Le parole di Adele

Ve la ricordate Adele? Ne avevo parlato qua, qua e pure qua.

Non è stato un rapporto facile, il nostro. Ci siamo piaciute, poi ci siamo azzuffate. Io la tiravo da una parte, lei mi tirava dall’altra. Mi sono decisa a seguirla, e lei ha cambiato un’altra volta direzione. È scomparsa ed è tornata. Ci siamo abbracciate, e poi ci siamo azzuffate di nuovo.
Alla fine siamo riuscite a raggiungere un accordo.
E questo accordo è qualcosa che non è un romanzo breve ma, mi sa, nemmeno un racconto lungo. Comunque, si chiama Le parole di Adele.
Lo potete scaricare, e leggere, a questo link

Le Parole Di Adele

come sempre, il download è free
come sempre per me è stato bellissimo, spero lo sia anche per voi

buona lettura

Resto immobile mentre lei oscilla piano

– E poi?
– E poi mi sono stufata. Non ce l’ho fatta più e ho smesso.
Lo dice senza nessuna inflessione particolare nella voce. La osservo, scruto la sua espressione. Anche gli occhi sono neutri. Non vuoti. O assenti.
Neutri.
Si accende una sigaretta, me ne offre una. Non so perché rifiuto.
– Che vuol dire che hai smesso?
– Ho smesso.
– Da un giorno all’altro?
Per un attimo ho l’impressione che mi stia sorridendo, ma non ne sono sicuro.
– No, non da un giorno all’altro. È impossibile farlo così, all’improvviso.
– E allora come hai fatto? Cosa è successo?
Si alza, i piedi nudi calpestano il pavimento della stanza fino al frigo. Lo apre e prende una birra.
– Perché ti interessa tanto saperlo?
È la prima domanda che mi fa, se non consideriamo l’offerta della sigaretta. Resto in silenzio, non so cosa risponderle, alzo e abbasso le spalle. Stappa la birra, mi guarda.
Neutra.
– Ho smesso. Una cosa dopo l’altra.
Beve, i piedi nudi attraversano di nuovo la stanza. Si siede sul divano. Ho l’impressione che non respiri nemmeno, ma sono certo che sia solo questo. Un’impressione.
– All’inizio non è stato per niente facile. Opponevo resistenza, una resistenza quasi atavica, involontaria. Il corpo, il   cervello, l’anima. Tutto oppone resistenza. E questo crea una grande confusione, un grande disagio. Sei talmente abituata ad opporti, a non cedere, che finisci anche per opporti a te stessa.
Appoggia la sigaretta nel posacenere e si lega i capelli in una coda disordinata sopra la testa. Beve ancora, poi riprende la sigaretta dal posacenere.
– È stato doloroso?
– Doloroso?
Mi guarda, forse c’è della curiosità nel suo sguardo.
– Sì, doloroso. Lo è stato?
Resta in silenzio a lungo, molto a lungo. Fuma e beve, come se non ci fossi. Mi muovo imbarazzato sulla poltrona su cui mi ha fatto sedere, penso che forse dovrei tossire per ricordarle che ci sono.
– No.
– No?
– No, non è stato doloroso. È doloroso opporre resistenza. È doloroso insistere nel percorrere una strada impraticabile, è doloroso ignorare che quella strada non conduce da nessuna parte. In nessun dei luoghi tra quelli che ti è capitato di immaginare o di desiderare. E io un giorno mi sono stufata e ho smesso.
– Hai smesso di opporre resistenza.
– Esattamente. In ogni senso. A tutto. A me stessa, agli altri, alle cose. Al mondo e alla mia mutazione.
– Ma perché?
– Perché ero stufa. Te l’ho detto. Questo non credo sia difficile da capire.
Per un momento penso che mi stia sgridando, ma poi mi rendo conto che la sua è solo una constatazione.
– Stufa di cosa?
– Di insistere. E di resistere.
Adesso vorrei tanto chiederle una sigaretta, ma resto immobile, in silenzio. Dopo tutto sono di fronte a qualcosa di imprevisto, di imprevedibile. A qualcosa di sconosciuto.
Anche lei resta immobile, in silenzio. Ma lo fa in modo diverso. In modo che non mi sono spiegare. Si alza di nuovo, di nuovo come se non ci fossi. Va alla finestra, la apre. Appoggia i gomiti sul davanzale e guarda fuori. Oscilla, piano, avanti e indietro. Non so più come sono finito qui, in questa stanza, in questa casa. Non so più cosa ci faccio, qui. Mi prude un punto irraggiungibile della schiena. Resto immobile. Lei oscilla, piano, avanti e indietro. Con i gomiti appoggiati sul davanzale, leggermente in punta di piedi. Potrei alzarmi e andarmene. Ma resto immobile.
– Non so esattamente quale è stata la prima cosa che ho smesso di fare. Quello che c’era prima, quello che ero prima è molto lontano adesso. È tutto mescolato, in un certo senso.
Non si volta. Non sono nemmeno sicuro che stia parlando con me.
– Ho smesso di pensare che le parole fossero importanti, ognuna con il suo peso e il suo bagaglio di significati. Ho smesso di chiedere alle persone di usare le parole giuste. Ho smesso di pensare che ripetere le cose, una volta, poi un’altra, poi un’altra ancora, all’infinito, potesse cambiare qualcosa. Ho smesso di pensare che fosse necessario essere coerenti per potersi guardare allo specchio senza spostare lo sguardo altrove. Ho smesso di pensare che il rispetto dovesse essere la bussola del mio agire. Ho smesso di osservare l’altro per capirne lo spazio vitale in modo da non calpestarlo. Ho smesso di commuovermi, ho smesso di provare compassione. Ho smesso di sentire il peso per le sofferenze altrui. Ho smesso di lasciarmi andare ai sentimenti. Alla nostalgia, alla malinconia, alla paura. Alla gioia, al piacere. Alla rabbia. Ho smesso di odiare e ho smesso di amare. Ho smesso di credere di poter fare la differenza, ho smesso di desiderare un cambiamento. Ho smesso di desiderare. Ho smesso di difendere il mio corpo e quello degli altri e delle altre. Ho smesso di fare attenzione a tutto, ho smesso di dire no. Una cosa dopo l’altra. Per questo sono mescolate e non so più cosa ho lasciato andare prima e cosa dopo. Ho smesso di opporre resistenza, ogni giorno, ogni minuto. Fuori e dentro. Ho smesso di guardare tutto, di cercare di capire, di buttare lo sguardo sempre qualche metro avanti. Ho smesso di dare e di cercare complicità. Ho smesso di guardare le persone negli occhi. Ho smesso di insistere. Ho smesso di pretendere.
Resto immobile mentre lei oscilla piano.
– Perché non me lo chiedi?
– Cosa?
– Non sei qui per questo? Chiedimelo.
– Chiederti cosa?
– Chiedimi se sto meglio così. Chiedimi se si vive meglio, così. Sei qui per questo.

