vi odio tutti [presenti esclusi]

“Ormai la odiavo. Impensatamente quell’emozione di odio – che loro dicevano essere peccato – mi diede una sferzata di gioia così forte che dovetti stringere i pugni e le labbra per non mettermi a cantare e a correre. Appena mi sentì più calma, timidamente dissi a bassa voce: la odio, per vedere se l’effetto si ripeteva o se un fulmine si abbatteva sulla mia testa. Fuori pioveva. La mia voce mi colpì come un vento fresco che mi liberava la fronte e il petto dal timore e dalla malinconia. Come poteva essere che quella parola proibita mi dava tanta energia? Ci avrei pensato dopo. Adesso dovevo solo ripeterla ad alta voce, che non mi sfuggisse più, e: la odio, la odio, la odio, gridai dopo essermi assicurata che la porta fosse ben chiusa. La corazza di malinconia, si staccava a pezzi dal mio corpo, il torace si allargava scosso dall’energia di quel sentimento.”
[Goliarda Sapienza, L’arte della gioia]

Ti odio. Odio te è il tuo egocentrismo patologico. Ti odio, anche a te, che per non vedere la merda che sei dici che la merda sono io. Odio te, e il tuo “il mondo non si cambia, va così e così deve andare”. Ti odio. Ti odio. Ti odio. Odio te e “se ci sono delle regole vanno rispettate”. Ti odio. Ti odio, te e il tuo guardarmi valutando quanto sono scopabile. Odio anche te, “le donne sono più sensibili, più accomodanti per natura”. Ti odio. Te e il tuo sorriso di circostanza, ti odio. Te e il tuo mediocre punto di vista, ti odio. Odio te, infame. E odio anche te che non hai mai fatto un cazzo e adesso mi insegni come si fa la rivoluzione. Odio anche te e il tuo “il femminicidio non esiste”. Odio te, e te, e te. E te, che vuoi trascinarmi in fondo, sempre più in fondo. Odio te, le tue mani e le tue parole inopportune. Odio te, che vuoi stabilire un prezzo per le mie parole. Odio te. Te e te. Odio te, che pensi di sapere chi sono. Odio te, che mi guardi e mi biasimi. Odio anche te, e il tuo “cambierai idea, tutte le donne si realizzano nella maternità, è successo a me succederà anche a te”. Odio te e il cancro della delega che ti porti appresso. Odio te e il tuo “abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi e che ci dica cosa fare”. Odio anche te e il tuo costante bisogno di avere un’opinione su tutto. Odio anche te e la tua mancanza di immaginazione. E te, e te e te. Te, con il tuo politichese. Te, che non hai mai letto un libro ma sai qual è la letteratura migliore. Te, e la meritocrazia. Odio te e le sbarre che difendi. Odio anche te e il tuo razzismo da bar dello sport. E te, che hai così tanta paura di vivere. Te, che hai così tanta paura di quello che sei. Te, che hai così tanta paura di quello che pensi. E te e il tuo “era solo una battuta, un complimento innocente”. Ti odio. Te, “non ce l’ho con gli omosessuali ma mi da fastidio che si bacino in pubblico”, ti odio. Ti odio. Ti odio. Odio anche te, che mi hai appiccicato addosso un ruolo e ti incazzi se me ne voglio liberare. Te, che hai sempre la soluzione per tutto, ti odio. Te, che parli senza sapere di cosa, ti odio. Te, che sorridi perché hai capito tutto, ti odio. Te, che provochi pensando d’essere spiritoso, ti odio. Te, che mi togli l’aria, ti odio. Ti odio, ti odio, te anche. Te, vieni qui, fatti vedere. Sì, odio anche te.

Vi odio tutti [presenti esclusi].

Ecco. Ora mi sento meglio.

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prima e adesso

Le persone non mi interessano più, ecco qual è il problema.
Le persone non mi interessano più. E non mi colpiscono, non mi emozionano. Non mi commuovono. Non mi fanno incazzare.
Prima le persone erano storie. Erano grumi di parole da sviluppare, grumi di parole come nuclei di partenza. Prima, le persone, erano potenziali incarnazioni di particolari sguardi obliqui, e necessari, sul mondo. Le persone, prima, erano mondi. Piccoli mondi da narrare.
Adesso le guardo, le persone, e non sento niente, non vedo niente. Non immagino niente.
Prima era il caos. Ad ogni passo, in ogni situazione. Per strada, sul tram, in treno. Dappertutto.
Ecco qual è il problema. Ecco perché, in un certo senso, non scrivo più.

Perché non scrivo più le mie storie.

Perché prima, le persone mi parlavano.
Le mani arrossate e gonfie strette intorno ai sacchetti della spesa. Lo sguardo perso oltre il finestrino del treno. Il passo rapido e la cadenza frettolosa di un paio di tacchi. Un sorriso fatto a niente e a nessuno. Tutti, prima, erano lì a raccontarmi una storia.

Prima, le persone, erano fatica, sogni da inseguire, sogni realizzati, sogni irrealizzabili. Erano rabbia sepolta da portare alla luce. Erano ribellioni possibili.
Ecco. Prima, le persone, erano insurrezioni possibili.
E mi parlavano.
Adesso, no. Adesso non sento, non vedo e non immagino niente.
Ecco qual è il problema.
Niente più storie da far deflagrare all’improvviso. Niente potenziali esplosioni.
Perché prima, le persone, incarnavano le infinite possibilità. Erano variabili impazzite, traiettorie deviate. Piccoli mondi possibili. Prima, le persone, mi interessano, mi parlavano, mi emozionavano, mi facevano incazzare.
Adesso. Adesso no.
Sono lo stesso schema ripetuto. Sono il binario morto.

Ecco.

ni una más, in scena a Trieste

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i piedi della compagnia, importanti almeno quanto la testa

 

Signore, signori

si va in scena!

martedì 16 aprile, alle ore 18.00

al Teatro Instabile Miela di Trieste

qui >>> tutte le informazioni

L’emozione sfreccia su e giù.