Da che parte si comincia e dove si va a finire. O, se preferite, Su sessismo e violenza di genere.

Lo confesso. Mi ero presa una pausa.
Dalla parola femminicidio e dal susseguirsi, ininterrotto, di violenze.

Una pausa, necessaria.
Non so perché decido di romperla oggi, perché proprio oggi tutto ha ricominciato a girarmi vorticosamente intorno e dentro. Molto probabilmente la pausa in realtà non me la sono mai presa, e le cose, in realtà, non hanno mai smesso di vorticarmi dentro.
Sicuramente non hanno mai smesso di vorticarmi intorno, nel pubblico e nel privato, e ne sono stancamente cosciente.

Lo schifo, perché di schifo si tratta, reso manifesto dai messaggi nella bacheca di Grillo.
Una ragazza di 19 in coma, massacrata di botte dal compagno.
Un’amica che mi scrive per raccontarmi di una violenza subita perché non ha rispettato la regola, unica e indiscutibile, di accettare in silenzio l’aggressività, prima verbale e poi fisica, di un uomo.

Una concomitanza di eventi, quindi. Probabile.
Sia come sia l’argine si rompe e torna la necessità di dire, di mettere insieme le parole, scacciando con un po’ di fatica la sensazione di inutilità che mi accompagna in questo ultimo periodo.

L’argine si rompe, mi pare il minimo.

La storia la conosciamo tutti. Grillo, sulla sua pagina facebook, chiede: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?

E tanto per chiarire, a me non interessa niente della Boldrini in quanto personaggio pubblico/politico. Non sono una donna di partito, io. Non ho tessere e non ho uno schieramento da difendere. Tanto per chiarire, a me alle urne non mi hanno mai visto. Così, per sgomberare il campo da inutili polemiche del tipo: “Saranno bravi quelli del PD”, perché no, non sono bravi quelli del PD.
Anzi, mi correggo. Sono bravi, sono tutti bravi. Sono bravi i grillini, sono bravi quelli del PD, sono bravi i fascisti, del vecchio e del nuovo millennio, sono bravi i leghisti. È bravo il macellaio e il tabaccaio all’angolo, l’insegnante, il banchiere, il disoccupato. Sono bravi i kompagni. Sono brave anche un bel po’ di donne, va detto, servili nell’avallare un linguaggio che le colpisce nel momento esatto in cui lo utilizzano a loro volta.
E mi prende una stanchezza che non so nemmeno da che parte cominciare. Da che parte si comincia quando si legge: “Brucio la macchina assicurandomi di aver chiuso bene le porte !” o “la porti in un campo rom e la fai trombare dal capo villaggio” o “La metto a pecora e poi la fotto in culo”?
Da che parte?
Da che parte si comincia non lo so. Ma so dove si va a finire.
Si va a finire a Casal Bernocchi, si finisce prese a calci e pugni. Si finisce in coma.
Si finisce offese e ferite per non aver abbassato la testa.

È una strada dritta, senza curve, senza interruzioni. Senza neanche una sosta per riprendere fiato. Se non mi sta bene quello che fai sei una puttana che deve essere punita. Fisicamente. Con uno stupro. Se mi tradisci, se mi lasci t’ammazzo di botte. Se mi rispondi invece di stare zitta. 

Una strada dritta, una retta. Fatta di una cultura che tocca e pervade tutte e tutti. Fatta di una legge contro il femminicidio che a definirla ridicola si fa un favore a chi l’ha scritta e che a definirla pericolosa si minimizza. Fatta di un diritto all’aborto sempre in bilico ad un passo dall’estinzione. Di una quotidianità faticosa, bellicosa, a schivare i colpi che arrivano da ogni lato, da ogni direzione. Di un linguaggio che incatena in ruoli e funzioni sociali che non si vuole mettere in discussione. Una retta che dalla parola passa ai fatti. Parole accettate, minimizzate, ritrattate e poi ripetute. Parole che non sono solo parole, ma, paradossalmente, la manifestazione di un agire. E tutto, parole e agire, scivola via. Come se ci fosse sempre qualcosa di più importante su cui interrogarsi, qualcosa di più importante da risolvere, qualcosa di più importante su cui prendere una posizione. Parole e fatti scivolano via, perché il punto è sempre un altro, perché la questione è sempre un’altra. E amen. Amen perché non mi riguarda, amen perché io non sono così, amen perché ma sì che vuoi che sia. E amen. Amen perché te la devi risolvere da sola, pensa ai paesi arabi e ringrazia che non devi portare il velo. Amen perché va bene la rivoluzione ma la donna è donna e l’uomo e uomo, è la natura baby e non puoi farci niente. E amen. Amen perché non abbiamo tempo per pensare anche a questo. E amen se invece è solo questione di mancanza di coraggio. Il coraggio di mettersi in discussione, di guardarsi addosso, per una volta, e dentro. Amen.
Perché esistono le donne giuste e le donne sbagliate, e se quelle sbagliate le chiami puttane non c’entra il sessismo.
Amen.
In saecula saeculorum.

Io oggi non lo so da che parte si comincia, ma so dove si va a finire. E sono stanca. E incazzata.

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2 pensieri su “Da che parte si comincia e dove si va a finire. O, se preferite, Su sessismo e violenza di genere.

  1. La penso esattamente come te, e sono pronta a smettere di sentirmi impotente di fronte a tutto questo. .
    Amo pormi dei dubbi, so negarmi certezze rassicuranti, ma so di sicuro che tutto questo è inaccettabile, che noi donne non abbiamo colpe da scontare con botte, insolenze, pene di morte, lesioni permanenti nel fisico e nella mente. “Nemmeno per Amore”.
    E sono ancora più sicura che questo spettacolo fa male ai nostri figli. E che le parole facciano più fatica delle azioni ad imprimere cultura indelebile nelle loro menti.
    Faccio parte già di un gruppo di donne che si impegnano per conoscere se stesse, la forza che possiedono, la volontà che hanno di essere rispettate senza cedere a sentimentalismi, paura della solitudine, forza fisica, prepotenza mentale. È un gruppo aperto a tutte le donne, per uno scambio di forza necessario e inebriante. Ma sento che non basta. Quando leggo di un altra donna morta, o massacrata di botte in ospedale, mi domando se questo piccolo gruppo non sia niente. Ciao e grazie per avermi fatto sentirà parole simili alle mie. Donna

    • Grazie a te.

      Un linguaggio diverso insieme ad azioni diverse può fare tantissima differenza. Quella differenza che sta alla base del cambiamento che si mette in atto a partire dalla quotidianità, da una gestione diversa di sé e della relazione con l’altro/a. E in questo, confrontarsi e condividere con altre le proprie esperienze, le differenze, gli strumenti acquisiti nel tempo forse non basta, sicuramente non basta, ma altrettanto sicuramente non è quel “niente” di cui a volte hai sensazione.

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