qui prima poi – un trittico [appunti per “Avevo ancora qualcosa da dire #2]

E dopo il qui e il prima è arrivato anche il poi. E il qui e il prima son stati, necessariamente, rivisti e corretti.

Buona [ri]lettura

[aggiornamento 25.03.014 – anche in pdf >>>]

Qui.

Qui non mi faccio domande, perché qui non ho bisogno di risposte. Qui le domande sono solo pensieri pensati, o pronunciati, con un’intenzione interrogativa senza tensione, senza l’ansia per la possibile assenza di risposta conseguente che qui è solo pensiero pensato, o pronunciato, con una intenzione assertiva senza tensione, senza l’ansia di non trovare aderenza e corrispondenza con il pensiero precedente.
Qui ogni pensiero è minimo nel suo essere indispensabile e ogni pensiero, interrogativo, assertivo o condizionale che sia, si forma e si esaurisce nell’essenzialità della sua, più o meno lunga, esistenza temporanea.
Qui, mi alzo la mattina e quando mi guardo nel grande specchio appeso in bagno, e che a mezzogiorno riproduce e moltiplica la luce del sole che entra dalla finestra, non ho niente per cui dover chiedere scusa. Non mi interessa stabilire chi sono e non c’è nessuno che vuole sapere, o stabilire, qual è il mio ruolo, il mio posto nel mondo. Qual è la mia funzione e la mia posizione all’interno del sistema. Qui non c’è nessun sistema in cui cercare di entrare e da cui cercare di sperata ente di uscire.
Qui non sono buona, non sono cattiva. Non sono altruista, non sono egoista. Non sono sana e non sono malata. Non sono giusta e non sono sbagliata. Qui, in assenza di termini di paragone prestabiliti, non sono in nessun modo difettosa. Non devo essere qualcosa potendo, in un certo senso, essere tutto. E il contrario.
Qui è un luogo che ho cercato a lungo. Attraversando lacrime, frustrazione e ostentata labile serenità. È un luogo che credevo di dover costruire nella mia mente, poi di poterlo costruire, ovunque mi trovassi. Con chiunque avessi a che fare.
Sbagliandomi. O forse semplicemente illudendomi. Non è importante.
Qui ogni gesto è nudo. Trasparente. Qui un passo è un passo, non una scelta essenziale difronte ad un bivio e nemmeno qualcosa di cui valutare le conseguenze e le diramazioni incontrollabili, che ci sono ma che essendo incontrollabili sollevano dall’ossessivo compito di controllarle, una volta che lo si capisce. E qui è facile capirlo, che un passo è solo un passo che serve ad allontanarsi o ad avvicinarsi. A qualcosa di cui di cui si è avuto o si ha bisogno nel momento in cui si è fatto o si fa il passo. Qui, bere dell’acqua significa solo soddisfare la sete e nel cono di luce che filtra tra i rami di un albero non c’è nient’altro che questo. Sole che attraversa i rami di un albero. Qui toccarsi non è accertarsi di esistere. Non sorrido per compiacere, non piango per commuovere.
Qui è dove sono arrivata quando ancora sentivo il peso delle parole. Il peso della parola e del suo contrario. Il peso del potere che sta dentro la parola e di quello che può essere esercitato attraverso la parola.
Quando vincevano sempre i pensieri, perché non sapevo farli tacere, non li sapevo ascoltare e osservavo, ancora stupita, chiunque mi desse anche solo l’impressione di saperli gestire.
Prima di capire che nessuno è in grado di farlo davvero e che a fare la differenza è la capacità di accettare le debolezze e le paure, il dubbio e l’indefinito. Accettare che non c’è sempre una soluzione, e a volte nemmeno una spiegazione. Che non si può ordinare il caos per smettere di averne paura.
La capacità di capire in tempo quando le storie che raccontiamo e ci raccontiamo per restare in equilibrio stanno per sfuggirci di mano.
Qui è dove sono arrivata quando ormai ogni gesto si portava appresso il peso delle parole e il peso indicibile dell’inutilità.
