Il tarlo ippopotamo – XIII

Non so più che dire. Tredici.

qui il primo capitolo
qui il secondo
qui il terzo
qui il quarto
qui il quinto
qui il sesto e il settimo
qui l’ottavo
qui il nono, il decimo e l’undicesimo
qui il dodicesimo

Olè!

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XIII

Ci vollero in tutto quindici lunghissimi giorni.
Posso dirlo senza temere di esagerare o di enfatizzare gli eventi, senza Tarlo Ippopotamo non ce l’avrei mai fatta ad affrontarli.
Durante il giorno, tutto sommato, tra il lavoro, la casa e il resto riuscivo a non pensarci, riuscivo a vivere con una serenità sufficientemente dignitosa. Ma al tramonto, con il lento scurirsi del cielo, ogni volta il dannato bagliore arancione mi afferrava alle spalle facendomi rannicchiare su me stesso in modo imbarazzante.
Era in quei momenti che interveniva Tarlo Ippopotamo. Mi si accucciava vicino e iniziava a cullarmi con il suo gnac gnac gnac gnac che riusciva contemporaneamente a calmarmi e a mantenere vivo il desiderio di uscire vincitore da quella battaglia, da quella guerra.
Mi salvò più di una volta dall’irrefrenabile e incontenibile frenesia che mi faceva afferrare un sasso pronto a scagliarlo contro quel lampione che aveva, lo sapevo, definitivamente cambiato me e la mia vita così come la conoscevo.
È riuscito anche a tirarmi fuori da uno stupido, ma in fondo, credo, naturale cedimento. Improvvisamente, alla fine della prima settimana di attesa e di stallo, ho provato un impetuoso senso di solitudine. Desideravo raccontare tutto a Sergio, Mario e Antonio. Tarlo Ippopotamo, leccandomi amorevolmente le mani, mi aveva fatto capire che era una cosa senza senso, che quella era la mia guerra, la nostra guerra, e che dovevo comprendere quanto fosse ingiusto coinvolgerli, metterli forse in pericolo, costringerli a rivoluzionare le loro vite così come avevo dovuto fare io. È stata la sua lingua rasposa e il pensiero della confusione che avrei potuto innescare nei miei amici a convincermi a lasciar perdere, a far assopire lentamente, fino a scomparire, quel folle desiderio di condivisione.
Ci vollero, dunque, quindici lunghissimi giorni, ma soprattutto quindici lunghissime sere prima di poter indossare di nuovo gli abiti scuri e il passamontagna.
Colpimmo gli stessi cinque lampioni, più altri cinque. Più, finalmente, Lui.
Poter di nuovo accecare quel maledetto bagliore mi ha provocato un piacere sottile, sinuoso come una mano che dolcemente ti sfiora, un piacere morbido, invasivo ma delicato, che mi si è distribuito uniformemente lungo tutto il corpo, raggiungendo ogni più piccolo anfratto di pelle e muscoli e sangue.
Non sapevo quanto saremmo dovuti andare avanti così. Tarlo Ippopotamo, però, era convinto che ad ogni azione ne consegue un’altra, che ogni gesto provoca una reazione. Era convinto che prima o poi sarebbe stato il nemico a sbloccare la situazione. È inevitabile, diceva.
Non avevo motivo di dubitare delle sue parole.
E infatti non mi deluse. Due giorni dopo il secondo attacco, in realtà prima di quanto lui stesso avesse previsto, ma tanto meglio, la situazione si sbloccò.
Subito dopo il lavoro, prima di rientrare a casa, mi sono fermato al minimarket per comprare la pasta, i pelati e i salatini per la partita di pinnacolo.
Non mi sono accorto immediatamente di quello che stava accadendo, impegnato com’ero a ripensare proprio all’ultima partita in cui avevo corso un grosso rischio pescando un lunghissimo pozzo che mi aveva però ricompensato permettendomi di vincere. Non mi sono accorto subito dell’assembramento che si era creato alla cassa due. Mi ci è voluto un attimo, uno di troppo, per riconoscere in mezzo alla calca di persone e carrelli il volto del vigile Alfonso. E ho capito di non avere via d’uscita quando mi hanno raggiunto frammenti di frasi e parole. Lampioni, delinquenti, fare qualcosa, indecente.
Sono caduto dentro ad una melma di panico profondo e totale.
Cosa dovevo fare? Ignorarlo e incolonnarmi alla casa uno? Prenderlo in contropiede cercando il suo sguardo lasciando intendere una certa forma di compassione come a dire ‘di qualunque cosa si tratti, ed io certamente non lo so, non vorrei essere nei tuoi panni’? Oppure dovevo avvicinarmi come un qualsiasi onesto cittadino ad ascoltare per capire di quale fatto increscioso si discutesse?
Dovevo decidere, dovevo farlo in fretta ma soprattutto da solo, senza l’aiuto di Tarlo Ippopotamo che in quel momento, probabilmente, se ne stava acciambellato sul letto o sul fresco delle mattonelle del bagno.
Cosa avrei fatto se fossi stato ancora, davvero, un onesto cittadino estraneo ai fatti?
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Ganc gnac gnac gnac.

