siam pronti a partire

si fa per dire … ma intanto il Tarlo, le illustrazioni e qualche copia di VA:LE ci sono … manco io, e lo zaino da fare, ma ce la faremo …

ci vediamo a firenze …

olè

 

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Il tarlo ippopotamo e altri racconti a miccia corta – Carnago 18 dicembre 2011 – foto #1

È andata. Nonostante l’asma (detta anche “rantolo da vecchio maniaco”), nonostante la febbre, nonostante il freddo, è andata.
E alla grande direi. Ecco un po’ di foto della giornata di ieri a Carnago per la presentazione de “Il tarlo ippopotamo e altri racconti a miccia corta” e l’inaugurazione della mostra degli originali delle illustrazioni che, vi ricordo, rimarrà aperta fino al primo gennaio 2012! Qui trovate la locandina >>>

Olè!

“Il tarlo ippopotamo e altri racconti a miccia corta” – Carnago, 18 dicembre 2011 – Presentazione del libro, inaugurazione mostr from blockmiavideo on Vimeo.

Il tarlo ippopotamo – capitolo XV e gran finale

E niente, siccome ho saltato l’appuntamento del 17 oggi i capitoli sono due! Di cui uno, signore e signori, è il gragran finale!
Buona lettura. A momenti, è questione di un attimo, metterò on line il PDF.

Olé!

qui il primo capitolo
qui il secondo
qui il terzo
qui il quarto
qui il quinto
qui il sesto e il settimo
qui l’ottavo
qui il nono, il decimo e l’undicesimo
qui il dodicesimo
qui il tredicesimo
qui il quattordicesimo

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XV

Tre giorni dopo ho raggiunto la sala del Consiglio Comunale insieme a Sergio, Mario e Antonio. Tarlo Ippopotamo era stato irremovibile su questo. Non era il momento di tentennamenti o stupidi errori. Non dovevamo sottovalutare nemmeno il più piccolo dettaglio, e non andare alla seduta straordinaria del Comune avrebbe potuto destare inutili quanto mai fastidiosi sospetti. Qualcuno avrebbe potuto cogliere pericolosi collegamenti.
Ci siamo dovuti sedere quasi in ultima fila, non si era mai vista così tanta gente ad un Consiglio Comunale. Il brusio continuo e montante di tutte quelle voci confuse e sovrapposte mi trapanava il cervello. Cercavo inutilmente di isolarmi, di creare una barriera tra me e quello che mi stava intorno, di non farmi colpire dagli sguardi, dalle parole, dalla tensione palpabile che mi si riversava addosso come secchiate d’acqua gelida.
È calato un silenzio irreale quando sindaco, assessori e consiglieri hanno preso posto in sala. Mi sono sforzato, ho cercato con tutte le mie forze di non farlo ma per una frazione di secondo, con conseguente scarica di brividi, i miei occhi hanno incontrato quelli dell’assessore Tugnetti. Aveva uno sguardo freddo, e un livore che non non tentava di nascondere gli colorava il volto di scuro.
Gnac gnac gnac gnac.
Ho trattenuto a stento un sussulto quando mi sono accorto di Tarlo Ippopotamo seduto tra i rami di uno degli alberi fuori dalla grande finestra della sala comunale. Mi sorrideva come a dire, ‘stai tranquillo, volevamo tutto questo, lo volevamo entrambi, mantieni la calma’.
Mi ronzavano di nuovo le orecchie, rispondevo a monosillabi alle domande e alle affermazioni dei miei cari amici d’infanzia che mi parevano, in quel momento, dei perfetti sconosciuti. Non capivo nemmeno cosa mi dicevano o mi chiedevano. Non comprendevo niente del susseguirsi concitato di interventi.
All’improvviso, però, nella testa si è fatto silenzio e le parole dell’assessore Tugnetti si sono incastonate granitiche nella mia mente.
– Non cederemo a questa provocazione. L’ordine pubblico deve essere ristabilito, con ogni mezzo necessario. Non permetteremo né al singolo sovversivo, né ad un fantomatico gruppo organizzato di minare la nostra stabilità, la nostra tranquillità, la nostra sicurezza. In collaborazione con le forse dell’ordine, Polizia e Carabinieri, abbiamo elaborato un piano di controllo, prevenzione ed eliminazione alla radice di questo attacco alla nostra comunità. Abbiamo chiesto e ottenuto la collaborazione di caserme e commissariati limitrofi. Che il Killer dei lampioni sappia. Siamo sulle sue tracce e non ci fermeremo fino a quando non lo avremo assicurato alle patrie galere. Questa è una promessa. Una promessa che intendo mantenere ad ogni costo.
La sala è esplosa in un applauso scrosciante, mi sono voltato d’istinto verso Tarlo Ippopotamo. I suoi piccoli occhietti neri sprofondati nel pelo e nel grasso si muovevano da una parte e dall’altra della sala, e un sorriso diabolico gli addobbava il muso grigiastro.
Mi sono guardato intorno anche io, mentre applaudivo meccanicamente. Non ci ho messo molto a capire, stranamente.
Sparsi tra il pubblico alcuni non solo non applaudivano ma, anzi, tenevano le braccia incrociate scuotendo polemicamente la testa.
Quando mi sono voltato di nuovo verso la finestra Tarlo Ippopotamo era scomparso.
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac. Gnac gnac.
Gnac.
Gnac gnac.
Gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac.

