Chissà se m’avete uccisa

Chissà se m’avete uccisa. Me lo domando, in quest’assenza prolungata di parole. In questa prolungata assenza di immaginazione. Ché forse a mancarmi di più è proprio la capacità di immaginare, più che la perduta capacità di raccontare.
Chissà se m’avete uccisa, con il vostro egocentrismo. Con la vostra frustrazione che riversate in giro, e addosso,  con quei piccoli, ossessivi, ripetuti gesti di cattiveria e violenza vigliacca. Ché la violenza può essere cosa buona e giusta se non la si confonde e non la si macchia con la mediocrità. Ma dubito siate in grado di coglierne il significato. Ché ciò che vi riguarda è sacro, ciò che non vi tocca è calpestabile.
Chissà se mi avete uccisa, con la vostra pesantezza, le vostre sentenze lapidarie, il vostro vuoto emotivo e quella tristezza che vi aleggia intorno, che vi precede e vi segue e non sapete nemmeno riconoscerla, non sapete nemmeno chiamarla per nome. Ché se foste capaci di nominare le cose, di maneggiarle e di gestirle, sai che bel mondo sarebbe?
Me lo domando, se m’avete uccisa. Seduta in questo non luogo, attraversando questo non tempo. In attesa. Un giorno legato all’altro e poi all’altro ancora, un calcio in bocca dopo l’altro. Ché li date così, negando l’evidenza. Negando il calcio in bocca. Con quei vostri piccoli occhi gelidi, con cui non riuscite nemmeno a guardarvi addosso.
Chissà se m’avete uccisa, con la paura fottuta che avete di chi non ha paura della paura, del dubbio, dell’instabile e dell’incontrollabile. Con la paura che avete di chi non ha paura dei propri desideri. Con le vostre risate stentate, i vostri gesti invadenti. Con le vostre voci morte con cui articolate pensieri morti.
Io vi osservo da qua, in questa assenza di parole, in questa assenza di immaginazione, seduta in questo non luogo attraversando questo non tempo. Vi osservo. Aspetto. E mi domando se m’avete uccisa. Perché io sono qua, e penso che m’avete portato via le parole, e la capacità di immaginare.
E il piacere di bermi in silenzio un caffè e poi accendermi una sigaretta.
Pensa un po’ come son strana. È la cosa che mi fa incazzare di più. M’avete tolto il piacere dell’ozio, del perdermi in un pensiero.
E sto qui, e penso che m’avete tolto il sorriso e l’ironia. Che m’avete infettata, con il vostro procedere stanco e pallido. E prepotente, e arrogante.
Penso che m’avete infettata, e mi domando se m’avete uccisa, uccisa veramente. Perché se fosse davvero così mi dispiacerebbe. Non tanto d’aver perso, quello capita. Mi dispiacerebbe vedervi vincere.
E non potervi manco sputare in faccia.

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sospendere

Nell’immobilità. Massa immobile nella spirale in perpetuo movimento. O nella linea continua che punta all’infinito.
Nell’immobilità e nel silenzio posso forse sperare di ristabilire l’ordine. Un’ordine qualsiasi che è solo ripristino del caos.
Compensare le perdite. Perdonare le mancanze. Accettare la mutazione.
Nell’immobilità e nel silenzio. In una temporanea sospensione .
In una temporanea sospensione della lotta, in una temporanea sospensione della ricerca.
Sospendere. Accarezzo questo verbo. Lo sollevo e lo osservo, controluce. Lo giro e lo capovolgo.
In una temporanea sospensione.

come piombo

vuoto solido compatto piombo nebbia umida melmosa rete inciampo cado non mi alzo inutili schegge flebili non riesco più posso solo ricordare stanze e strade e persone movimenti desideri visioni costruzioni per poi restare senza fiato e male alle mani male al cuore e la paura non vedermi più con quello sguardo quel respiro quella gioia quel sentirmi sulla cima quel sentirmi in mezzo al mare barcollo non penso non posso pensare se penso sbatto contro il vuoto solido compatto come piombo faccio un passo so farlo so fare anche quello dopo ma poi trovo il vuoto solido compatto piombo respiro mi dico va bene mi dico doveva andare così ma non doveva andare così non sono capace sono stata capace non sono capace abbastanza dove ho sbagliato cosa ho sbagliato faccio un passo faccio un pensiero non respiro blocca aria blocca corpo sono ferma immobile senza memoria senza come si fa paura cosa amo come si fa riconoscersi caos codifica come si fa mi salta un battito salto mi scattano i nervi scuoto la testa le gambe le braccia nebbia silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio lascio andare cancello non penso muscoli contratti corti atrofizzati incapaci incapace le ho perse non le ho tenute strette sono scivolare nella nebbia melmosa rete acido ovatta spilli sotto le unghie fatica ossessione perdita se allungassi una mano se smettessi di pensare respirare guardare assaggiare sognare gesti interrotti pensieri ignobili fallimento pigrizia parole senza parola silenzio vuoto solido compatto piombo nebbia umida melmosa rete inciampo cado non mi alzo di nuovo un’altra volta non esco non si esce non si può uscire stessa strada avanti indietro febbre delirio apnea isterica trottola scarica pietosa impietosa disperata cercare sassi biglie pietre un luccichio una finestra una luce una parola uno sguardo una frase un colore un odore come prima come sempre come sarebbe dovuto essere mi aggrappo sorrido parlo vivo cerco non trovo insisto mi ignoro passo oltre passo altrove ballo vivo cerco non pensare non pensare non pensare lascia andare non è niente sassi biglie pietre un luccichio una finestra una luce una parola uno sguardo una frase un colore un odore come prima come sempre come sarebbe dovuto essere

non questo vuoto solido compatto piombo

Esserci

Esserci. Essere nel mondo. Essere nella realtà là fuori, dove poco o niente combacia con quello che vorrei. Resistere alla tentazione di chiudere le comunicazioni. Resistere alla tentazione di ignorare, non sentire, non vedere, non parlare, non pensare. Non soffrire. Esserci, e in ogni piccolo gesto, in ogni piccola parola, cercare il modo, i modi, di far combaciare l’essere e il potere essere. Opporsi al procedere distorto. Non tacere, prendersi i rischi e le responsabilità.
Esserci, la fuori, tra le cose e le persone, seguendo traiettorie diverse. Non cedere. Anche se sembra inutile. Anche se indietro tornano sguardi e parole che, di nuovo, sempre, il più delle volte, non combaciano con l’intenzione. Non combaciano con il desiderio.
La marea che ti strattona e ti spinge indietro, la marea che si mangia ogni volta un pezzo. La marea che ti sommerge. La marea che ti toglie il fiato e spezza, a tratti, la fermezza. Del corpo, della mente.
Esserci. Essere, là fuori. Nonostante tutto.

Come un corpo che sparisce e lascia i vestiti accasciati a terra.

Questo. La fitta di dolore che mi toglie il fiato.
Lo schiaffo ripetuto, quando meno me lo aspetto, che mi fa lacrimare.
La sensazione che mi stacca da me, che fa saltare in aria la stabilità.
Che mi fa morire di paura. Che mi impedisce il movimento, il pensiero, il semplice ragionamento quotidiano.
Questo. Come un corpo che sparisce e lascia i vestiti accasciati a terra.
Da qualche parte, ad un certo punto, devo aver commesso un errore.
L’errore. Lo sbaglio.