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se tutto va bene ci vediamo il 14

Il tarlo ippopotamo – XII

E siamo a dodici.

qui il primo capitolo
qui il secondo
qui il terzo
qui il quarto
qui il quinto
qui il sesto e il settimo
qui l’ottavo
qui il nono, il decimo e l’undicesimo

Olè!

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XII

Non mi era mai capitato prima di passare dal sonno profondo allo stato di veglia lucida e cosciente, senza attraversare le fasi intermedie.
Il mattino seguente non mi sono svegliato, il mattino seguente ero sveglio.
Tarlo Ippopotamo invece dormiva ancora, raggomitolato ai piedi del letto. Mi sono alzato lentamente, lentamente sono passato attraverso le stanze della mia casa per arrivare in cucina, gli eventi della notte appena trascorsa mescolati alle ombre rarefatte dall’avanzare della luce del mattino.
Non ero stanco, non ero preoccupato. Non mi facevo domande.
Ero sveglio, tranquillo e lucido. Tutto era al posto giusto. Ho messo su il caffè e mi sono seduto ad aspettare il brontolio della caffettiera seduto sulla stessa sedia su cui la sera prima avevo atteso di agire.
E avevo agito, avevo attaccato. E tutto era andato esattamente come aveva previsto Tarlo Ippopotamo. Non esitare, esaurisci il gesto e tutto filerà liscio. Così aveva detto, così era andata. Quando mi sono alzato per spegnere il gas era fermo sulla porta, mi osservava, compiaciuto, con un sorriso beffardo che gli increspava il muso paffuto. Stavamo pensando la stessa cosa. Ho preso un ciocco di legno dalla cassetta vicino alla finestra, la sua piccola coda che sbatteva frenetica sul pavimento. Si è alzato sulle zampone posteriori e ha preso il tronchetto fra i denti per poi andarsene a sgranocchiarlo soddisfatto sotto il tavolo. Gnac, gnac, gnac mentre io, finito il caffè e fresco di doccia mi sentivo pronto ad affrontare un’altra, normalissima giornata. Ho fatto una calda carezza a Tarlo Ippopotamo e sono uscito.
Davanti al bar del centro ero pronto al mio mattutino saluto alla signora Marisa. Sul momento non sono stato capace di dissimulare un certo sconcerto quando voltando lo sguardo, il braccio già in volo, mi sono reso conto che mi apprestavo a salutare una porta vuota. Mi sono ricomposto immediatamente, guardandomi intorno con una piccola punta involontaria di ansia. Tarlo Ippopotamo era stato fin troppo chiaro. Mai come adesso dovevo mantenere un profilo basso, e a suo dire non avrei dovuto avere molte difficoltà. Sono passato oltre concedendomi solo una sbirciatina con la coda dell’occhio. Ho visto la signora Marisa parlare animatamente con alcuni avventori. L’involontaria punta di ansia diede un’altro colpo, mischiandosi con un po’ di curiosità per quella discussione concitata che avevo solo intravisto, ma ho lasciato scivolare via entrambe, l’ansia e la curiosità, e una volta seduto alla mia scrivania, accomodato nei miei conti, mi sono definitivamente dimenticato dell’accaduto.
Alla sera, rientrato in casa, ho trovato Tarlo Ippopotamo affacciato alla porta a vetri. Stavamo di nuovo seguendo lo stesso pensiero. Avevamo deciso di aspettare la riparazione di tutti e cinque i lampioni che avevamo frantumato quella notte prima di agire di nuovo. Non sapevamo quanto tempo ci sarebbe voluto. Fino ad allora avremmo dovuto sopportare quel maledetto bagliore arancione.

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aggiornamento 11 luglio

Il tarlo ippopotamo – IX, X e XI

Eh, niente, dai.  Capitoli IX, X e XI

… Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto, invece qui il quinto, qui il sesto e il settimo. Qui l’ottavo.

