Letizia Muratori [cit. Come se niente fosse]

«Prima leggo, ma poi scrivo» le dissi.
«Sul serio?» Giacinta smise di accarezzare Belli e dannati.
«Sì, ricopio le pagine che mi piacciono su un quaderno».
«Ma che stranezza».
«È come disegnare, se sapessi disegnare le disegnerei, quelle pagine».
«Interessante, e perché lo fai?».
«Così mi sembra quasi di averle scritte io. E mentre copio mi sento meglio».
«Però non si fa. Se ti piace scrivere, magari ispirati ai libri che leggi, e poi prova a buttar giù qualcosa di tuo».
Per me scrivere era davvero come disegnare, un gesto della mano. Dovevo allenarmi, tentare di riprodurre quegli spazi sicuri e inaccessibili, e così cominciai a fare come con le imitazioni. A imitare ero proprio brava, tutti mi chiedevano sempre: ti prego, facci questo e quello. A un certo punto, da un deserto di pensiero mi veniva fuori qualcosa che non aveva più niente a che fare con il modello, ma era un’invenzione di gesti e battute su cui potevo andare avanti a oltranza. Ci provai: dal copiato passai all’imitazione. Riga dopo riga, percorrendo quelle pagine con l’accanimento di chi va in bici a rotelle, vennero fuori i miei primi, stentati paesaggi. Avevo imparato a pedalare, e potevo cadere in ogni momento, ma non tornare indietro.

Letizia Muratori, Come se niente fosse
Adelphi

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Roberto Bolaño “Tra parentesi”

Dicevo, nella mia (non)recensione di 2666,

[…] Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. […]
Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito. […]

Adesso, giunta alla fine di Tra parentesi, non posso che rassegnarmi all’idea che è così che leggerò tutti i libri di Roberto Bolaño.
Da lettrice (prima di tutto) e da scrittrice. Inevitabile, direi, vista la natura di questo libro.

Scrive Calvino nelle sue Lezioni americane:
“[…] ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.”
Mi è venuta in mente quasi subito questa frase, leggendo Tra parentesi.
Una raccolta di articoli, recensioni, discorsi, interventi in cui Bolaño ci parla di libri, di letteratura e, inevitabilmente, di sé.
Un testo che non è, e non vuole essere, una biografia  ma che diventa la descrizione di una vita, questo sì, che si dipana attraverso i libri. Tanti libri. Tantissimi libri.
La biblioteca(di Babele) di Bolaño, intima e pubblica. La sua formazione letteraria. Gli autori imprescindibili, e quelli di cui fa volentieri a meno. I libri rubati durante l’adolescenza, e quelli che chissà come è stato possibile ma sono andati persi. I versi letti e letti ancora una volta. Autori e autrici del panorama letterario sudamericano, ma anche Philip Dick, Burroughs, Ellroy, Swift, Twain.
Tutto questo diventa, per me, da lettrice, una lunga, lunghissima lista di autori e titoli da scoprire (e riscoprire).

E poi c’è il Cile, l’unico paese al mondo che assomigli ad un corridoio, il sentirsi più sudamericano che cileno e il suo personale pensiero sull’esilio,

[…] non saremo tutti esuli? Non staremo vagando tutti in terra straniera?  Il concetto di “terra straniera” (così come quello della “propria terra”) presenta alcune lacune, apre nuovi interrogativi. La “terra straniera” è una realtà oggettiva, geografica, o piuttosto una costruzione mentale in continuo movimento? […].

E Pinochet, la dittatura e una certa idea sul nazionalismo che è nefasto e cade per il proprio peso. Non so se capite l’espressione ‘caer por su propio piso’; immaginate una statua fatta di merda che affondi nel deserto: bene, questo è cadere per il proprio peso.

La posizione chiara nei confronti della sinistra cilena dalle convinzioni profondamente destrorse e della destra cilena neonazista e adesso smemorata.

