, e quello che scorre non è il tempo esterno, il tempo del mondo, il tempo del piccolo paese di Soreni. Quello che conta è quello che accade dentro, e anche il tempo, è il tempo che scorre dentro.
Dentro Maria, nata due volte, e dentro Bonaria Urrai.

Un libro, forse, che sta tutto in queste righe, e in una domanda:
“Ti ha fatto male il continente, Mariedda nostra. Sei diventata arrogante con i peccati degli altri. Non ti è mai venuto in mente che forse non c’è niente da perdonare?”.

Accabadora
Michela Murgia
Einaudi
p. 164

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