È un luogo molto silenzioso che odora di terra e di mare.
D’estate il sole è tiepido per pochissime ore, fin poco dopo l’alba e da poco prima del tramonto. Per il resto del giorno è una palla incandescente che brucia la pelle. E forse chissà, anche i pensieri. Che accende gli spazi ampi, il mare gentile, la terra burla che pulsa e respira. E le montagne nude ricamate di sentieri che puoi camminare per chilometri e chilometri.
Qui non non è un debole e vulnerabile luogo della mente, qui esiste ed io ci sono rimasta a vivere. E la mia mente non è né debole né vulnerabile. Quando sono arrivata ho lasciato cadere, uno per uno, i pensieri lungo i sentieri ricamati sulle montagne nude. Ho lasciato cadere le dicotomie. Quelle inutili e quelle nocive. Ho lasciato cadere le inadeguatezze e le distanze. E quando poi è arrivato il momento di tornare indietro non l’ho fatto. Perché per farlo avrei dovuto riprendere, uno per uno, tutti i pensieri. Tutte le dicotomie inutili e nocive, tutte le inadeguatezze e le distanze.
Qui è dove sono rimasta quando ho sentito il silenzio dell’assenza di domande e la quiete del non avere bisogno di risposte lasciando indietro tutto quello che credevo di avere e invece non aveva neanche trovato.
Qui è dove sono libera dagli sguardi.
D’inverno a volte piove molto. Lassù, sulle montagne alle mie spalle, nevica. Ma qui, proprio qui, la temperatura è mite.
Qui è una casa bianca molto piccola, e dalla finestra della cucina vedo il mare interrotto solo da una decina di agavi del deserto. Qui, nella casa bianca molto piccola, c’è un letto molto grande, un tavolo molto bello e una poltrona davanti ad un camino molto piccolo.
Di notte, quando c’è la luna piena, esco. E lasciandomi le agavi del deserto alle spalle raggiungo il mare e mi siedo a guardarlo, metallo fuso che ondeggia, e brilla e va e viene.
Di solito, lui, quando arrivo ha appena gettato l’amo e sta seduto a guardare, come me o con me, il mare di metallo fuso. Non ci diciamo mai niente, non ci siamo mai detti niente. Ma quando il silenzio è totale, e qui accade spesso, posso giurare di sentire il suo respiro e credo che lui riesca a sentire il mio. E tanto basta, nell’immobilità e nell’assenza di intenzione.
Qui, in questo luogo in cui sono rimasta a vivere, non mi preoccupo di scoprire o di capire se quello che credo, se quello su cui è per cui giuro sia vero. Qui il mio tempo esterno non è diverso dal tempo esterno, e viceversa. E quello che immagino è quello che è. E non c’è ieri da valutare, non c’è domani da aspettare, organizzare o pretendere migliore o anche solo diverso dagli altri. Non ci sono limiti da rispettare, traguardi da anelare o aspettative da non deludere o da cui non farsi deludere.
Qui i gamberi hanno un sapore dolcissimo e fortissimo, gli avocado sono piccoli e grinzosi e una mano è solo una mano. Gli occhi sono solo occhi. Un sorriso è un sorriso, e come le lacrime che sono solo lacrime vanno e vengono, passano e ritornano, senza un motivo, per tutte le ragioni possibili.
E il dolore, quando arriva se arriva, ha tutto lo spazio e tutto il tempo di espandersi fino a sparire.
Qui, in questo luogo che chiamo casa perché sono riuscita a pronunciarci il mio nome senza sentirne il peso e perché ogni respiro è uguale all’altro e procedono senza interruzioni, senza accelerazioni. Qui dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare la buio. Qui dove non penso né ai se né ai ma. Qui dov’è il mare sotto la luna piena è metallo fuso che ondeggia e brilla e va e viene.
Qui, dove non cerco ma trovo.
Qui, dove la percezione non deforma l’esistente e l’esistente non controlla la percezione.
Qui, dove non mi faccio domande perché non ho bisogno di cercare risposte e dove un passo è solo un passo.

Prima.

