Roberto #Bolaño [cit. Último atardeceres en la tierra – in Putas asesinas]

En el cielo aparece, de forma por demás silenciosa, un avión de pasajeros. B deja de mirar el mar y contempla el avión hasta que éste desaparece detrás de una suave colina llena de vegetación. B recuerda un despertar, justo un año atrás, en el aeropuerto de Acapulco. Él venía de Chile, solo, y el avión hizo escala en Acapulco. Cuando B abrió los ojos, recuerda, vio una luz anaranjada, con tonalidades rosas y azules, como una vieja película cuyos colores estuvieran desapareciendo, y entonces supo que estaba en México y que estaba, de alguna manera, salvado. Esto ocurrió en 1974 y B aún no había cumplido los veintiún años. Ahora tiene veintidós y su padre debe de andar por los cuarentainueve. B cierra los ojos. El viento hace ininteligibles las voces de alarma del pescador y de los niños. La arena está fría. Cuando abre los ojos ve a su padre que sale del mar. B cierra otra vez los ojos y los vuelve a abrir sólo cuando una mano grande y mojada se posa sobre su hombro y la voz de su padre lo invita a comer huevos de caguama.
Hay cosas que se pueden contar y hay cosas que no se pueden contar, piensa B abatido. A partir de este momento él sabe que se está aproximando el desastre.

Roberto Bolaño
Putas asesinas [Último atardeceres en la tierra]

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Muro di casse – Vanni Santoni – (non)recensione [e piccola mappa emozionale]

Ve lo dico subito.

Qui

una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skateboard, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani

mi sono commossa.

Qui

e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti

mi son venuti dei brividi alti così. Ho [ri]sentito e [ri]visto tutto.

Detto questo.

Vanni Santoni, con Muro di casse, racconta quella “cosa” esplosiva, multiforme, sfuggente ed entusiasmante che ha avuto luogo in Europa tra il 1989 e oggi. Racconta i free party, i rave (pardon, teknival). E lo fa attraverso la forma romanzo, attraverso tre personaggi e tre aspetti fondamentali e, almeno per come mi son vissuta io la “cultura rave”, imprescindibili l’uno dall’altro; i sensi, l’intelletto e lo spirito.
Muro di casse racconta di quest’onda anomala di corpi danzanti in giro per l’Europa, di questi muri di casse eretti per festeggiare, per gioire, per godere. Per ballare. Perché ballare è bello, anzi il ballo è celebrazione, è rito, è il più elementare abbandono dell’io, i bambini lo sanno, basta che li metti davanti a una cassa e ballano, i bambini senza che nessuno glielo insegni girano su se stessi fino a stordirsi.
Muro di casse racconta, la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: della cosa migliore realizzata dalla mia generazione.
Perché se la gioia, e il ballare, non vi sembrano motivi sufficienti, ma potrebbero e dovrebbero, nella “cultura rave” c’è molto altro. Tutto collegato.
Ci sono i sensi, c’è l’intelletto e c’è lo spirito.
C’è l’occupare e il liberare spazi, e c’è la molteplicità. C’è il  viaggio e il non essere cosa fissa ma cosa in perpetuo movimento. C’è l’assenza di gerarchia. E scusatemi se è poco.
E certo, sì. Ci sono le sostanze. Altrimenti sarebbe come dire che è bello farsi l’Oktoberfest senza droghe, cioè senza birra. Certo, se il tuo hobby è stare a guardare la gente ubriaca.
E tutte queste cose collegate tra loro, Muro di casse le racconta molto bene.
Traccia una mappa fisica, dall’Inghilterra e poi giù ad ovest e poi a est, racconta la nascita di questa onda anomala, si interroga sul suo discusso, presunto, dichiarato e dibattuto declino, collega la storia di questa onda anomala alla società, ai media, ai cambiamenti, dentro e intorno.

Ma soprattutto, traccia una mappa interna.

Perché Muro di casse è un romanzo e non un saggio.
E perché ognuno di noi ha una sua mappa, personale, piena di bassi.
Una moltitudine di mappe nella mappa.
Un caos di mappe.

