2666 – Roberto Bolaño – Ci provo

Io non lo so mica se sono capace di parlare di 2666. La sensazione è che ci sia molto, molto altro, al di là quello che ho letto. Dentro quello che ho letto.

Un edificio immenso. Cinque ingressi, cinque uscite apparenti. Porte che si aprono su altre porte. Alcune si chiudono, altre restano spalancate. Una stanza dentro l’altra. Soffitte collegate con cantine. Un dedalo di corridoi. Parole su parole. Pensieri su pensieri. Tecniche e stili. Ritmi. Un universo. Un coro di voci, un palco, una folla di attori. Le narrazioni nella narrazione. Si cerca una strada, una chiave, finché non ci si rende conto che l’unica cosa da fare è perdersi. Una pagina dopo l’altra. Una parola dopo l’altra. Imboccare strade senza uscita, raccogliere e conservare le chiavi.

L’ossessione e i sogni ripetuti, la poesia della solitudine, l’incessante incedere degli omicidi. L’amore. La violenza. L’orrore. Lo scrittore. La ricerca. La storia. La scrittura.

Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. Accarezza e spintona. Accoglie e respinge. Suoni, odori. Immagini. Una scrittura capace di contenere tutto. Una libidine lunga poco meno di un mese. Incollata, immersa. Felice.

Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito.

E lo sapevo che non ne ero capace.

2666
Roberto Bolaño
p. 936
Adelphi

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