Prima aspettavo.
Cercando educatamente di non soccombere. Aspettavo che fossero gli altri a rivolgermi la parola. Aspettavo che fossero gli altri ad indicarmi l’errore e a porgermi la soluzione. Aspettavo che qualcuno arrivasse a salvarmi da me stessa e dalla mie mancanze. Dalla mia inettitudine.
Prima, aspettavo.
Aspettavo di essere felice.
E credevo davvero che bastasse aspettarla, la felicità. Aspettarla facendo quello che doveva essere fatto. E mi sarei svegliata, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Aspettavo, cercando educatamente, nel frattempo, di non soccombere. Rispettando regole, ruoli e distanze senza inciampare nel tentativo a volte goffo a volte disperato di andare a tempo. Quel tempo che non riuscivo mai a distinguere nitidamente, quel tempo su cui tutti sembravano scivolare senza incertezze, timori, difficoltà.
Quel tempo, quella musica. Quel ritmo che riuscivo a tenere solo per imitazione.
Le cose che devono essere fatte.
Il modo in cui devono essere fatte le cose che devono essere fatte. Prima, nascondevo il fiato corto. Il fiato che si spezzava ad ogni piroetta, ad ogni distacco da colmare, ad ogni salita. Ad ogni curva presa troppo in anticipo o troppo in ritardo.
E aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse.
Quel senso di colpa indicibile e totalizzante. Quel senso di colpa senza volto e senza nome, senza principio e senza fine.
Che il senso di colpa sparisse, inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile. Miracoloso.
Che il senso di inadeguatezza si disfacesse, che il senso di margine su cui accumulavo le mie imitazioni si aprisse masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso perenne di esclusione e non appartenenza che masticava, deglutiva e sicuramente digeriva me.
Prima, aspettavo e mi impegnavo nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto come deve essere fatto. E nell’essere quello che.
Quello che.
Quello che.
Quello che mi avevano insegnato. Quello che mi era stato offerto e raccontato.
Qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere, a cui tutti potessero ricondurre aggettivi positivi e chiari e impressioni rassicuranti. Qualcosa che suscitasse pensieri innocui, qualcosa di cui non preoccuparsi.
Qualcosa di facilmente identificabile.
Ed eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, oppure che non conoscevo e non conosco ma che conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
Prima, la parte più difficile era mettere a tacere i pensieri. Ma forse ve l’ho già detto.
Mettere a tacere i pensieri è fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice.
Senza inciampare.
Dove avevano imparato quella musica? Dove avevano imparato a seguirla così? Avevano comprato lo sparito da qualche parte? Esisteva un reparto del supermercato dove poter trovare certezza e consapevolezza di sé? Ero stupida? Incapace? C’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che per quanto mi sforzassi non sarei mai stata in grado di imparare? Perché avevo sempre la sensazione di aver perso qualcosa? Perché mi svegliavo con dentro un senso di assenza, di dolore? Perché per me era difficile quello che per gli altri sembrava un gioco? Perché, in fondo in fondo, mi sembrava di non desiderare affatto quello che mi si diceva fosse giusto desiderare? Chi ero al di là? Cosa potevo essere? Cosa non volevo essere? Sarei mai stata capace di essere? Perché, in fondo in fondo, qualcosa strideva e trasforma in una cacofonia questa musica su cui scivolano tutti? Sono matta? Sono difettosa? Devo ascoltarmi? Ha un senso quello che penso quando smetto di fare quello che deve essere fatto come deve essere fatto?
Facevo così nei momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Mi facevo delle domande. E non trovavo mai le risposte.
Erano i momenti in cui i pensieri guidavano l’agire e il non agire. Incontrollati e incontrollabili. Erano i momenti in cui mi nascondevo, e mi immaginavo spettinata, malvestita e sbraitante sull’autobus all’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56, i capelli bianchi spessi ma radi. E gli occhi blu, piccoli, nascosti nelle pieghe della pelle.
Momenti.
In cui i pensieri. Le domande. I dubbi.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti.
Prima, intorno a quei momenti, ci cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Un giorno appeso all’altro. Gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati all’esterno nella perenne ricerca dell’approvazione e accettazione del prossimo, qualunque prossimo.
Prima, senza strappi e senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Quello che.
Quello che.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Forte ma non prevaricante. Estranea alla ricerca del conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Prima, da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Da qui lo posso dire.
Prima ero di una bravura estremamente pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, indagata, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia.
Spappolata dall’attesa.
Ma, non mi lasciavo spazi vuoti, porte socchiuse. Vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. Ad imparare e a mettere in pratica quello che, mi avevano assicurato, doveva essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, finalmente, meravigliosamente felice.
Brava a non mostrare mai a nessuno la mia cacofonia mentre tenevo il tempo, il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Unduetre, unduetre, unduetre.
Prima ero brava a nascondermi e a da sconcerti quei momenti.

 

Poi.

