piccole cose con le zampe – michele orti manara – (non)recensione

Il racconto, quando è breve, brevissimo, deve essere preciso, precisissimo.
È questione di equilibrio tra le parti, di suono, di ritmo. È questione di punteggiatura. Anche solo un punto fuori posto, una virgola mancata, e qualcosa stride irrimediabilmente.
I tratti a disposizione sono minimi, c’è bisogno delle giuste sfumature, dei giusti punti di luce.

I racconti presenti in piccole cose con le zampe di Michele Orti Manara sono precisi, precisissimi. La scrittura è accurata, curata. Ricercata nella struttura del periodo e nei passaggi di collegamento tra le immagini che compongono la linea temporale o la struttura della storia.

Punto di flesso e Un posto vivibile, soprattuto soprattutto, scivolano via senza mai perdere il ritmo. Sono due piccole bolle che non si ha voglia di far scoppiare. Un posto vivibile, in particolare. L’ho letto in apnea e me ne sono resa conto solo alla fine. Il filo della narrazione teso, ma mai sul punto di strapparsi.

Mi piace leggere cose così, mi piace molto. Piccoli frammenti che aprono la finestra su un istante, un sentimento, un idea. E tutto quello che chi scrive riesce a metterci dentro, tra le giuste sfumature e i giusti punti di luce.

[…] Qualcosa è andato storto.
L’accordo non prevedeva competenze mediche né telefonate salvifiche. Prevedeva una coreografia di gesti semplici per rendere più pulito l’appartamento, sequenze di movimenti in grado di migliorare la vita della miniatura e del suo fidanzato Sergio – e allo stesso tempo di soddisfare l’innata predisposizione di Wali Gupta all’ordine. In quelle stanze di una città ancora da conoscere, abitata da gente con cui fatica a condividere anche la gestualità – il grado zero della comunicazione – fare le pulizie per Wali Gupta è diventato un lavoro di più ampio respiro, quasi una missione, una tessera del grande mosaico in cui il mondo, tutto il mondo, anche le porzioni che non hai mai visto né abitato, è un posto sicuro, accogliente, dove le superfici sono immacolate e gli esseri sono trasparenti. […]

piccole cose con le zampe - michele orti manata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

piccole cose con le zampe
michele orti manara
eBook
copertina di Shen

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Dieci dicembre – George Saunders – (non)recensione

Potrei scivolare anche io, parlando di Dieci dicembre di George Saunders, nella disquisizione capolavoro sì/capolavoro no. E potrei discettare di postmodernismo, e di scrittura minimalista.
Potrei. Ma le mie sono (non)recensioni. E quindi potrei ma non lo farò.

Mi sono piaciuti questi dieci racconti. Mi sono piaciuti tutti.
E mi sono piaciuti perché la scrittura di Saunders è libera ma non per questo casuale. Perché il linguaggio è semplice e diretto e per questo estremamente efficace nel raccontare, con alcuni momenti di estrema dolcezza e altri di estremo squallore, cose di per sé non semplici da affrontare.
Non curva mai, Saunders, nella sua scrittura. Non devia, non percorre una rotonda più volte prima di decidere la direzione da prendere.
Mi sono piaciuti perché i dettagli che compongono trama e personaggi sono messi tutti al posto giusto nei momenti giusto giusti.
Mi sono piaciuti perché dentro ci sono tante cose.
C’è lo squallore (sì, lo so, l’ho già usata questa parola. Evidentemente qualcosa di questi racconti me l’ha appiccicata addosso) della provincia, la frustrazione dei traguardi non raggiunti e il sentirsi inferiori. C’è l’amore. C’è l’infanzia che si ripropone nell’agire dell’età adulta. E la necessità di scegliere una posizione, un gesto. Ci siamo noi, e gli altri. Ci sono gli esseri umani, con le debolezze, i rancori, le paure e desideri, che si lasciano andare a flussi di pensieri a volte commoventi.
Mi sono piaciuti, sì.

Mi permetto di aggiungere un pensiero mio.
Quando ho finito di leggere Dieci dicembre sono andata su Anobii a leggermi un po’ di recensioni. Così, un po’ per curiosità un po’ per vedere se ci avevo preso.
La quantità di commenti che iniziano con “Premetto che non leggo e che non mi piacciono i racconti” è stata sconfortante.
E a chi pensa che il racconto sia facile da scrivere, a chi pensa che il racconto sia una forma di scrittura subordinata e minore rispetto a quella del romanzo posso solo suggerire di leggere Raymond Carver, Alice Munro, Checov, Virginia Woolf (si, la signora Woolf non ha scritto solo grandi romanzi ma anche grandissimi racconti), Italo Calvino, Ernest Hemingway. I racconti di Valeria Parrella, di Aldo Nove, di Niccolò Ammanniti. Grazia Deledda, Dino Buzzati. Kafka, i racconti di Kafka! E Saunders, naturalmente, a questo punto.
E la smetto altrimenti mi esalto e faccio solo sfoggio di nomi.

