Mi tremano le mani.

Mi tremano le mani.
A voler essere precisa, mi trema la mano destra. Da quando non lo so, o forse sì.
Mi trema la mano destra, come volesse compiere un gesto che la mente, però, si rifiuta di coordinare. Un gesto che tutto il corpo si rifiuta di sostenere.
Mi trema la mano destra, ma non sempre.
Mi trema la mano destra quando qualcosa colpisce la mia attenzione, quando una parola esplode. Quando una frase si sedimenta e attende. Inutilmente.
Trema, perché saprebbe compierlo quel gesto se solo mente e resto del corpo non si rifiutassero ostinatamente di collaborare.
Trema, e fa male.

Annunci

i diritti d’autrice di Ni una más #1

Quando ho cominciato, collaborando con la compagnia inoutput, a scrivere il testo di Ni una más, come al solito non ho speso molto del mio tempo a pensare a quelli che potevano essere i risvolti economici della mia scrittura.
Quando è arrivato il momento di farlo non ho dovuto riflettere a lungo per arrivare alla conclusione che non mi sarebbe piaciuto guadagnare qualcosa da un testo così. Immediata, quindi, è stata la decisione di destinare gli eventuali diritti d’autrice, di volta in volta, a situazioni a me vicine e affini.

Sono arrivati i proventi degli spettacoli che sono andati in scena nel 2013 e per amore della precisione volevo rendere tutte e tutti partecipi delle mie scelte.

Una metà di questi diritti d’autrice andranno dritti dritti nelle casse di un gruppo di amiche e compagne, belle e forti, che portano avanti, non senza qualche difficoltà economica, un percorso (gratuito) di autodifesa per sole donne.
Ho sempre detto che la violenza di genere ha mille aspetti e mille possibili soluzioni. Una di queste, a cui credo fermamente e che credo, fermamente, fondamentale, è la capacità di autodeterminarsi e di difendersi. Fisicamente e sentimentalmente. Partire da sé, imparare a riconoscere la propria forza, i propri limiti e le proprie capacità e peculiarità. Radicare i piedi a terra per rispondere ai colpi, di qualunque forma.

L’altra metà andrà dritta dritta nelle casse di un altro gruppo di donne, sorelle amiche e compagne, che stanno cercando di organizzare una serie di iniziative itineranti in giro per l’Italia per raccogliere soldi che a loro volta andranno dritti dritti nelle mani delle donne sudafricane che, nel modo più concreto possibile, lavorano per supportare, e salvare, le lesbiche che in sudafrica vengono stuprate, e uccise, per correggere, e punire, la loro omosessualità.

Ecco, questo.

E nel mio piccolo sono fiera di poter andare concretamente al di là delle mie stesse parole.

num - spoleto

num – spoleto

Appunti di scrittura – stato d’animo random #4

Vibro. Lo sguardo si posa su tutto e su niente in particolare. Con questa voglia di saltare che prima o poi dovrò seguire.
Quando sarebbe utile mettere la parola fine, andare a capo e scrivere la parola inizio.
Quando non mi basta quello che scrivo e non mi basta come lo scrivo. Con questa voglia di saltare che prima o poi dovrò seguire?
Quando porto a spasso i se e mi addormento accarezzando i ma. E tutti sono lontani ma io sto bene da sola.
E lascio andare le cose, e ancora non ho capito se c’entra la paura o qualcosa a cui non sono ancora stata capace di dare un nome.
Ma vibro.
Quando quello che scrivo sembra avere un senso. Un senso fuori da quello che scrivo. Quando quello che scrivo si espande e non sbatte da nessuna parte.
Quando non so. Quando mi importa di non sapere e mi fermo.
E non dovrei fermarmi, ché non c’è niente da sapere ma solo da fare. Solo da scrivere. Senza domandarsi come, cosa, quando, perché. Per chi.

Da che parte si comincia e dove si va a finire. O, se preferite, Su sessismo e violenza di genere.

Lo confesso. Mi ero presa una pausa.
Dalla parola femminicidio e dal susseguirsi, ininterrotto, di violenze.