Poi sono arrivate le parole.
E ho capito.
L’ho sentito. Ho sentito che le parole potevano farmi felice.
L’ho sentito nel modo in cui spero che anche voi, almeno una volta nella vita, abbiate sentito qualcosa.
In un modo che neanche le parole, nemmeno quelle che sono arrivate a salvarmi la vita, possono descrivere.
Sono arrivate, me le sono trovate tra le mani, sulla lingua, nella testa. Parole che raccontavano cose. Parole che mi dicevano che non ero difettosa.
Allora ne ho cercate altre, altre ancora, sempre di più. Annusandole, toccandole, rimpastandomele nella bocca. Lunghezza, suono, profondità, significato. Suono, ritmo. Tempo, il tempo delle parole.
Poi, tra tutte, ho cominciato a cercare quelle che solo a pronunciarle mi sarebbero brillati gli occhi. Parole, parole. Le mie, solo mie, belle per me, solo per me. Senza chiedermi se a qualcuno, qualunque qualcuno, sarebbero sembrate degne anche solo di un cenno.
Le ho seguite, scovate, pedinate, catturate. Accumulate. Me le sono provate, come si fa con una gonna, un maglione, un paio di scarpe. E me ne andavo in giro vestita di parole.
Poi le sezionavo, e selezionavo. Le ho accartocciate e conservate nelle tasche, nelle borse.
Nei pugni stretti, sotto le lenzuola.
Le ho spiate, odiate anche. Ne ho avuto paura, certo.
Poi le rovesciavo, le masticavo. Le rifiutavo e le accettavo.
Lunghezza, suono, profondità, significato.
Significato.
Una dopo l’altra.
Costruendo me.
Poi, dietro e dentro le parole, ho scoperto mondi inimmaginabili, strade da percorrere che sembravano sbarrate e senza uscita solo un attimo prima. Ho visto le infinite combinazioni, le infinite possibilità.
E la possibilità di non soccombere, così vicina da poterla abbracciare. Accarezzare. Tenerla nelle tasche, nella borsa, insieme alle parole accartocciate, nei pugni stretti sotto le lenzuola.
Poi, inseguendo una parola, ho incontrato delle persone. E usavano le stesse parole che usavo io, le stesse parole. E si vestivano delle stesse parole con cui mi vestivo io.
Allora ho iniziato a stare vicino a queste persone, e ho scoperto altre parole, tantissime parole. Gli rotolavano fuori dalla bocca, una dopo l’altra, come fuochi d’artificio.
Allora anch’io ho fatto rotolare fuori dalla bocca le mie. Ho domandato e ho risposto. Ho condiviso. E ci scambiavamo le parole, i mondi, le strade da percorrere, le possibilità infinite.
E mi sembrava di non essere più sola.
Rotolavano parole da tutte le parti, era un gioco, una gioia. Rotolavano, e saltavano, e schizzavano di qua e di là. Di bocca in bocca, non c’era modo di fermarle.
E io mi costruivo.
Non mi sono accorta subito che qualcosa scorreva, da qualche parte. Come un’infiltrazione.
Le parole rotolavano, saltavano, andavano assaggiate, provate, scelte. Scambiate, prestate, restituite.
Mi sono accorta troppo tardi che non era vero che si vestivano con le parole. Ci stavano a sedere sopra sopra, schiacciandole, soffocandole. E non era vero che ci vedevano le stesse cose che ci vedevo io. Ci vedevano quello che serviva.
Mi sono accorta troppo tardi che ci giocavo da sola, che da sola lo facevo per godere e non per vincere.
Come un’infiltrazione.
Poi, ho visto le parole, quelle parole che mi facevano brillare gli occhi, usate come pietre. Come bastoni. Per convincere, educare, punire. Come chiavi per serrare i lucchetti delle gabbie.
Ho visto le parole sfarsi, liquefarsi. E ricomporsi in mostri irriconoscibili.
Allora mi sono sentita di nuovo inadeguata, di nuovo stretta sul margine.
Mi sono ripresa tutte le mie parole, tutte quante. Anche quelle nuove. E me ne sono andata via da quelle persone, via da quelle pietre, da quei bastoni. Da quelle gabbie.

Da qui, adesso, non so più dire quante volte ho messo in tasca le parole partendo alla ricerca di qualcosa in cui non riuscivo a smettere di credere.
So che ho visto le parole usate come inganno, ho visto usare le parole per controllare, dirigere, premiare e allontanare. Ho visto le parole abusate, storpiate, manomesse.
Poi ho visto le parole usate per esercitare potere. E poi ho scoperto che c’è sempre qualcuno che lo fa.
Anche tra chi usa il mio stesso vocabolario. Anche tra chi usa la mia stessa parte di vocabolario.
Le parole come lacci a far sanguinare i polsi e le caviglie, come bavagli stretti intorno alla bocca. Come manette senza serratura. Come divise da indossare, per marciare, per obbedire. Di nuovo, mi si chiedeva di essere qualcosa. Qualcosa di addomesticato. Di addomesticabile a seconda del bisogno.
In fondo, di nuovo, con molte meno differenze di quanto possa sembrare, educata e accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Accondiscendente. Rispettosa della gerarchia. Stabile. Facilmente maneggiabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro. Qualsiasi altra.
Di nuovo, poi, un ritmo non mio. Di nuovo fuori tempo. Una musica sconosciuta, estranea.
Dolorosa.
Ancora più dolorosa, se possibile.
Come un’infiltrazione.
Da qui, adesso, non so più dire quante volte ho fatto rotolare le mie parole agguantando quelle che mi saltavano intorno perché ho creduto di vedere.
Perché volevo vedere.
Perché avevo bisogno di vedere.
Perché credevo di aver bisogno di vedere.
Quante volte mi sono dovuta fermare, nascondere. Senza fiato, a masticare rabbia e dolore. A sputare bile verde, marcia, amara.
Quanto volte ho cercato di capire. Quante volte ho dovuto scegliere, cosa dimenticare e cosa conservare. Quante volte ho cercato di riconoscermi al di là di tutto. Chi ero. Cos’ero.
E quante domande senza risposta.
E poi, ve l’ho detto, sentivo il peso delle parole.
Quante volte le ho chiuse dentro all’ultimo cassetto pensando così di poterle ignorare.
E allora un passo non era più solo un passo, un gesto non era più solo un gesto.
L’infiltrazione ha corroso le fondamenta e sono crollata, tra polvere e calcinacci.