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XVI

Osservare quello che può accadere in una piccola comunità quando un evento straordinario arriva a scompigliare e manomettere il consolidato svolgersi della quotidianità può essere estremamente affascinante.
Farlo da un posto privilegiato come quello in cui si siede colui che ha, letteralmente, lanciato il sasso e nascosto la mano rende tutto più interessante.
E questo è quello che ho fatto, ho osservato.
Quando sono rientrato a casa dopo il Consiglio Comunale Tarlo Ippopotamo era seduto in giardino. Beveva limonata dalla ciotola dell’insalata che era, ormai da tempo, entrata irrevocabilmente in suo possesso. Si è voltato, mi ha guardato e mi ha detto solo una cosa. ‘Adesso dobbiamo stare a guardare. Dobbiamo solo stare a guardare e goderci lo spettacolo’. Come al solito non ho capito subito quello che intendeva, del resto sono mai riuscito a guardare lontano quanto lui, e non credo che sarò mai in grado di farlo. Ma, come sempre, ho fatto quello che mi ha detto. Sono rimasto a guardare.
E ovunque, per le strade, al bar, a lavoro, in sala d’attesa dal dentista, in coda alle poste, ovunque, sempre, non si parlava d’altro che del Killer dei Lampioni.
Lentamente, come un fiume che monta per una pioggia lenta ma costante, ho cominciato a sentire qualcosa di diverso, qualcosa che non mi aspettavo.
Un sottile malumore scorreva per le vie del mio paese, e il numero di quelli che avevano scosso polemicamente la testa durante il Consiglio Comunale non era affatto così irrisorio come mi era parso quel giorno.
Non ho mai partecipato, ovviamente, a nessuna delle discussioni in cui incappavo ogni giorno, ma ero costantemente in ascolto.
Il nome di Tugnetti rimbalzava di bocca in bocca, e se prima il Killer dei Lampioni sembrava essere l’incarnazione del disordine e della criminalità, adesso era quello dell’assessore che cominciava ad essere accompagnato da opinioni che sicuramente non gli avrebbero fatto piacere. Si diceva fosse solo un arruffone, uno che con la politica ci aveva fatto i soldi, altroché, e che in fondo, a ben guardare, nessun aveva chiesto tutti quei lampioni, che i problemi dei cittadini erano altri, che né lui, né il sindaco con tutta la giunta avevano, in fondo, fatto niente di veramente importante. Che bisognava vederci chiaro in tutta la faccenda, che non si potevano liquidare le azioni del Killer dei Lampioni come semplici atti vandalici, che qualcosa sotto c’era sicuramente.
Ogni sera, tornato a casa, raccontavo tutto a Tarlo Ippopotamo che mi ascoltava e annuiva, e ogni tanto rideva tremolando come un budino.
Anche il giorno che arrivarono a riparare il nostro lampione rideva. Rideva, tremolava tutto e continuava a ripetermi di stare a guardare.
E io ho guardato, e ho visto il fiume montare, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno.
La cittadinanza attiva si è riunita in un Comitato Cittadino, chiamato, con una certa nota di fantasia, “Facciamo Luce Sulla Luce”. Hanno organizzato incontri, riunioni, assemblee, gazebo informativi. Hanno raccolto idee e stilato un documento da portare in Consiglio Comunale. Al primo dei due punti si leggeva la richiesta di apertura di un’inchiesta sul bando e sulla realizzazione del progetto di illuminazione urbana. Si scoprì, alla fine, dopo mesi di peripezie legali e burocratiche, che, come si dice in maniera semplice, i conti non tornavano per niente, tranne quelli nelle tasche di Tugnetti e di un altro paio di assessori. Il Comitato Cittadino Facciamo Luce Sulla Luce organizzò una grande festa per le strade del paese come non si vedeva da tempo.