Una pausa, necessaria.
Non so perché decido di romperla oggi, perché proprio oggi tutto ha ricominciato a girarmi vorticosamente intorno e dentro. Molto probabilmente la pausa in realtà non me la sono mai presa, e le cose, in realtà, non hanno mai smesso di vorticarmi dentro.
Sicuramente non hanno mai smesso di vorticarmi intorno, nel pubblico e nel privato, e ne sono stancamente cosciente.

Lo schifo, perché di schifo si tratta, reso manifesto dai messaggi nella bacheca di Grillo.
Una ragazza di 19 in coma, massacrata di botte dal compagno.
Un’amica che mi scrive per raccontarmi di una violenza subita perché non ha rispettato la regola, unica e indiscutibile, di accettare in silenzio l’aggressività, prima verbale e poi fisica, di un uomo.

Una concomitanza di eventi, quindi. Probabile.
Sia come sia l’argine si rompe e torna la necessità di dire, di mettere insieme le parole, scacciando con un po’ di fatica la sensazione di inutilità che mi accompagna in questo ultimo periodo.

L’argine si rompe, mi pare il minimo.

La storia la conosciamo tutti. Grillo, sulla sua pagina facebook, chiede: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?

E tanto per chiarire, a me non interessa niente della Boldrini in quanto personaggio pubblico/politico. Non sono una donna di partito, io. Non ho tessere e non ho uno schieramento da difendere. Tanto per chiarire, a me alle urne non mi hanno mai visto. Così, per sgomberare il campo da inutili polemiche del tipo: “Saranno bravi quelli del PD”, perché no, non sono bravi quelli del PD.
Anzi, mi correggo. Sono bravi, sono tutti bravi. Sono bravi i grillini, sono bravi quelli del PD, sono bravi i fascisti, del vecchio e del nuovo millennio, sono bravi i leghisti. È bravo il macellaio e il tabaccaio all’angolo, l’insegnante, il banchiere, il disoccupato. Sono bravi i kompagni. Sono brave anche un bel po’ di donne, va detto, servili nell’avallare un linguaggio che le colpisce nel momento esatto in cui lo utilizzano a loro volta.
E mi prende una stanchezza che non so nemmeno da che parte cominciare. Da che parte si comincia quando si legge: “Brucio la macchina assicurandomi di aver chiuso bene le porte !” o “la porti in un campo rom e la fai trombare dal capo villaggio” o “La metto a pecora e poi la fotto in culo”?
Da che parte?
Da che parte si comincia non lo so. Ma so dove si va a finire.
Si va a finire a Casal Bernocchi, si finisce prese a calci e pugni. Si finisce in coma.
Si finisce offese e ferite per non aver abbassato la testa.

È una strada dritta, senza curve, senza interruzioni. Senza neanche una sosta per riprendere fiato. Se non mi sta bene quello che fai sei una puttana che deve essere punita. Fisicamente. Con uno stupro. Se mi tradisci, se mi lasci t’ammazzo di botte. Se mi rispondi invece di stare zitta. 

Una strada dritta, una retta. Fatta di una cultura che tocca e pervade tutte e tutti. Fatta di una legge contro il femminicidio che a definirla ridicola si fa un favore a chi l’ha scritta e che a definirla pericolosa si minimizza. Fatta di un diritto all’aborto sempre in bilico ad un passo dall’estinzione. Di una quotidianità faticosa, bellicosa, a schivare i colpi che arrivano da ogni lato, da ogni direzione. Di un linguaggio che incatena in ruoli e funzioni sociali che non si vuole mettere in discussione. Una retta che dalla parola passa ai fatti. Parole accettate, minimizzate, ritrattate e poi ripetute. Parole che non sono solo parole, ma, paradossalmente, la manifestazione di un agire. E tutto, parole e agire, scivola via. Come se ci fosse sempre qualcosa di più importante su cui interrogarsi, qualcosa di più importante da risolvere, qualcosa di più importante su cui prendere una posizione. Parole e fatti scivolano via, perché il punto è sempre un altro, perché la questione è sempre un’altra. E amen. Amen perché non mi riguarda, amen perché io non sono così, amen perché ma sì che vuoi che sia. E amen. Amen perché te la devi risolvere da sola, pensa ai paesi arabi e ringrazia che non devi portare il velo. Amen perché va bene la rivoluzione ma la donna è donna e l’uomo e uomo, è la natura baby e non puoi farci niente. E amen. Amen perché non abbiamo tempo per pensare anche a questo. E amen se invece è solo questione di mancanza di coraggio. Il coraggio di mettersi in discussione, di guardarsi addosso, per una volta, e dentro. Amen.
Perché esistono le donne giuste e le donne sbagliate, e se quelle sbagliate le chiami puttane non c’entra il sessismo.
Amen.
In saecula saeculorum.