Il suo amore per la poesia,

[…] Se dovessi rapinare la banca più sorvegliata d’America, nella mia banda vorrei solo poeti. La rapina si concluderebbe in modo disastroso, probabilmente, ma sarebbe bellissima. […]

e il suo amore per Borges.

E poi. Da scrittrice. Un’idea di letteratura, che a differenza della morte, vive all’aria aperta, senza riparo, estranea ai governi e alle leggi, tranne che alla legge della letteratura che solo i migliori fra i migliori sanno infrangere. E allora non c’è più letteratura, ma esempio.

Ma sopratutto, tutt’altro che tra parentesi, c’è il coraggio. Che percorre e incide le pagine di questo libro.

Il coraggio di aprire gli occhi nel buio.
Il coraggio che ai poeti serve per non gettarsi da una scogliera o non spararsi un colpo in bocca, e, davanti al foglio bianco, serve all’umile scopo della scrittura.
Il coraggio. Il coraggio. Il coraggio.

E quindi due domande.

Una innocua, da lettrice, una domanda a cui non è davvero necessario rispondere. Una domanda che in realtà non la cerca nemmeno una risposta. Quanto tempo impiegherò a scoprire e riscoprire tutti gli autori e i libri della mia lunga lista?

Un’altra, tutt’altro che innocua. Tutt’altro che evitabile. Da scrittrice.
Se apro gli occhi e con coraggio li tengo ben aperti, cosa vedo scrutando il buio, scrutando l’abisso?

E per finire una nota.
C’è un testo, dentro a Tra parentesi, che si chiama “Parole venute dalle spazio”. Le parole venute dallo spazio sono state registrate da un radioamatore martedì 11 settembre 1973.
Sono le voci del golpe in Cile.
Sono la Interferencia secreta >>>

Tra parentesi, Roberto Bolaño, Adelphi

Roberto Bolaño

Tra parentesi
Saggi, articoli e discorsi (1998-2003) 

A cura di Ignacio Echevarría
Traduzione di Maria Nicola
Adelphi
Saggi. Nuova serie
2009, pp. 379

 

2666 – Roberto Bolaño – Ci provo

Io non lo so mica se sono capace di parlare di 2666. La sensazione è che ci sia molto, molto altro, al di là quello che ho letto. Dentro quello che ho letto.

Un edificio immenso. Cinque ingressi, cinque uscite apparenti. Porte che si aprono su altre porte. Alcune si chiudono, altre restano spalancate. Una stanza dentro l’altra. Soffitte collegate con cantine. Un dedalo di corridoi. Parole su parole. Pensieri su pensieri. Tecniche e stili. Ritmi. Un universo. Un coro di voci, un palco, una folla di attori. Le narrazioni nella narrazione. Si cerca una strada, una chiave, finché non ci si rende conto che l’unica cosa da fare è perdersi. Una pagina dopo l’altra. Una parola dopo l’altra. Imboccare strade senza uscita, raccogliere e conservare le chiavi.

L’ossessione e i sogni ripetuti, la poesia della solitudine, l’incessante incedere degli omicidi. L’amore. La violenza. L’orrore. Lo scrittore. La ricerca. La storia. La scrittura.

Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. Accarezza e spintona. Accoglie e respinge. Suoni, odori. Immagini. Una scrittura capace di contenere tutto. Una libidine lunga poco meno di un mese. Incollata, immersa. Felice.

Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito.

E lo sapevo che non ne ero capace.

2666
Roberto Bolaño
p. 936
Adelphi

L’arte del romanzo – Milan Kundera – Estratto

Ultimamente leggo tutto e leggo niente. Tra le altre cose, “L’arte del romanzo” di Milan Kundera. Nell’attesa di un ragionamento su questo testo, non privo di collegamenti con le Lezioni Americane di Calvino per quanto riguarda molteplicità e “funzione” del romanzo/letteratura, metto qua sotto un estratto. Si parla del personaggio, in letteratura.