Olè!

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IX

Non so per quanto tempo siamo rimasti sdraiati lì, sul pavimento della cucina. So che mi sono svegliato nel mio letto, con il tarlo ippopotamo accucciato ai miei piedi che mi guardava come stesse aspettando da ore che finalmente aprissi gli occhi.
Gnac gnac gnac gnac.
Siamo scesi in cucina. Ho bevuto il caffè con la fronte appoggiata al vetro della porta a vetri, con il tarlo ippopotamo che si strusciava sulle mie caviglie come un gatto.
Gnac gnac gnac.
– Lo so, lo so, – gli ho detto – lo ripareranno. Magari non oggi, magari nemmeno domani. Ma lo ripareranno.
Gnac gnac gnac.
– Non lo so cosa dobbiamo fare, non lo so. Perché per una volta non proponi qualcosa tu?
Gnac gnac gnac.

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X

Tanto per cominciare devi tornare a lavoro. Nessuno deve sospettare niente, non ci deve essere niente di diverso dal solito. Mi segui? Devi tornare ad essere il tranquillo, modesto, affidabile e, lasciamelo dire, prevedibile contabile di sempre. La cosa importante è allontanarti da quello che sta accadendo, capisci? Nessun legame, nessun sospetto. Mi segui? Bene. Lasciamo che le cose tornino al loro posto, e poi attuiamo il piano. Sì, io ce l’ho un piano. Cosa pensavi che fossi qui a fare, a raggomitolarmi in fondo al tuo letto per scaldarti i piedi nelle lunghe e gelide notti d’inverno? Seguimi e non fare domande inutili. Lasciamo calmare le acque e attacchiamo. Non guardarmi così. Pensavi fosse un gioco? Pensavi fosse un gioco in difesa? Lasciami finire. Dobbiamo attaccare, capisci?  Li dobbiamo spiazzare, questo dobbiamo fare, spiazzarli. No, non scuotere la testa adesso, fammi il favore. Non scuotere la testa. L’hai iniziata tu questa guerra. E non sgranare gli occhi. Chi lo ha lanciato il sasso? Io? Eh no, l’hai lanciato tu. Chi ha mentito al signor vigile? Io? No, sempre tu. E sei anche bravo, sì, sì, lasciatelo dire, sei bravo. È per questo che non devi mollare. Mi capisci?
Alzati, alzati da lì, guarda.  Lo vedi il tuo giardino? Lo rivuoi? Lo rivuoi esattamente come era prima? Non piangere adesso. Non devi piangere, e non devi mollare. Capisci? Bene. Allora stammi a sentire, stammi a sentire attentamente.

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XI

Non mi ero mai guardato nello specchio senza riconoscermi.
Tarlo Ippopotamo, seduto in poltrona, mi osservava soddisfatto annuendo pacificamente con il suo enorme testone.
Avevo fatto tutto quello che mi aveva detto. Ero tornato a lavoro, avevo ricominciato a vincere a pinnacolo, mia sorella mi aveva sorriso sollevata dicendo che si era sicuramente preoccupata per niente.
Nessuno, nessuno mai avrebbe potuto sospettare che quell’uomo nello specchio, vestito di nero, con un passamontagna a coprire il viso e uno zaino pieno di pietre appoggiato vicino alla porta potesse essere l’affidabile contabile, l’amabile amico, l’amorevole fratello, il gentile vicino.
Mi tremavano comunque le mani.
Ero spaventato ed eccitato dalla paura che sentivo corrermi addosso su e giù.
Tarlo Ippopotamo mi ha raggiunto davanti allo specchio e mi si è arrampicato addosso per darmi qualche piccolo buffetto di incoraggiamento, poi è sceso e mi ha preceduto in cucina.
Io mi sono tolto il passamontagna, la pelle del viso leggermente sudata, e l’ho seguito. Se ne stava seduto sul tavolo, picchiettando meditabondo con la sua zampona sopra la cartina della città che per giorni, e per notti, avevamo studiato fin nel più infinitesimale dettaglio.
Avevamo ipotizzato, scartato e confermato fino ad ottenere una lista di cinque bersagli utili.
Non aveva più senso aspettare né cercare, ancora una volta, di fare un passo indietro e poi un altro e poi un altro ancora per provare a far finta che niente di tutto quello fosse mai successo, che niente di tutto quello che stava per accadere fosse reale, fosse necessario. Tarlo Ippopotamo era lì, giorno e notte, a ricordami quanto alta fosse la posta in gioco, a ricordarmi cosa potevo perdere ma anche,  sopratutto, cosa potevo ottenere.
Mi sono asciugato il sudore sulla fronte, sul mento, intorno al naso. Mi sono seduto in giardino, gli ho parlato senza dire una parola, senza dire una parola gli ho fatto una promessa, illuminato dal dannato, maledetto lampione. Da giorni sopportavo quell’orrendo bagliore. Niente inutili sospetti. Così aveva detto Tarlo Ippopotamo. Lasciamo calmare le acque. E così io avevo lasciato in vita il lampione.
Quando le lancette dell’orologio si sono posizionate sulle due e mezzo mi sono alzato, sono rientrato in casa, ho indossato di nuovo il passamontagna e con lo zaino in spalla, preceduto da Tarlo Ippopotamo, sono uscito senza sapere cosa sarebbe accaduto davvero.