Da qui, adesso, è tutto molto lontano, come un’eco di qualcosa che so di aver vissuto ma che non ha lasciato le cicatrici che credevo.
Da qui, dove sono arrivata e sono rimasta.
Qui, dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare al buio.

Marilù [appunti per “Avevo ancora qualcosa da dire” #1]

[aggiornamento 14.03.014 – scarica il pdf, rivisto e corretto, di marilù]

 

Marilù si è persa. E nessuno le aveva mai detto che sarebbe potuto accadere. Nessuno le aveva detto che un giorno le sarebbe potuto accadere di guardarsi e non riconoscersi, guardarsi, toccarsi e non conoscersi.
Marilù allora si guarda intorno. Perché ci dovrà pure essere qualcosa, uno stipite, un colore. Un cassetto, un angolo. Ci dovrà pur essere qualcosa che la riporti alla normalità. Un oggetto, qualcosa. Che a guardarlo faccia tornare tutto come prima.
Nessuno le aveva mai detto che il destino non è scritto da sempre e per sempre nel corpo.
Nessuno le aveva mai detto che la strada tracciata le si sarebbe potuta disfare sotto i piedi, così.
No. Non all’improvviso, no.
Qualcosa, un germe, un virus. Sì, un virus, il germe della follia doveva esserle entrato dentro chissà quando. Per esplodere adesso, così. Questo sì all’improvviso. Sì.
E non c’è pentola, o presina, che la possa salvare. Anche solo sollevarla per un attimo.
Marilù si è persa, e il futuro solido maestoso e stabile che aveva sempre, da sempre e credeva per sempre, avuto davanti agli occhi adesso è solo un mucchietto di polvere che il vento si sta già portando via.
Una polvere sottile, ormai impalpabile.
Non riuscirebbe a trattenerlo con le sue lunghe mani bianche che adesso stanno appoggiate sul tavolo e che lei non riesce a staccare, a spostare.
Dalla finestra aperta entra il miagolio straziante di un gatto innamorato. Sembra il pianto disperato di un neonato. A Marilù si drizzano i peli sulla braccia, e sulla nuca, la spina dorsale si inarca come prima di un conato di vomito.
Riesce a muovere i piedi, quelli sì. Sotto al tavolo su cui però non riesce a muovere le mani. Li sposta appena, e le suole delle scarpe scivolano piano sul pavimento su cui ieri ha dato la cera. Ieri era domenica. E la domenica si da la cera ai pavimenti. Ieri era ancora tutto come prima. Come il giorno prima, come il giorno prima ancora. Da sempre, e sarebbe dovuto essere per sempre.
Ieri Marilù lo sentiva ancora quel destino rassicurante scritto nel corpo. Caldo. Non discusso. Non interrogato. Non verificato.
Ma adesso, oggi, che non è più ieri, Marilù sta seduta qui, con le lunghe mani bianche lasciate immobili sul tavolo, il miagolio straziante disperato del gatto neonato che le fa drizzare i peli sulle braccia, sulla nuca.
Adesso, oggi, non ieri e non domani ma adesso, abbandonata in un presente straziante, estraniante, a Marilù gira la testa.
Perché quel destino lo aveva sempre visto scritto nel corpo, nei fianchi, nei seni, nello sguardo, nei movimenti. Un destino che aveva sempre dato per scontato, indelebile. Perfettamente amalgamato, mescolato, aderente ad ogni più piccolo, infinitesimale, pezzo di sé.
Adesso le gira la testa, e vorrebbe alzarsi a prendere e bere un bicchiere d’acqua. Ma ha paura. Che le sue gambe non ce la facciano a sostenere il peso di un corpo vuoto, senza destino.
Adesso, ora, le gira la testa, vorrebbe alzarsi a prendere e bere un bicchiere d’acqua ma ha paura. Assediata, circondata, soffocata da domande di cui non aveva mai intravisto nemmeno il contorno e che ora sono lì, compatte, solidi solide. Urgenti come fossero state dietro l’angolo fino ad un attimo fa, fino a ieri.
Allora sono le domande ad essere scritte nel corpo? Sono le domande il germe, il virus che le si è insediato dentro? Dove? Quando?
Non sa rispondere neanche a queste. Meno che mai a queste. Come se non bastassero tutte le altre.
Le mani immobili sudano. Forse tremano, dentro. Forse tutta Marilù trema dentro. Non c’è nessuno a cui chiedere se sta tremando. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. Non c’è nessuno a cui raccontare di questo momento in cui niente è più come ieri, perché non c’è mai stato nessuno che le aveva detto che sarebbe potuto succedere. Non c’è nessuno a cui chiedere un bicchiere d’acqua.
Resta seduta, le lunghe mani bianche, i piedi che si muovono piano sotto il tavolo. Il miagolio straziante disperato ottuso ripetitivo ossessivo del gatto neonato innamorato.
E il volto luminoso tondo lentigginoso di Aurora le si compone davanti. Gli occhi, il naso, la bocca larga, le guance, gli orecchi, i capelli.
Come uno schiaffo. Come un’epifania del passato.
Come una bolla d’aria che sale dal fondo scuro profondo del mare.
Aurora il destino scritto nel corpo non ce lo voleva avere. Aurora, il destino scritto nel corpo, Marilù riesce a scandire bene le parole, una dopo l’altra, in un sussurro limpido che si mescola al miagolio del gatto disperato neonato impaziente, il destino scritto nel corpo non ce lo aveva.
Aurora il destino l’avrebbe scritto, vissuto, cancellato e riscritto ogni volta che ne avesse avuto voglia. Aurora il destino ce l’aveva inciso nel desiderio, nella prepotenza di quel corpo che era suo. Aurora che diceva che potevano essere tutto, che dovevano poter essere tutto e il contrario di tutto. Aurora che lo mostrava, quel corpo che era suo e senza nessun destino scritto sui fianchi, sui seni, sulle labbra, senza curarsi e preoccuparsi degli sguardi altrui. Senza sentire, negli sguardi altrui, una sentenza di colpevolezza.
Aurora che diceva che dovevano godere, nel corpo e nella mente, senza vergogna. Aurora che diceva che voleva essere lei a scegliere, a sbagliare, e poi a scegliere ancora.
Aurora che gridava, che graffiava, sputava. Aurora che non permetteva a nessuno di indicarle la via. Aurora che andava a guardare dove le strade andavano a finire.
Aurora con quelle mani grandi che toccavano tutto, con quella bocca larga che assaggiava tutto.
Aurora che un giorno l’hai trovata nel bagno al secondo piano, quello vicino all’aula di chimica, coi pugni stretti e gli occhi pieni di lacrime e le pupille dilatate dalla rabbia. Che si è voltata e tu hai avuto paura, e lei se ne è accorta, e allora ha cacciato via la rabbia, ma non le lacrime, e ti ha sorriso e ti ha detto