Potrei mettermi a discutere, potrei parlare di racconti per pagine e pagine. Potrei, ma non lo farò. Mi limito a dare un consiglio, leggete (anche) i racconti.

dieci dicembre George Saunders

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dieci Dicembre

George Saunders
minimumfax
pp. 222

Cuore cavo – Viola Di Grado – (non)recensione

Dorotea si uccide il 23 luglio 2011 alle 15.29

[…] Le cose sembrano uguali ma hanno perso sostanza: il mar Ionio non è più freddo e non mi bagna, la roccia antica intorno al fiume di Cavagrande non è abbastanza dura da impedire il mio passaggio, e se nuoto posso spingermi fin dentro l’utero grigio della pietra. […]
Le cose sembrano uguali ma hanno perso la parola: da viva se avvicinavo le dita al fuoco il calore diceva il dolore ai miei nervi, ora,invece ogni fiamma è muta. […]

Il cuore è il primo organo a fermarsi e il primo organo ad irrigidirsi.

Le pareti del cuore di Dorotea si ispessiscono, come a proteggersi da quest’ultima delusione.
Inizia il viaggio.

Due viaggi, in parallelo. Quello del corpo e quello dell’anima che non è arrivata a destinazione, a quell’aldilà  su cui contano tutte le religioni.

Due viaggi.

Quello del corpo e del suo disfacimento, inesorabile, carne in decomposizione. Quello di Dorotea, nella morte e oltre la morte, invisibile ai vivi, dentro il dolore, dentro l’abbandono.

Dentro l’amore, caparbiamente. Dentro il sospeso e il non detto. Il non fatto.

Una matrioska di traumi dentro una matrioska di stanze vuote.

Un viaggio che come tanti viaggi è solo un cerchio da chiudere.

Un abbraccio in cui fondersi.

Perdonare, perdonarsi forse. In qualche modo ritrovarsi.

Ricomporre, ricomporsi.

Viola Di Grado ha un bel rapporto con le parole. Le sa scegliere e accostare, e manipolare per farle aderire al materiale narrativo senza strappi, senza intoppi.
La narrazione è solida, niente buchi, niente margini bianchi.

Ho adorato il romanzo di esordio della Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, e avevo lo sciocco timore di sentirne la mancanza durante la lettura di Cuore cavo.

Non è successo.

Il seggio vacante – J.K. Rowling

Si può parlare dell’ultimo libro di J.K. Rowling senza citare o fare alcun riferimento alla saga di Harry Potter (pur avendo letto ripetute volte tutti i sette libri che la compongono)?
Io credo di sì. E infatti non farò né l’una né l’altra cosa.
Mi limiterò a dire che è stato inizialmente straniante leggere le parole “masturbazione” o “scopare” invece di “pozione polisucco” o “gorgosprizzi”.
Sono bastate però pochissime pagine per dimenticarmi di Hogwarts e dei babbani.

J.K. Rowling, con Il seggio vacante, ci porta dritti dritti nella meschinità e nella temibile mediocrità di una piccola cittadina inglese. Che potrebbe essere benissimo una piccola cittadina italiana.
La morte improvvisa di uno dei membri del Consiglio scoperchia il secchio dell’immondizia, e i piccoli e grandi vermi vengono fuori, uno ad uno.
Le invidie e le ipocrisie. I giochi di chi il potere ce l’ha, e quelli di chi il potere lo verrebbe avere. Famiglie all’apparenza perfette che si sfaldano pagina dopo pagina. Lo squallore della medio borghesia che vuole espellere il quartiere dei reietti come si espelle un cancro, lo squallore di chi difende il quartiere dei reietti finché le proprie piccole, piccolissime vite costruite sull’apparenza non entrano in contatto diretto, reale, con quei reietti. L’ipocrita buonismo progressista di sinistra (se fossimo in Italia).
Le vite, intime e pubbliche, degli adulti e degli adolescenti di Pagford si intrecciano e si accavallano attraverso piccoli e grandi scandali, genitori che alzano le mani sui figli, salumieri con manie di grandezza, gelosie, uomini incapaci, donne alla ricerca di qualcosa che hanno irrimediabilmente perduto, figlie che si infliggono dolore per liberarsi dal dolore, figli che non sanno nemmeno più come odiare chi li ha messi, o non messi, al mondo, rapporti di forza, silenzi e disagio.