Ma è stato altro a farmi capire che avevo vinto la guerra. La mia guerra e quella di Tarlo Ippopotamo. In fondo non mi importava niente di Tugnetti, non era vederlo passare sotto la ghigliottina della legalità che poteva regalarmi un po’ di soddisfazione, o darmi la sensazione di aver fatto qualcosa di importante.
Quello che davvero mi ha reso felice è accaduto una sera, quando ormai l’estate stava sgocciolando nell’autunno che si preannunciava freddo e piovoso.
È accaduto molto prima che la lenta macchina dello Stato facesse il suo corso accompagnando altrove Tugnetti.
Stavo osservando, lo ammetto un po’ sconsolato, in piedi in mezzo al mio giardino, le mani abbandonate nelle tasche, il maledetto bagliore arancione al di là della mia passiflora. Tarlo Ippopotamo sgranocchiava placido un tronchetto di quercia.
Poi all’improvviso un fragore familiare, ma moltiplicato all’infinito.
E poi la penombra.
Urla ed applausi.
Tarlo Ippopotamo ed io ci siamo guardati, sospesi, ma solo per un attimo. Siamo rientrati in casa per poi uscire in strada. Decine di persone applaudivano ancora e guardavano verso il cielo. Ho alzato anch’io lo sguardo. Quattro dei dieci lampioni lungo la via si stagliavano muti contro il cielo buio.
Mi sono voltato, emozionato, scosso, incredulo e il faccione tondo e grigio di Tarlo Ippopotamo sbucava tra le foglie della passiflora dove si era andato a nascondere.
Aveva gli occhi lucidi.
– Spero di non averla spaventata.
Mi sono voltato ritrovandomi faccia a faccia con la mia vicina di casa.
– Mi scusi?
– Il lampione che si affaccia sul suo giardino, sono stata io a romperlo. Spero di non averla spaventata.
– È stata lei?
– Sì. Non sa da quanto tempo desideravo farlo.
Ho trattenuto una risata, un po’ per timidezza, un po’ per l’abitudine che avevo ormai fatto mia di vivere completamente estraneo ai fatti.
– Ma cosa è successo?
– È una manifestazione di protesta. Abbiamo presentato un documento in Comune, penso lo sappia.
– Sì, l’ho letto sul giornale.
– Il primo punto è stato approvato, apriranno un’inchiesta interna. Ma sulla seconda proposta non ne hanno voluto sapere. Ci hanno praticamente riso in faccia. E noi abbiamo risolto la cosa a modo nostro. Adesso siamo tutti Killer del lampione.
La proposta del comitato cittadino la conoscevo bene. Mi aveva fatto sorridere, mi aveva fatto sentire meno solo. Si chiedeva la rimozione là dove tecnicamente possibile, ma comunque il non utilizzo di una lista di lampioni a causa del disturbo che l’illuminazione arrecava ad alcuni cittadini. Avevo chiuso il giornale che riportava la notizia sicuro che il Comune non avrebbe mai accettato una simile proposta.
– Oltre a questi quattro sono stati colpiti altri venti lampioni in tutto il paese, nello stesso momento. Non è incredibile?
– Meraviglioso. – Ho sussurrato.
– Come ha detto?
– No, niente. Niente.
– Non l’ho mai vista alle riunioni del Comitato.
– Non ci sono mai venuto infatti.
– Ci venga a trovare, abbiamo bisogno più che mai di partecipazione adesso che daranno il via all’inchiesta.
Non siamo mai andati alle riunioni del Comitato. Tarlo Ippopotamo non voleva, e non ne vuole sapere di assemblee, comitati, votazioni, presidenti e vicepresidenti. E a dir la verità son cose che non hanno mai interessato neanche me.
È una cosa, questa, di cui Rosa, la mia vicina, continua a rimproverarmi ogni volta che ci sediamo insieme nella mia penombra a bere limonata.
Con quella che lei chiama puzza di sigaro, che fumo sempre più spesso, ci ha fatto l’abitudine.