è che potrebbe essere così semplice, che alle volte mi prende una rabbia che non so dove metterla.

Che poi si è asciugata gli occhi, ti è passata accanto, t’ha sfiorato una mano e se ne è andata.
E gli altri che invece dicevano che Aurora un destino ce lo aveva, scritto sul corpo o meno non aveva importanza. Perché Aurora era solo una puttana, una che non avrebbe mai combinato nulla di buono. Una difettosa, una da non frequentare, perché una così ti può portare solo sulla cattiva strada. Una qualsiasi strada diversa da quella che aveva sempre visto, con l’approvazione di tutti, tracciata davanti a sé.
E sudano le mani, suda la schiena, il collo. Marilù suda e non vuole pensare ad Aurora.
Marilù suda, ha sete e le gira la testa. Marilù riesce a muovere solo i piedi sotto al tavolo. Marilù non riesce nemmeno a piangere. Inchiodata.
Marilù vuole solo tornare a prima. Prima della cera sul pavimento, prima del miagolio straziante ossessivo penetrante del gatto innamorato neonato inconsolabile. Prima. Quando aveva il destino scritto nel corpo e non c’erano domande.
Prima dello squarcio, prima di quella crepa.
Molto prima. Prima che il germe la infettasse, lei e il suo futuro solido e maestoso, espandendosi, corrodendo centimetro dopo centimetro, metro dopo metro, mattone dopo mattone, fino a ridurlo in quel mucchietto di polvere che il vento si sta portando via.
Inchiodata.
Marilù.
Marilù che non ha mai detto no. Marilù che da bambina giocava ma stava attenta a non sporcarsi i vestiti. Marilù, così pura nei sui sguardi sempre privi di malizia. Marilù che si è sempre sentita dire

come sei brava Marilù, così paziente, così buona, così calma. Non ti si sente mai, come se non ci fossi nemmeno. Beato chi ti sposa, Marilù.

Che non si è mai chiesta niente, perché c’era sempre stato qualcuno che si preoccupava di farle sapere tutto.
Marilù e le sue lunghe mani bianche sempre indaffarate.

Marilù, ascoltami bene, non far mai vedere ad un uomo quanto sei intelligente, altrimenti resti sola. E una donna sola cosa può fare, Marilù? Niente? Niente. Tutto? Niente.

Il gatto, le mani, la sete, la cera.

Ah Marilù, pagherei perché fosse geloso. Se un uomo è geloso vuol dire che è innamorato. E poi, Marilù, insomma, la gelosia non ha mai ammazzato nessuno, no?

