L’armata dei sonnambuli – Wu Ming – (non)recensione

armata dei sonnambuli

 

Wu ming
L’armata dei sonnambuli
Einaudi (Stile libero big)
2014, 796 p
copertina: Andrea Alberti, Chialab

 

 

Una copertina che è la fine del mondo. Un romanzo che è la conclusione di un percorso iniziato con Q, uno dei libri che m’ha cambiato la vita, che mi ha insegnato che non si deve proseguire l’azione secondo un piano e che anche io ho una cosa che devo fare. Un personaggio, per me, sopra a tutti gli altri, Marie Nozière. I suoi artigli e una lacrima sopra pagina 597, il suo romanzo nel romanzo, i suoi nodi, la sua forza, i suoi buchi neri e quella sensazione di aver tralasciato qualcosa. Una scrittura eccellente, e viva, che si scapicolla per le strade di Parigi, sale sui tetti, reclama il pane e agguanta bastoni e chissene, quello era il giorno. Diramazioni narrative che impongono la rilettura e l’approfondimento, Storia e Romanzo a braccetto. Il vecchio mondo che si frantuma e tenta di ricomporsi, ancora si frantuma e ancora si ricompone, finché non troveremo il modo di frantumarlo definitivamente ed irrimediabilmente. E corrispondenze con il presente che sorprendono solo se non si è mai guardato alla Storia con la giusta attenzione. E le donne, diverse, uguali, l’hanno iniziata loro la cagnara, donne in cerca di una strada, in cerca di una Rivoluzione nella Rivoluzione a partire dallo strappo, dal taglio, dall’eccezione. La controrivoluzione, che, per qualcuno, non è l’opposto di una rivoluzione: la controrivoluzione è la rivoluzione opposta. E  il Terrore. E la parte smerda, che «Terrorista» era chiunque rammentasse al prossimo che anche i ricchi cagano. La parte smerda perché, tanto, eravam tutti te’o’isti. E la fame, quella che la testa non funziona più come prima, s’incaglia. E frasi come stilettate, come sassi lanciati lontano con notevole precisione. Parole che eccitano gli animi e causano turbamento dell’ordine pubblico, perché il potere rivoluzionario rispetta la libertà d’opinione, ma attenzione a quel che si dice. Una narrazione in armonia con lingua e linguaggio, ricercata e colma di dettagli che creano un’insieme compatto, tangibile, fin negli odori, fin nella massa, nel popolo, che si muove, avanza, arretra, ancora avanza, vive, muore, ride, piange e fa la Storia.

E l’Atto quinto.

E Scaramuche siamo noi.

 

 

wu ming foundation

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Il seggio vacante – J.K. Rowling

Si può parlare dell’ultimo libro di J.K. Rowling senza citare o fare alcun riferimento alla saga di Harry Potter (pur avendo letto ripetute volte tutti i sette libri che la compongono)?
Io credo di sì. E infatti non farò né l’una né l’altra cosa.
Mi limiterò a dire che è stato inizialmente straniante leggere le parole “masturbazione” o “scopare” invece di “pozione polisucco” o “gorgosprizzi”.
Sono bastate però pochissime pagine per dimenticarmi di Hogwarts e dei babbani.

J.K. Rowling, con Il seggio vacante, ci porta dritti dritti nella meschinità e nella temibile mediocrità di una piccola cittadina inglese. Che potrebbe essere benissimo una piccola cittadina italiana.
La morte improvvisa di uno dei membri del Consiglio scoperchia il secchio dell’immondizia, e i piccoli e grandi vermi vengono fuori, uno ad uno.
Le invidie e le ipocrisie. I giochi di chi il potere ce l’ha, e quelli di chi il potere lo verrebbe avere. Famiglie all’apparenza perfette che si sfaldano pagina dopo pagina. Lo squallore della medio borghesia che vuole espellere il quartiere dei reietti come si espelle un cancro, lo squallore di chi difende il quartiere dei reietti finché le proprie piccole, piccolissime vite costruite sull’apparenza non entrano in contatto diretto, reale, con quei reietti. L’ipocrita buonismo progressista di sinistra (se fossimo in Italia).
Le vite, intime e pubbliche, degli adulti e degli adolescenti di Pagford si intrecciano e si accavallano attraverso piccoli e grandi scandali, genitori che alzano le mani sui figli, salumieri con manie di grandezza, gelosie, uomini incapaci, donne alla ricerca di qualcosa che hanno irrimediabilmente perduto, figlie che si infliggono dolore per liberarsi dal dolore, figli che non sanno nemmeno più come odiare chi li ha messi, o non messi, al mondo, rapporti di forza, silenzi e disagio.

Mi hanno detto che c’è chi s’è sperticato le mani gridando al capolavoro. Ecco, io non lo definirei tale.
Ma la Rowling sa scrivere, nel suo modo semplice e lineare. Può non piacere, per carità, ci mancherebbe altro. Ma sembra conoscere quello di cui parla e sembra desiderosa di comunicare altro oltre alla storia che ci racconta. Sa far emergere i personaggi anche solo con due tre tratti e ha un’invidiabile abilità nel descrivere i movimenti dell’animo in subbuglio dentro agli adolescenti. Si avvale di molti stereotipi, bisogna dirlo, in questo romanzo, ma li mescola a piccoli e grandi dettagli per costruire una trama estremamente plausibile, ahimè, e per restituirci uno squarcio di società che chiunque di noi può vedere e che molti di noi negano. O avvallano.

Il seggio vacante
J.K. Rowling
Salani Editore

il seggio vacante J.K. Rowling