La mia inizia nel 1994, in una casa occupata fiorentina. Dalle casse dello stereo esce una cosa che non avevo mai sentito prima. Una marea montante di battiti. Una sensazione di benessere.
Passa dalle strade di Bologna durante le Street Parade, la prima nel 1996 (?). Da un capodanno a Casalecchio (il 1999?). Arriva fino a Zurigo (estate 2001?). Ripassa da Firenze per 72 ore nel 2003 (l’unica data certa che ho, sarà che mi sono innamorata tra un basso e l’altro). Saltella in un bosco di ulivi in Salento (estate del 2004?). Centri sociali. Campi. Boschi. Il salotto di casa mia. Giuro.

Non sono brava con la geografia e con le date.

La mia mappa sta nella sensazione di aver partecipato, ad intermittenza, liberamente, a qualcosa di enorme e senza forma. Senza una testa e senza una coda, solo un corpo. Fatto di corpi. Corpi in festa.
Sta nell’urtarsi, guardarsi, sorridersi e abbracciarsi. Nel non essermi mai sentita in pericolo. Nel non essermi mai sentita preda. Mai. Nel non essermi mai sentita sola. Nel non essermi mai sentita fuori luogo.
Nella testa fuori dal finestrino della macchina e “li senti i bassi?” “sì, a destra, a destra, arrivano da destra”.
La mia mappa sta nell’insurrezione del “qui e ora”. Nel dare un calcio in culo al luna park del divertimento istituzionalizzato. Nel toccare con mano quanto l’essere umano sia capace di grandi cose quando agisce e si muove liberamente nella costruzione di un desiderio collettivo.
Nel petto che rimbalza, i piedi, le gambe, le braccia. Nell’abbandono nell’onda. Nello stupore di fronte alla marea. Nelle grida di gioia che si alzavano a tratti da quelle maree. Nelle vibrazioni che schizzavano da una parte all’altra.
Nel perdersi per un minuto, o un’ora o chissà.

mdccopertina

Muro di casse
Vanni Santoni
Laterza (collana Solaris)
2015
pp. 135

Annie Ernaux [cit. Gli anni]

[…] Più ancora che un modo di affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà, quella tentazione di perdersi in un uomo che ha già conosciuto (come nella foto del liceo di cinque anni prima) e di cui ha vergogna. Nessuna voglia di sposarsi o di avere dei figli, la maternità le pare incompatibile con la vita dello spirito. Ad ogni modo è sicura che sarebbe una pessima madre. Il suo ideale è l’unione libera di una poesia di André Breton. A volte si sente schiacciata sotto il peso delle cose che ha imparato. Ha un corpo giovane e un pensiero vecchio. Sul diario ha scritto che si sente «stomacata da idee passepartout, satura di teorie», che è «alla ricerca di un altro linguaggio» per «tornare a una purezza primigenia», sogna di scrivere in una lingua sconosciuta. Le parole le sembrano soltanto «un ricamino ai bordi di una tovaglia di notte». Altre frasi contraddicono questa stanchezza: «Sono un volere e un desiderio». Non dice quale. […]

[…] Ora le voci erano vibranti, aggressive, si interrompevano senza tante cerimonie. I volti esprimevano la collera, il disprezzo, il godimento. La libertà dei gesti e l’energia dei corpi bucavano lo schermo. Se di rivoluzione si trattava, era in quei cambiamenti dei modi di fare che si stava davvero compiendo, in quella nuova espansività, in quella rilassatezza, in quei corpi seduti dove e come capitava. Quando il ricomparso de Gaulle – ma da dove sbucava? lo speravamo uscito di scena definitivamente – riesumava con una smorfia di disgusto il termine chienlit per parlare di quella che ai suoi occhi era solo una pagliacciata, senza nemmeno sapere cosa volesse dire quel vocabolo desueto percepivamo tutto lo sdegno aristocratico che gli suscitava la rivolta, ridotta a una parola che richiamava alla mente escrementi e amplessi, brulicare animalesco, scatenarsi degli istinti.

Non facevamo caso al fatto che non stesse emergendo nessun leader operaio. Con la loro aria paterna i dirigenti del PC e dei sindacati continuavano a determinare i bisogni e le volontà. Si precipitavano a negoziare con il governo – che tuttavia era quasi immobile – come se non si potesse ottenere niente di meglio che l’aumento del potere d’acquisto e l’innalzamento dell’età pensionabile. Guardandoli uscire dal Ministero del lavoro dopo gli accordi di Grenelle, tutti intenti a enunciare pomposi, con parole che avevamo già dimenticato da tre settimane, le «misure» alle quali il potere aveva «acconsentito», ci si sentiva venir meno. […]

Annie Ernaux
Gli anni
L’Orma Editore