Mi hanno detto che c’è chi s’è sperticato le mani gridando al capolavoro. Ecco, io non lo definirei tale.
Ma la Rowling sa scrivere, nel suo modo semplice e lineare. Può non piacere, per carità, ci mancherebbe altro. Ma sembra conoscere quello di cui parla e sembra desiderosa di comunicare altro oltre alla storia che ci racconta. Sa far emergere i personaggi anche solo con due tre tratti e ha un’invidiabile abilità nel descrivere i movimenti dell’animo in subbuglio dentro agli adolescenti. Si avvale di molti stereotipi, bisogna dirlo, in questo romanzo, ma li mescola a piccoli e grandi dettagli per costruire una trama estremamente plausibile, ahimè, e per restituirci uno squarcio di società che chiunque di noi può vedere e che molti di noi negano. O avvallano.

Il seggio vacante
J.K. Rowling
Salani Editore

il seggio vacante J.K. Rowling

Giardino sul mare – Mercè Rodoreda

C’è qualcosa nella scrittura di Mercè Rodoreda che mi incanta.
Il flusso continuo della narrazione. L’assenza apparente di tempo. La ricercatezza e la delicatezza. La puntualità delle metafore. La leggerezza misurata che comunque, o proprio per questo, incide in profondità. Le luci e le zone d’ombra. L’odore di intimità.
Il riflesso delle cose non scritte.

Giardino sul mare è una storia semplice, semplicissima.
C’è una villa con un giardino, vicino a Barcellona. C’è una coppia di giovani e ricchi sposi che con i loro amici, ogni estate, per sei anni, raggiungo la villa. Ci sono i bagni, le passeggiate, le feste con i fuochi d’artificio. C’è la servitù e ci sono gli abitanti del paese. Ci sono i cavalli e le gite in macchina. E un’altra villa al di là del roseto.

E ci sono gli occhi, e le orecchie, del giardiniere e custode della villa con giardino, con cui guardiamo, e ascoltiamo, le vite dei personaggi che si muovono, anche solo perifericamente, tra le pagine di questa storia. I dolori, le gioie, i rimorsi, le bugie, i tradimenti, i sorrisi.
C’è l’animo sensibile di questo anziano giardiniere che non riesce a non farsi coinvolgere, che in fondo vuole essere coinvolto, in queste semplici, tragiche, umane vicende. Che emerge dalle pagine e prende il sopravvento solo per parlare del suo giardino e delle sue piante. Solo per raccontarci di Cecília, il grande amore della sua vita. E che si presenta così, in un incipit che è una porta che si apre, lentamente, sulla narrazione.

Mi è sempre piaciuto sapere quel che succede alla gente, e non perché sia un ficcanaso… È perché voglio bene agli altri, e ai padroni di questa casa volevo bene davvero. Ma ormai è passato tanto di quel tempo che molti fatti non li ricordo più, sono troppo vecchio e certe volte mi imbroglio senza volerlo…

Altro su Mercè Rodoreda

La piazza del diamante >>>
Via delle camelie >>>
Intervista a Mercè Rodoreda – traduzione (che parolone) dallo spagnolo >>>

Mercé Rodoreda, Giardino sul mare

Mercè Rodoreda

Giardino sul mare

La Nuova Frontiera – ilBasilisco
Traduzione dal Catalano di Giuseppe Tavani
pp. 192

Roberto Bolaño “Tra parentesi”

Dicevo, nella mia (non)recensione di 2666,

[…] Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. […]
Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito. […]

Adesso, giunta alla fine di Tra parentesi, non posso che rassegnarmi all’idea che è così che leggerò tutti i libri di Roberto Bolaño.
Da lettrice (prima di tutto) e da scrittrice. Inevitabile, direi, vista la natura di questo libro.

Scrive Calvino nelle sue Lezioni americane:
“[…] ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.”
Mi è venuta in mente quasi subito questa frase, leggendo Tra parentesi.
Una raccolta di articoli, recensioni, discorsi, interventi in cui Bolaño ci parla di libri, di letteratura e, inevitabilmente, di sé.
Un testo che non è, e non vuole essere, una biografia  ma che diventa la descrizione di una vita, questo sì, che si dipana attraverso i libri. Tanti libri. Tantissimi libri.
La biblioteca(di Babele) di Bolaño, intima e pubblica. La sua formazione letteraria. Gli autori imprescindibili, e quelli di cui fa volentieri a meno. I libri rubati durante l’adolescenza, e quelli che chissà come è stato possibile ma sono andati persi. I versi letti e letti ancora una volta. Autori e autrici del panorama letterario sudamericano, ma anche Philip Dick, Burroughs, Ellroy, Swift, Twain.
Tutto questo diventa, per me, da lettrice, una lunga, lunghissima lista di autori e titoli da scoprire (e riscoprire).

