che non è

Non è la paura del cambiamento, ma la necessità di non voltarsi. Quello che lasci, quell* che lasci.
La fatica e l’impegno di farlo senza feriti.

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Appunti di scrittura – stato d’animo random #4

Vibro. Lo sguardo si posa su tutto e su niente in particolare. Con questa voglia di saltare che prima o poi dovrò seguire.
Quando sarebbe utile mettere la parola fine, andare a capo e scrivere la parola inizio.
Quando non mi basta quello che scrivo e non mi basta come lo scrivo. Con questa voglia di saltare che prima o poi dovrò seguire?
Quando porto a spasso i se e mi addormento accarezzando i ma. E tutti sono lontani ma io sto bene da sola.
E lascio andare le cose, e ancora non ho capito se c’entra la paura o qualcosa a cui non sono ancora stata capace di dare un nome.
Ma vibro.
Quando quello che scrivo sembra avere un senso. Un senso fuori da quello che scrivo. Quando quello che scrivo si espande e non sbatte da nessuna parte.
Quando non so. Quando mi importa di non sapere e mi fermo.
E non dovrei fermarmi, ché non c’è niente da sapere ma solo da fare. Solo da scrivere. Senza domandarsi come, cosa, quando, perché. Per chi.

Da che parte si comincia e dove si va a finire. O, se preferite, Su sessismo e violenza di genere.

Lo confesso. Mi ero presa una pausa.
Dalla parola femminicidio e dal susseguirsi, ininterrotto, di violenze.

Una pausa, necessaria.
Non so perché decido di romperla oggi, perché proprio oggi tutto ha ricominciato a girarmi vorticosamente intorno e dentro. Molto probabilmente la pausa in realtà non me la sono mai presa, e le cose, in realtà, non hanno mai smesso di vorticarmi dentro.
Sicuramente non hanno mai smesso di vorticarmi intorno, nel pubblico e nel privato, e ne sono stancamente cosciente.

Lo schifo, perché di schifo si tratta, reso manifesto dai messaggi nella bacheca di Grillo.
Una ragazza di 19 in coma, massacrata di botte dal compagno.
Un’amica che mi scrive per raccontarmi di una violenza subita perché non ha rispettato la regola, unica e indiscutibile, di accettare in silenzio l’aggressività, prima verbale e poi fisica, di un uomo.

Una concomitanza di eventi, quindi. Probabile.
Sia come sia l’argine si rompe e torna la necessità di dire, di mettere insieme le parole, scacciando con un po’ di fatica la sensazione di inutilità che mi accompagna in questo ultimo periodo.

L’argine si rompe, mi pare il minimo.

La storia la conosciamo tutti. Grillo, sulla sua pagina facebook, chiede: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?

E tanto per chiarire, a me non interessa niente della Boldrini in quanto personaggio pubblico/politico. Non sono una donna di partito, io. Non ho tessere e non ho uno schieramento da difendere. Tanto per chiarire, a me alle urne non mi hanno mai visto. Così, per sgomberare il campo da inutili polemiche del tipo: “Saranno bravi quelli del PD”, perché no, non sono bravi quelli del PD.
Anzi, mi correggo. Sono bravi, sono tutti bravi. Sono bravi i grillini, sono bravi quelli del PD, sono bravi i fascisti, del vecchio e del nuovo millennio, sono bravi i leghisti. È bravo il macellaio e il tabaccaio all’angolo, l’insegnante, il banchiere, il disoccupato. Sono bravi i kompagni. Sono brave anche un bel po’ di donne, va detto, servili nell’avallare un linguaggio che le colpisce nel momento esatto in cui lo utilizzano a loro volta.
E mi prende una stanchezza che non so nemmeno da che parte cominciare. Da che parte si comincia quando si legge: “Brucio la macchina assicurandomi di aver chiuso bene le porte !” o “la porti in un campo rom e la fai trombare dal capo villaggio” o “La metto a pecora e poi la fotto in culo”?
Da che parte?
Da che parte si comincia non lo so. Ma so dove si va a finire.
Si va a finire a Casal Bernocchi, si finisce prese a calci e pugni. Si finisce in coma.
Si finisce offese e ferite per non aver abbassato la testa.

È una strada dritta, senza curve, senza interruzioni. Senza neanche una sosta per riprendere fiato. Se non mi sta bene quello che fai sei una puttana che deve essere punita. Fisicamente. Con uno stupro. Se mi tradisci, se mi lasci t’ammazzo di botte. Se mi rispondi invece di stare zitta. 