Io oggi non lo so da che parte si comincia, ma so dove si va a finire. E sono stanca. E incazzata.

Prima (del qui)

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

Prima, aspettavo. Cercando educatamente di non soccombere.
Aspettavo, di essere felice.
Credevo che bastasse aspettarla, la felicità, per vederla arrivare. Aspettare e fare quello che deve essere fatto.
Prima, credevo che bastasse. Una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi pensavo che mi sarei svegliata felice.
Cercando, nel frattempo, educatamente, di non soccombere.
Di non inciampare nel tentativo di andare a tempo. Il tempo su cui tutti sembravano scivolare senza difficoltà, senza timore, senza incertezze. Quel tempo, quel ritmo.
Le cose che devono essere fatte.
Prima, aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse, come inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile.  Miracoloso. Che il limpido e cristallino senso di inadeguatezza si disfacesse. Che quel senso di margine su cui accumulavo le giornate si aprisse, masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso di esclusione e non appartenenza che stava masticando e deglutendo me.
Mi impegnavo. Nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto. Nell’essere quello che.
Quello che.
Cercavo di essere qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere. A cui tutti potessero ricondurre aggettivi chiari, impressioni rassicuranti. Cercavo di suscitare pensieri innocui. Qualcosa di facilmente identificabile.
Eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, o qualcuno che non conosco ma conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
La parte più difficile, forse ve l’ho già detto, era mettere a tacere i pensieri. Fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice. Mantenere quel passo, seguire quel ritmo. Senza inciampare.
Prima, mi capitava di domandarmi se ci fosse un reparto del supermercato dove poter comprare lo spartito di quella musica, per impararlo quel ritmo. Un reparto del supermercato dove poter comprare, a qualsiasi prezzo, certezze e consapevolezza.
Ma erano i momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Erano i momenti in cui i pensieri prendevano il sopravvento, senza controllo. In cui mi immaginavo spettinata, malvestita, sbraitante sull’autobus affollato dell’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56. I capelli bianchi, spessi ma radi. Gli occhi blu, piccoli. Intensi.
Momenti.
Momenti in cui mi domandavo se magari.
Momenti in cui l’assenza.
Momenti in cui i dubbi. Il dubbio.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti in cui mi domandavo se forse mi ero dimenticata un passaggio fondamentale. O se magari quel qualcuno che non conoscevo ma conosceva me se ne fosse dimenticato.
Momenti.
Intorno cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Fatta di gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati verso l’approvazione e l’accettazione del prossimo. Qualunque prossimo.
Prima, senza strappi, senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Ora, da qui, lo posso dire.
Prima, ero di una bravura pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia. Spappolata dall’attesa.
Ero brava.
A non lasciare spazi vuoti, porte socchiuse, vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. A mettere in pratica per fare quello che deve essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Brava a non mostrare la cacofonia mentre tenevo il passo. Tenevo il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Prima, ero brava a nascondermi. A nascondermi quei momenti.

[prima c’è il qui >>>, auspico anche un poi]

ricapitolando – i libri del 2013

Mi è piaciuto molto tutto quello che ho letto nel 2013. Ho avuto le mie conferme ma, soprattutto, ho scoperto nuove voci a me sconosciute.

Non ho scritto di tutto quello che ho letto. Non lo faccio mai. Sono pigra e distratta. Vorrei poter dire che il buon proposito del 2014 è di lavorare su queste mie mancanze ma mentirei. Lo sapete.

libri_2013

poi, se qualcuno non c’ha proprio niente da fare e vuole provare ad indovinare l’intruso…