Prima (del qui)

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

Prima, aspettavo. Cercando educatamente di non soccombere.
Aspettavo, di essere felice.
Credevo che bastasse aspettarla, la felicità, per vederla arrivare. Aspettare e fare quello che deve essere fatto.
Prima, credevo che bastasse. Una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi pensavo che mi sarei svegliata felice.
Cercando, nel frattempo, educatamente, di non soccombere.
Di non inciampare nel tentativo di andare a tempo. Il tempo su cui tutti sembravano scivolare senza difficoltà, senza timore, senza incertezze. Quel tempo, quel ritmo.
Le cose che devono essere fatte.
Prima, aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse, come inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile.  Miracoloso. Che il limpido e cristallino senso di inadeguatezza si disfacesse. Che quel senso di margine su cui accumulavo le giornate si aprisse, masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso di esclusione e non appartenenza che stava masticando e deglutendo me.
Mi impegnavo. Nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto. Nell’essere quello che.
Quello che.
Cercavo di essere qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere. A cui tutti potessero ricondurre aggettivi chiari, impressioni rassicuranti. Cercavo di suscitare pensieri innocui. Qualcosa di facilmente identificabile.
Eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, o qualcuno che non conosco ma conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
La parte più difficile, forse ve l’ho già detto, era mettere a tacere i pensieri. Fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice. Mantenere quel passo, seguire quel ritmo. Senza inciampare.
Prima, mi capitava di domandarmi se ci fosse un reparto del supermercato dove poter comprare lo spartito di quella musica, per impararlo quel ritmo. Un reparto del supermercato dove poter comprare, a qualsiasi prezzo, certezze e consapevolezza.
Ma erano i momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Erano i momenti in cui i pensieri prendevano il sopravvento, senza controllo. In cui mi immaginavo spettinata, malvestita, sbraitante sull’autobus affollato dell’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56. I capelli bianchi, spessi ma radi. Gli occhi blu, piccoli. Intensi.
Momenti.
Momenti in cui mi domandavo se magari.
Momenti in cui l’assenza.
Momenti in cui i dubbi. Il dubbio.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti in cui mi domandavo se forse mi ero dimenticata un passaggio fondamentale. O se magari quel qualcuno che non conoscevo ma conosceva me se ne fosse dimenticato.
Momenti.
Intorno cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Fatta di gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati verso l’approvazione e l’accettazione del prossimo. Qualunque prossimo.
Prima, senza strappi, senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Ora, da qui, lo posso dire.
Prima, ero di una bravura pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia. Spappolata dall’attesa.
Ero brava.
A non lasciare spazi vuoti, porte socchiuse, vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. A mettere in pratica per fare quello che deve essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Brava a non mostrare la cacofonia mentre tenevo il passo. Tenevo il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Prima, ero brava a nascondermi. A nascondermi quei momenti.

[prima c’è il qui >>>, auspico anche un poi]

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chiudi bene la porta, che stasera tira vento

Chiudi bene la porta, che stasera tira vento, è un vento fortissimo. Tira su per aria le cartacce da terra e se le porta via, fa oscillare gli alberi e sbattere le persiane.
Chiude bene, chiudi bene la porta per favore.
Chiudi anche la finestra, chiudi tutto. Il vento mi fa paura, mi ha sempre fatto paura.
E stasera non ho voglia di avere paura. Mi metto qua, nell’angolo comodo del divano e provo a non fare rumore. Respiro piano, passami solo la coperta. Non ho freddo, no, ma fuori c’è il vento, e il vento mi fa paura e con la coperta addosso mi sento più tranquilla.
No, non leggo stasera. Guardo le pagine ma mi sfuggono le parole, non riesco a stringerle, non riesco a tenerle in ordine. Se ne vanno via senza dirmi niente. Sarà colpa del vento, chi lo sa.
Sì, puoi sederti qua vicino a me ma non ho voglia di parlare. Non saprei cosa dire, ho pensato troppo oggi. Ho pensato troppo a cose a cui non mi andava di pensare e ora sono un po’ stanca.
Mi piacerebbe che fosse inverno, almeno stasera. Questa stanchezza appartiene all’inverno. Domani no, domani voglio il sole, e il caldo. E passeggiare da qualche parte, ti va? Bene, allora domani ci facciamo una passeggiata.
Hai sentito? Ho sentito un rumore. Sì, hai ragione, sarà il vento. Maledetto vento, lo odio. Hai chiuso bene la porta? Sì, lo so che non è solo colpa del vento se stasera son così, lo so. Ma non ho voglia di pensarci, preferisco dare la colpa solo al vento.
Mi tremano ancora un po’ le mani, lo so, ma non ti devi preoccupare. È normale, sono i pensieri che si assestano. Ci sono abituata, mi conosco. So come sono fatta, quando penso troppo poi i pensieri si devono assestare e mi tremano le mani. No, non c’entrano le sigarette e nemmeno il caffè. Sono i pensieri, credimi.
Cosa penso di fare? Non penso di fare niente, semplicemente. Non c’è niente che io possa fare. Non stavolta, non è compito mio.
Un bicchiere di vino? Sì, beviamo un bicchiere di vino.
No, non posso fare niente. Vorrei, in un certo senso, ma non posso. Vorrei in un senso astrattatto, se così si può dire. Vorrei sempre fare qualcosa, in questo senso dico, in senso generale, se stessimo discutendo per ipotesi e non nella concretezza. Mi dispiace sempre quando succedono queste cose. È una specie di perdita, no? Buono questo vino, ricordiamoci di prenderne ancora. Si, è come se perdessi qualcosa quando le cose vanno a finire così.
Senti, senti che vento. Mettiamo un po’ di musica, sì? Un po’ di musica così non sento il vento. Domani dove andiamo a camminare? Ho voglia di far andare i piedi uno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Decidiamo domani, domani ci alziamo e decidiamo.
Sì, me lo domando cosa succederà. Ma non ce l’ho una risposta, e non è un problema. Avessi sempre tutte le risposte, sapessi sempre rispondere a tutte le domande che domande sarebbero? Sarebbero solo ragionamenti ininterrotti, un unico lunghissimo, noiosissimo discorso. Oddio, m’è partita la vena filosofica. Sarà il vino.
No, non ho voglia di andare a letto. Ancora no. È troppo presto, è ancora tutto qui. Addosso, sulle mani, nella testa. Sento l’eco. Non voglio andare a letto portandomi l’eco di tutta questa giornata. Voglio stendermi nel letto, infilarmi sotto il lenzuolo e addormentarmi subito. Se vado a letto adesso mi porto appresso l’eco.
Il vento e l’eco. Non ci voglio nemmeno pensare, guarda. Me lo immagino così l’inferno, provare a dormire mentre fuori c’è il vento e nella testa l’eco di una giornata di merda.

Adesso basta però, basta parole. Basta pensieri. Altrimenti l’eco non se ne va.