Una strada dritta, una retta. Fatta di una cultura che tocca e pervade tutte e tutti. Fatta di una legge contro il femminicidio che a definirla ridicola si fa un favore a chi l’ha scritta e che a definirla pericolosa si minimizza. Fatta di un diritto all’aborto sempre in bilico ad un passo dall’estinzione. Di una quotidianità faticosa, bellicosa, a schivare i colpi che arrivano da ogni lato, da ogni direzione. Di un linguaggio che incatena in ruoli e funzioni sociali che non si vuole mettere in discussione. Una retta che dalla parola passa ai fatti. Parole accettate, minimizzate, ritrattate e poi ripetute. Parole che non sono solo parole, ma, paradossalmente, la manifestazione di un agire. E tutto, parole e agire, scivola via. Come se ci fosse sempre qualcosa di più importante su cui interrogarsi, qualcosa di più importante da risolvere, qualcosa di più importante su cui prendere una posizione. Parole e fatti scivolano via, perché il punto è sempre un altro, perché la questione è sempre un’altra. E amen. Amen perché non mi riguarda, amen perché io non sono così, amen perché ma sì che vuoi che sia. E amen. Amen perché te la devi risolvere da sola, pensa ai paesi arabi e ringrazia che non devi portare il velo. Amen perché va bene la rivoluzione ma la donna è donna e l’uomo e uomo, è la natura baby e non puoi farci niente. E amen. Amen perché non abbiamo tempo per pensare anche a questo. E amen se invece è solo questione di mancanza di coraggio. Il coraggio di mettersi in discussione, di guardarsi addosso, per una volta, e dentro. Amen.
Perché esistono le donne giuste e le donne sbagliate, e se quelle sbagliate le chiami puttane non c’entra il sessismo.
Amen.
In saecula saeculorum.

Io oggi non lo so da che parte si comincia, ma so dove si va a finire. E sono stanca. E incazzata.

Perché questo eri, e sei.

Potrei scrivere di quando sei arrivato, che eri così piccolo che mi stavi nel palmo della mano. Di quando mi correvi incontro e poi mi giravi intorno ai piedi felice di vedermi. Di come ti piaceva spaparanzarti davanti alla stufa accesa. Di quando hai assaggiato per la prima volta la cicoria e ho capito che la Disney c’aveva preso per il culo con la storia del coniglio e delle carote.

E invece no.

Scrivo di tutti i fili dei caricatori del telefono che hai masticato, dei libri che hai mordicchiato.

Dei quintali di piccole rotolanti cacche che hai prodotto in questi undici anni, e della pipì che ti ostinavi a fare anche fuori della lettiera.

Perché questo eri, e sei.

Un coniglio nano teppista e testardo. Il mio coniglio nano teppista e testardo.

Un coniglio nano che non ha conosciuto gabbie e sbarre. Che non aveva paura di nulla e di nessuno. Un coniglio nano libero e felice, che annusava tutto e assaggiava tutto.

La mia palla di pelo.

Accettate un consiglio. Percorrete almeno un pezzo della vostra vita insieme ad un animale.

Mi cerco – appunti di scrittura – stato d’animo random #3

Mi cerco. Tra le cose che ho scritto e quelle ancora da scrivere.
Mi rintraccio negli oggetti che ho scelto di conservare, di tenere con me. E non si è trattato quasi mai di gusto estetico.
Mi chiamo ad alta voce nello sforzo di scriverle, quelle cose che ancora non ho scritto.
Ma le frasi sono sfilacciate, e le parole sono stropicciate.
Mi interrogo nei libri allineati, nei quaderni appilati, nei fogli sparsi e disordinati. Negli appunti illeggibili.
Mi spoglio dei vestiti che indosso, della voce che uso, dei gesti che mi determinano.
E scopro solo di essere molto, ma proprio tanto, stanca.

Wu Ming 2 [cit. da Il Sentiero degli Dei] – presa la folle decisione

Presa la folle decisione di percorrere il Sentiero degli Dei rileggo il libro di Wu Ming 2

[ne avevo scritto qui]

“Esistono due diversi modi per uscire a piedi da una città e lasciarsela alle spalle. Il primo è come venire fuori da una bolla di sapone, che piano piano si allunga, si deforma, pare non volerti lasciare e poi invece esplode in una nuvola di gocce e ti accompagna ancora per un bel pezzo, con il suo odore di cemento e polveri sottili. Il secondo è trovare una via di fuga, una porta girevole tra l’urbe e il contado, di solito un parco, una strada secondaria, una pista ciclabile sull’orlo della metropoli.”

Il Sentiero degli Dei – Wu Ming 2