E poi c’è il Cile, l’unico paese al mondo che assomigli ad un corridoio, il sentirsi più sudamericano che cileno e il suo personale pensiero sull’esilio,

[…] non saremo tutti esuli? Non staremo vagando tutti in terra straniera?  Il concetto di “terra straniera” (così come quello della “propria terra”) presenta alcune lacune, apre nuovi interrogativi. La “terra straniera” è una realtà oggettiva, geografica, o piuttosto una costruzione mentale in continuo movimento? […].

E Pinochet, la dittatura e una certa idea sul nazionalismo che è nefasto e cade per il proprio peso. Non so se capite l’espressione ‘caer por su propio piso’; immaginate una statua fatta di merda che affondi nel deserto: bene, questo è cadere per il proprio peso.

La posizione chiara nei confronti della sinistra cilena dalle convinzioni profondamente destrorse e della destra cilena neonazista e adesso smemorata.

Il suo amore per la poesia,

[…] Se dovessi rapinare la banca più sorvegliata d’America, nella mia banda vorrei solo poeti. La rapina si concluderebbe in modo disastroso, probabilmente, ma sarebbe bellissima. […]

e il suo amore per Borges.

E poi. Da scrittrice. Un’idea di letteratura, che a differenza della morte, vive all’aria aperta, senza riparo, estranea ai governi e alle leggi, tranne che alla legge della letteratura che solo i migliori fra i migliori sanno infrangere. E allora non c’è più letteratura, ma esempio.

Ma sopratutto, tutt’altro che tra parentesi, c’è il coraggio. Che percorre e incide le pagine di questo libro.

Il coraggio di aprire gli occhi nel buio.
Il coraggio che ai poeti serve per non gettarsi da una scogliera o non spararsi un colpo in bocca, e, davanti al foglio bianco, serve all’umile scopo della scrittura.
Il coraggio. Il coraggio. Il coraggio.

E quindi due domande.

Una innocua, da lettrice, una domanda a cui non è davvero necessario rispondere. Una domanda che in realtà non la cerca nemmeno una risposta. Quanto tempo impiegherò a scoprire e riscoprire tutti gli autori e i libri della mia lunga lista?

Un’altra, tutt’altro che innocua. Tutt’altro che evitabile. Da scrittrice.
Se apro gli occhi e con coraggio li tengo ben aperti, cosa vedo scrutando il buio, scrutando l’abisso?

E per finire una nota.
C’è un testo, dentro a Tra parentesi, che si chiama “Parole venute dalle spazio”. Le parole venute dallo spazio sono state registrate da un radioamatore martedì 11 settembre 1973.
Sono le voci del golpe in Cile.
Sono la Interferencia secreta >>>

Tra parentesi, Roberto Bolaño, Adelphi

Roberto Bolaño

Tra parentesi
Saggi, articoli e discorsi (1998-2003) 

A cura di Ignacio Echevarría
Traduzione di Maria Nicola
Adelphi
Saggi. Nuova serie
2009, pp. 379

 

2666 – Roberto Bolaño – Ci provo

Io non lo so mica se sono capace di parlare di 2666. La sensazione è che ci sia molto, molto altro, al di là quello che ho letto. Dentro quello che ho letto.

Un edificio immenso. Cinque ingressi, cinque uscite apparenti. Porte che si aprono su altre porte. Alcune si chiudono, altre restano spalancate. Una stanza dentro l’altra. Soffitte collegate con cantine. Un dedalo di corridoi. Parole su parole. Pensieri su pensieri. Tecniche e stili. Ritmi. Un universo. Un coro di voci, un palco, una folla di attori. Le narrazioni nella narrazione. Si cerca una strada, una chiave, finché non ci si rende conto che l’unica cosa da fare è perdersi. Una pagina dopo l’altra. Una parola dopo l’altra. Imboccare strade senza uscita, raccogliere e conservare le chiavi.

L’ossessione e i sogni ripetuti, la poesia della solitudine, l’incessante incedere degli omicidi. L’amore. La violenza. L’orrore. Lo scrittore. La ricerca. La storia. La scrittura.

Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. Accarezza e spintona. Accoglie e respinge. Suoni, odori. Immagini. Una scrittura capace di contenere tutto. Una libidine lunga poco meno di un mese. Incollata, immersa. Felice.

Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito.

E lo sapevo che non ne ero capace.

2666
Roberto Bolaño
p. 936
Adelphi