Le suola delle scarpe, il pavimento.
La spina dorsale inarcata, la testa che gira, le labbra secche. Il sudore.

È nella natura delle donne, Marilù, di tutte le donne. Possiamo sopportare i dolori più grandi, senza mai un lamento. Dobbiamo, sopportare i dolori più grandi senza mai un lamento. 

Le mani, sudate. Il collo rigido. Il lamento pulsante, il miagolio.

Ti prenderai cura di me, Marilù. Lo so. Ti prenderai cura di me per sempre. 

Il vento, la polvere.

Noi donne siamo più forti degli uomini, Marilù. E abbiamo un dono, un potere che loro non hanno. Noi siamo fatte per fare figli, ed è il potere più importante del mondo. 

Il fiato, le ossa, la pelle. I muscoli.

Sei così paziente, Marilù. Sempre pronta a sacrificarti. Lo conosciamo bene, noi donne, il sacrificio.

L’acqua, la gola, i denti, le braccia, le gambe.

Se non c’è una reale necessità, ma perché mai una donna dovrebbe preferire un lavoro alla cura della casa. Dei figli. Non sono luoghi comuni, Marilù. Ci sono dei ruoli distinti, e vanno rispettati. È la natura. 

Il sangue, i polmoni. Le ghiandole.
Il viso tondo luminoso lentigginoso di Aurora.
Il gatto neonato.

E il vento, benedetto vento, che si porta via tutto.
Ma non il corpo bianco di Marilù.

Prima (del qui)

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

Prima, aspettavo. Cercando educatamente di non soccombere.
Aspettavo, di essere felice.
Credevo che bastasse aspettarla, la felicità, per vederla arrivare. Aspettare e fare quello che deve essere fatto.
Prima, credevo che bastasse. Una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi pensavo che mi sarei svegliata felice.
Cercando, nel frattempo, educatamente, di non soccombere.
Di non inciampare nel tentativo di andare a tempo. Il tempo su cui tutti sembravano scivolare senza difficoltà, senza timore, senza incertezze. Quel tempo, quel ritmo.
Le cose che devono essere fatte.
Prima, aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse, come inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile.  Miracoloso. Che il limpido e cristallino senso di inadeguatezza si disfacesse. Che quel senso di margine su cui accumulavo le giornate si aprisse, masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso di esclusione e non appartenenza che stava masticando e deglutendo me.
Mi impegnavo. Nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto. Nell’essere quello che.
Quello che.
Cercavo di essere qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere. A cui tutti potessero ricondurre aggettivi chiari, impressioni rassicuranti. Cercavo di suscitare pensieri innocui. Qualcosa di facilmente identificabile.
Eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, o qualcuno che non conosco ma conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
La parte più difficile, forse ve l’ho già detto, era mettere a tacere i pensieri. Fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice. Mantenere quel passo, seguire quel ritmo. Senza inciampare.
Prima, mi capitava di domandarmi se ci fosse un reparto del supermercato dove poter comprare lo spartito di quella musica, per impararlo quel ritmo. Un reparto del supermercato dove poter comprare, a qualsiasi prezzo, certezze e consapevolezza.
Ma erano i momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Erano i momenti in cui i pensieri prendevano il sopravvento, senza controllo. In cui mi immaginavo spettinata, malvestita, sbraitante sull’autobus affollato dell’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56. I capelli bianchi, spessi ma radi. Gli occhi blu, piccoli. Intensi.
Momenti.
Momenti in cui mi domandavo se magari.
Momenti in cui l’assenza.
Momenti in cui i dubbi. Il dubbio.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti in cui mi domandavo se forse mi ero dimenticata un passaggio fondamentale. O se magari quel qualcuno che non conoscevo ma conosceva me se ne fosse dimenticato.
Momenti.
Intorno cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Fatta di gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati verso l’approvazione e l’accettazione del prossimo. Qualunque prossimo.
Prima, senza strappi, senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Ora, da qui, lo posso dire.
Prima, ero di una bravura pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia. Spappolata dall’attesa.
Ero brava.
A non lasciare spazi vuoti, porte socchiuse, vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. A mettere in pratica per fare quello che deve essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Brava a non mostrare la cacofonia mentre tenevo il passo. Tenevo il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Prima, ero brava a nascondermi. A nascondermi quei momenti.

[prima c’è il qui >>>, auspico anche un poi]

Ni una más – pdf, epub e mobi in download

In questi due anni di lavoro per “Ni una más” ho scritto, pensato, detto e condiviso molte parole.

Per questo, segnalandovi che da oggi potete scaricare “Ni una más” in formato pdf, ePub e mobi,  aggiungo solo queste:

Io e tutta la compagnia abbiamo investito ogni energia a disposizione, e forse anche qualcosa di più. Abbiamo cercato di rispondere a tutte le domande che il femminicidio ti mette davanti. E per cercare di rispondere ad alcune di queste domande abbiamo dovuto mettere a nudo le nostre sensibilità, andando a scavare ognuno nel proprio profondo privato. Quel privato che solitamente, d’istinto, si è più portati a proteggere, tenendolo al sicuro. Sopratutto dalle domande.

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