prima e adesso

Le persone non mi interessano più, ecco qual è il problema.
Le persone non mi interessano più. E non mi colpiscono, non mi emozionano. Non mi commuovono. Non mi fanno incazzare.
Prima le persone erano storie. Erano grumi di parole da sviluppare, grumi di parole come nuclei di partenza. Prima, le persone, erano potenziali incarnazioni di particolari sguardi obliqui, e necessari, sul mondo. Le persone, prima, erano mondi. Piccoli mondi da narrare.
Adesso le guardo, le persone, e non sento niente, non vedo niente. Non immagino niente.
Prima era il caos. Ad ogni passo, in ogni situazione. Per strada, sul tram, in treno. Dappertutto.
Ecco qual è il problema. Ecco perché, in un certo senso, non scrivo più.

Perché non scrivo più le mie storie.

Perché prima, le persone mi parlavano.
Le mani arrossate e gonfie strette intorno ai sacchetti della spesa. Lo sguardo perso oltre il finestrino del treno. Il passo rapido e la cadenza frettolosa di un paio di tacchi. Un sorriso fatto a niente e a nessuno. Tutti, prima, erano lì a raccontarmi una storia.

Prima, le persone, erano fatica, sogni da inseguire, sogni realizzati, sogni irrealizzabili. Erano rabbia sepolta da portare alla luce. Erano ribellioni possibili.
Ecco. Prima, le persone, erano insurrezioni possibili.
E mi parlavano.
Adesso, no. Adesso non sento, non vedo e non immagino niente.
Ecco qual è il problema.
Niente più storie da far deflagrare all’improvviso. Niente potenziali esplosioni.
Perché prima, le persone, incarnavano le infinite possibilità. Erano variabili impazzite, traiettorie deviate. Piccoli mondi possibili. Prima, le persone, mi interessano, mi parlavano, mi emozionavano, mi facevano incazzare.
Adesso. Adesso no.
Sono lo stesso schema ripetuto. Sono il binario morto.

Ecco.

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E non c’è birra che mi possa salvare

A me la depressione non mi prende alle spalle. No, no. A me la depressione mi corre incontre come un pendolino impazzito, mi travolge e m’abbatte al suolo guardandomi dritto dritto negli occhi, un secondo prima dello schianto.

E mi ritrovo così, sfrantegata al suolo, imbrigliata nella vita, impedita, incapace di sciogliere gli infiniti intricati nodi. E non c’è birra che mi possa salvare, non esiste sigaretta che mi possa consolare. Non c’è storia che mi possa liberare del peso infinito che mi si pianta in mezzo al petto.

E in questi eterni attimi vorrei solo poter dormire ad oltranza, o magari schioccare le dita e ritrovarmi così, nel posto perfetto nel momento perfetto.

Invece.

Tutto lo schifo che con fatica immane riesco solitamente a tenere almeno, almeno, fuori dalla mia testa, fuori, almeno, dalle sante e sacre mura di casa mia, si riversa mefitico ovunque.

Chilometri di stronzate, conteiner di cattiverie. Ettolitri di ipocrisie.

Come avere un pappagallo spennacchiato e brutto, e secco e vecchio, un pappagallo orrendo, appollaiato sulla spalla, che rantola.

E non c’è birra che mi possa salvare.

E tutta la stanchezza del mondo, ecco, quella sì, quella mi piglia alle spalle.

Stanca. Stanca di mediare, stanca di sorridere. Stanca di conciliare desideri e doveri. Stanca. Stanca di correre, inciampare, cadere, sanguinare. Stanca di farmi il culo, stanca di star sempre in bilico.

Stanca.

Che qualcuno spari a questo cazzo di pappagallo.