[…]
In altre parole: qual è il modo non psicologico di cogliere l’io? Cogliere un io vuol dire, nei miei romanzi, cogliere l’essenza della sua problematica esistenziale. Cogliere il suo codice esistenziale. Scrivendo L’insostenibile leggerezza dell’essere, mi sono reso conto che il codice di questo o di quel personaggio è composto di un certo numero di parole-chiave. Per Tereza: il corpo, l’anima, la vertigine, la debolezza, l’idillio, il Paradiso. Per Tomáš: la leggerezza, la pesantezza. Nella parte intitolata “Le parole fraintese” esamino il codice esistenziale di Franz e quello di Sabina, analizzando diverse parole: la donna, la fedeltà, il tradimento, la musica, il buio, la luce, i cortei, la bellezza, la patria, il cimitero, la forza. Ognuna di queste parole ha un significato diverso nel codice esistenziale dell’altro. Certo, questo codice non è analizzabile in abstracto, si rivela progressivamente nell’azione, nelle situazioni. Prendiamo La vita è altrove, la terza parte: l’eroe, il timido Jaromil, è ancora vergine. Un giorno, mentre passeggia con la sua amica, lei ad un tratto gli posa la testa sulla spalla. Jaromil è al colmo della felicità ed è anche fisicamente eccitato. Io rifletto su questo miniavviamento e constato: “la più grande felicità conosciuta da Jaromil fino a quel momento era stata sentire la testa di una ragazza posata sulla propria spalla”. Prendendo le mosse da questa constatazione, cerco di cogliere l’erotismo di Jaromil: “La testa di una ragazza per lui significava più del corpo di una ragazza”. Il che non significa, come preciso, che il corpo gli fosse indifferente, ma che “non desiderava la nudità di un corpo di ragazza; desiderava un viso di ragazza illuminato dalla nudità del corpo. Non desiderava possedere un corpo di ragazza; desiderava un viso di ragazza il quale come prova d’amore gli facesse dono del corpo”. Cerco allora di dare un nome a questo atteggiamento. Scelgo la parola tenerezza. Ed esamino questa parola: che cos’è in realtà la tenerezza? Arrivo a una serie di risposte: “La tenerezza nasce nel momento in cui, rigettati sulla soglia dell’età adulta, ci si rende conto con angoscia dei vantaggi dell’infanzia, i vantaggi che da bambini non si potevano capire”. E poi: “La tenerezza è il terrore di fronte all’età adulta”. E ancora un’altra definizione: “La tenerezza è il tentativo di creare uno spazio artificiale in cui valga il patto di trattarsi l’un l’altro come bambini”. Come vede, io non mostro quello che accade nella testa di Jaromil, ma piuttosto quello che accade nella mia testa: osservo a lungo il mio Jaromil, e cerco di avvicinarmi, un passo dopo l’altro, al cuore del suo atteggiamento, per capirlo, per dargli un nome, per coglierlo.

Nell’Insostenibile leggerezza dell’essere, Tereza vive con Tomáš, ma il suo amore esige da lei una mobilitazione di tutte le sue forze e un giorno, improvvisamente, essa non ce la fa più, vuole tornare indietro, “in basso”, da dove era venuta. Io allora mi domando: che cosa succede? E trovo la risposta: è stata presa da una vertigine. Ma che cos’è la vertigine? Cerco la definizione e dico: “l’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere”. Ma subito mi correggo, e preciso la definizione: “la vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancora più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso”. La vertigine è una delle chiavi per capire Tereza. Non è la chiave per capire me o per capire lei, Salmon. Eppure, sia lei che io conosciamo questo tipo di vertigine almeno come una nostra possibilità, come una delle possibilità dell’esistenza. Ho dovuto inventare Tereza, un “io sperimentale”, per capire questa possibilità, per capire la vertigine.
[…]

Bello ve’?

L’arte del romanzo
Milan Kundera
Adelphi Piccola Biblioteca
pp. 228