Avevo paura.

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prossima, venerdì 8 luglio

Il tarlo ippopotamo – VI e VII

Eh! Pensavate mi fossi distratta? E invece no. Ecco il sesto e  e il settimo capitolo de Il tarlo ippopotamo… Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto, invece qui il quinto.

Olè!

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VI

Gnac gnac gnac gnac.

Mi tengono d’occhio dunque.
Gnac gnac gnac gnac.
No, non tengono d’occhio me. Tengono d’occhio un teppistello qualunque.
Gnac gnac gnac gnac.
Devo riflettere.
Gnac gnac gnac gnac.
Devo stare calmo.
Gnac gnac gnac gnac.
Posso vincere questa guerra.
Gnac gnac gnac gnac.
Posso farcela.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti è il mio problema.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti è il mio obiettivo.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Posso farcela.
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac.

E poi sono svenuto.

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VII

Quando ho aperto gli occhi ho sentito la guancia incollata al pavimento e un leggerissimo odore di polvere, lo sguardo offuscato ha messo a fuoco delle briciole di pane, poi la gamba del tavolo, e poi più lontano, sotto il frigorifero. Mi sono girato e ho appoggiato la schiena a terra.
Mi sono tirato su piano piano, prima a sedere, poi in piedi. Ho raggiunto la sedia più vicina e ci sono crollato sopra.
La situazione mi stava sfuggendo di mano. Il tarlo ippopotamo era lì, tremante e affannato. Sapevo che avrebbe ricominciato.
Mi sentivo quasi ridicolo, seduto nella mia cucina, ansante, con un turbinio di pensieri inafferrabili nella testa, le mani sudate appoggiate sulla formica del tavolo, il ronzio nelle orecchie. Distrutto da un lampione, assediato da un insetto formato gigante.
Mi sentivo ridicolo, e patetico.
Ma sapevo che il tarlo ippopotamo avrebbe ricominciato a mangiarmi, a sgranocchiare la mia serenità, a pulirsi i denti usando il mio equilibrio come stuzzicadenti.
Mi sono alzato, mi sono versato un bicchiere d’acqua e ho deglutito sperando di ingoiare anche tutto il resto, anche il tarlo ippopotamo, quel grasso, grosso tarlo che si stava cibando di tutta una vita costruita sulla ricerca e il raggiungimento della serenità.
Il grasso, grosso tarlo ippopotamo non mi avrebbe mai lasciato in pace. Lo sapevo.
Era tutta colpa del maledetto lampione, con quel bagliore indecente che divorava tutto.
Il mio tutto.
Gnac gnac gnac gnac.
Eccolo.
Gnac gnac gnac gnac.
Dovevo risolvere la situazione, in un modo o nell’altro.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Non potevo permettere a quel dannato lampione di annientarmi.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Mi sono voltato verso il grasso grosso tarlo ippopotamo aggrappato al pensile dei piatti con quelle sue zampette obese. Mi sono sfilato una ciabatta e gliel’ho lanciata contro.

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che ve lo dico a fare?
ci vediamo il due giugno

Il tarlo ippopotamo – V

E cinque. Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto.

Olè!

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V

A riparlarlo ci hanno messo solo due giorni.
La terza volta cinque.
La quarta sette.
La quinta di nuovo dieci giorni.
E ormai il mio tarlo era grosso come un ippopotamo.
Un’ossessione grigia, con dentoni enormi, che non mi faceva lavorare, non mi faceva dormire, mi rendeva difficile mangiare e vincere a pinnacolo. Mia sorella voleva assolutamente che andassi dal medico di famiglia a fare un check up completo. Sergio, Mario e Antonio cercavano di capire cosa non andasse, ma io non riuscivo a spiegare il motivo del mio malessere. Non riuscivo né con loro né con nessun altro a parlare del mio tarlo ippopotamo, della mia vita fatta a pezzi da un lampione, della mia tranquillità annegata in un bagliore arancione.
La sesta tre.
La settima otto.
L’ottava volta hanno suonato alla porta.
Pallido, ancora in pigiama, avevo appena chiamato a lavoro per prendermi il terzo giorno di malattia di tutta la mia carriera. Il primo era stato sedici addietro, per un’otite, il secondo cinque anni dopo, di nuovo per l’otite.
Sono andato ad aprire e mi sono trovato davanti Alfonso, il vigile, ed una voragine mi si è spalancata sotto i piedi.
– Giovanni, ti disturbo? Devi andare a lavoro?
– No, no. Oggi non vado, non mi sento bene. Che succede?
– Non mi fai entrare? Avrei proprio bisogno di un caffè.
– Sì. Certo, entra pure.
L’ho fatto accomodare mentre tutta la casa sembrava gridare alla mia colpevolezza.
Ho barcollato dietro ad Alfonso che si è diretto senza esitare verso la cucina.
Lo sa, ho pensato. Lo sa, da sempre, dalla prima volta che ho preso in mano quel dannato sasso. Lo sanno tutti. Perderò il lavoro, perderò l’amore e il rispetto della mia famiglia, dei miei amici.
Alfonso si è seduto e io mi sono messo a preparare il caffè.
– Hai proprio una bella casetta Giovanni. E il giardino, è proprio un piccolo gioiello.
La moca mi scappa di mano, fracassandosi sul pavimento, acqua e polvere sparse e spalmate sulle mattonelle.
Lo sa, eccome se lo sa.
– Scusami.
– E di cosa? Scusami tu. Stai male e io mi faccio preparare un caffè.
Sedermi con lui, faccia a faccia a quel tavolo, era il primo dei miei incubi. Fare il caffè significava non doverlo guardare negli occhi.
– Ma figurati, ci mancherebbe altro.
Mi sono chinato a raccogliere tutto e ho ricominciato da capo.
– Ma veniamo al motivo della mia visita.
Tanto così, c’è mancato tanto così che mi mettessi in ginocchio, nell’acqua e nella polvere, a confessare tutto, tra le lacrime, ad ammettere di essere solo un vile, un teppista, un delinquente, un rifiuto.
– Ti sarai sicuramente accorto che c’è qualche buontempone che si diverte a prendere a sassate il lampione qua davanti.
Eppure qualcosa mi teneva chiuso nel mio silenzio, ancorato alla moca, alla manopola del fornello.
– Sì. Ho notato che a volte non si accende. Ma non sapevo che fosse perché qualcuno lo prende a sassate.
La menzogna m’è uscita così, sottile, viscida, mentre accendevo il gas e mi muovevo nella mia cucina per prendere zucchero e tazzine.
– A sassate, sì. Crediamo si tratti di qualche ragazzino della zona. Tu hai notato nessuno, non hai mai sentito niente? Ho già chiesto ai tuoi vicini, qualcuno di loro ha sentito il rumore di vetri frantumati ma non hanno mai visto nessuno.
Nessuno mi ha visto, nessuno lo sa. Nemmeno Alfonso.
– No, mi dispiace. Ora che mi ci fai pensare effettivamente ho sentito anche io qualcosa, ma sai, la televisione, la radio. Non ci ho fatto molto caso.
Sottile, viscida.
– Immaginavo, ti conosco, se avessi visto qualcosa saresti venuto subito a parlarne con me.
– Certamente.
– È davvero insolito, comunque.
– Cosa?
Ho appoggiato le tazzine e lo zucchero sul tavolo e sono andato a spegnere il fuoco. Ho cercato la presina, a lungo.
– Quest’accanimento su un solo unico lampione, quando in questa strada ce ne sono almeno venti.
Ho trovato la presina, ho afferrato il manico della moca. Un goccio di caffè bollente è atterrato sulla mia pantofola destra. Ho versato il caffè.
– Cosa vuoi che ti dica, Alfonso, la gente è strana, e se non lo sai tu che fai il vigile e che ne vedi una ogni giorno non so davvero chi possa saperlo.
Mi sono seduto. E l’ho guardato mentre metteva nel suo caffè due cucchiaini di zucchero.
– Hai ragione. Ma devo risolvere questa faccenda o dal Comune non mi daranno pace.
– Immagino – gnac gnac gnac gnac – e chi è il responsabile, adesso?
– Quel pignolo del Tugnetti, hai presente? Fa l’assessore del decoro urbano e si comporta come fosse il presidente degli Stati Uniti.
Gnac gnac gnac gnac.
– Lo conosco, di vista.
– Che razza di assessorato è poi, quello del decoro urbano, ancora me lo devono spiegare. Comunque, mi manderà al manicomio con questa storia. Buono il caffè.
Gnac gnac gnac gnac.
– Quindi è lui che si occupa di questo genere di cose?
– Sì. Senti Giovanni, domani mattina vengono a sistemare di nuovo il lampione. Fai attenzione se vedi qualcosa, dai un occhio insomma. Così mi libero di Tugnetti una volta per tutte.
– Ma certo Alfonso, ci mancherebbe. Se vedo qualcosa ti faccio sapere.
– Grazie Giovanni. Adesso vado, così ti puoi rimettere a letto.
Ci siamo alzati, l’ho accompagnato alla porta, l’ho salutato e guardato andare via.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac.
Gnac.

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a mercoledì 29

Il tarlo ippopotamo – IV

E quattro. Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo

Olè!

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IV

Il giorno dopo mi sono svegliato e mi sembrava di non aver mai dormito così bene. Sono sceso in cucina, ho aperto porta e persiane e ho lanciato uno sguardo trionfante al di là della passiflora. Solo quando è stato il momento di uscire sono sgusciato fuori in modo alquanto circospetto dal mio appartamento, di nuovo spaventato all’idea che qualcuno potesse avermi visto. Di nuovo colto dall’irrefrenabile impulso di confessare, di espiare la mia colpa, aggravata, adesso, dal tempo che aveva lasciato passare.
Ma, passo dopo passo, più mi allontanavo da lui, dal lampione, più tutto mi sembrava meno importante, meno grave, passo dopo passo quasi come se non fosse mai accaduto realmente, e sono arrivato sano e salvo a lavoro.
E la sera, al mio ritorno a casa, tutto era tornato alla normalità.
Niente bagliore.
Niente tarlo.
Niente gnac gnac gnac gnac.
Nessuno è venuto a controllare il lampione, nessuno dei miei vicini pareva aver fatto caso a quello che era successo.
E io sono tornato a godermi il mio momento.
Per dieci, bellissimi, lunghissimi giorni.
Poi, uscendo in giardino per buttare la pattumiera, ho visto un operaio salire su una scala appoggiata al ferito, ma non defunto, lampione.
Sono rimasto a fissarlo per un po’, fino a quando non mi sono accorto che stavo stritolando il fragile e inerme sacchetto biodegradabile dell’umido.
Allora mi sono voltato, ho messo il sacchetto nel bidone e sono tornato dentro.
Gnac gnac gnac gnac.
In ufficio controllavo ossessivamente l’orologio, atterrito all’idea di tornare a casa, sfiancato al solo pensiero di quello che sarebbe accaduto al calar del sole. Dovevo fare ogni conto almeno tre volte, non riuscivo a trovare la giusta posizione sulla sedia, la scrivania mi sembrava troppo piccola, troppo grande, troppo in ordine, troppo disordinata, troppo rettangolare, poco rettangolare, troppo chiara, troppo scura.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Alle sei ho spento il computer. Non sono riuscito ad uscire dall’ufficio prima delle sette. Ho fatto la punta ai lapis, cambiato il toner alla stampante, archiviato le pratiche secondo un criterio che il giorno dopo mi avrebbe fatto semplicemente impazzire.
Mi sentivo la febbre.
Gnac gnac gnac gnac.
Quando sono arrivato a casa tutto era ostile, ogni angolo, ogni oggetto, impercettibilmente ma indubbiamente ostile. I mobili, le ombre, i miei libri, i miei dvd.
Gnac gnac gnac gnac.
Tutto sembrava volermi cacciare, cacciare dalla mia casa. Cacciarmi fuori dalla mia vita.
Gnac gnac gnac gnac.
Non ho neanche aspettato che si accendesse.
Ho afferrato un sasso e gliel’ho lanciato contro.
Poi sono corso in casa, in cucina, ho chiuso le persiane e sono rimasto a spiare il mio nemico mutilato al di là della passiflora.
Gnac gnac gnac gnac.

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il quinto capitolo domenica 26 …