Un giorno, forse, le presenterò Tarlo Ippopotamo.

Fine

Il tarlo ippopotamo – XIV

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qui il secondo
qui il terzo
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qui il quinto
qui il sesto e il settimo
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qui il dodicesimo
qui il tredicesimo

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XIV

Tarlo Ippopotamo camminava lento. Gnac. Ogni tanto si fermava per grattarsi l’orecchio con l’unghiona della zampa posteriore. Gnac gnac. Io cercavo, in modo confuso e quindi inutile, di capire in che modo le cose avessero potuto precipitare così velocemente. Gnac. Continuava a ripetermi che dovevo stare calmo, che era tutto sotto controllo, che c’era da aspettarselo, che dovevamo solo stare calmi e riflettere, senza farsi prendere dal panico.
Ma io ormai nel panico ci ero sprofondato con tutte le scarpe, e mi fischiavano le orecchie, anche a tenerci le mani sopra, premendo fortissimo, fischiavano ugualmente. Sentivo caldo e poi freddo e poi di nuovo caldo. E il nodo alla bocca dello stomaco che mi si era formato poche ore prima al minimarket non accennava a sciogliersi. Nemmeno si allentava. Ogni tanto mi guardavo le mani, tremolavano come le foglie della mia passiflora sotto la brezza mattutina.
Non avevo avuto tempo di trovare una risposta alla mia domanda, con le mani strette intorno al carrello della spesa avevo atteso un secondo di troppo, dando modo ad Alfonso di intercettare il mio sguardo. Avevo sorriso, con il cuore che ha saltato a piè pari un battito creando un vuoto improvviso che mi aveva fatto girare la testa.
E senza neanche rendermene conto ero già ad un passo dal gorgo vorticante degli eventi.
– Giovanni, carissimo, sarei passato da te nel pomeriggio. Stiamo interrogando tutti quelli che vivono vicino ai lampioni colpiti. Hai saputo sì?
Avevo saputo? Certo che no, completa estraneità ai fatti. Gnac gnac gnac gnac.
– Su, paga la spesa. Ti accompagno a casa e ti aggiorno. Signore, signori, ho già detto fin troppo. Vi terremo informati attraverso i canali ufficiali. State tranquilli, il Comune ha tutto sotto controllo. Circolare, adesso, circolare.
Gnac gnac gnac gnac.
Avevo camminato di fianco ad Alfonso aggrappandomi ai pelati e ai salatini come fossero stati l’unica via di salvezza. Avevo annuito, confermato, sospirato con una sola idea in testa. Arrivare a casa, oltrepassare la soglia, chiudermi la porta alle spalle e scomparire.

In Comune sembrano tutti impazziti, Giovanni, credimi. So che con te posso essere sincero, ci conosciamo da anni, mi fido di te. Non sappiamo da che parte muoverci. Il sindaco non sa cosa pensare, Tugnetti sembra un leone in gabbia, ha preso tutta questo storia come se fosse un attacco personale. Sì, insomma, ne ha sempre fatto un vanto di questo incremento dell’illuminazione cittadina, la rivalutazione del territorio, l’appoggio ai progetti per il turismo. Il suo partito ci ha basato la campagna elettorale. Grida al sabotaggio, lancia accuse a destra e sinistra. Hanno indetto un Consiglio Comunale straordinario, inviteranno tutta la cittadinanza a partecipare. Minaccia di creare una Task Force per trovare questo Killer dei lampioni. Sì, Giovanni, così lo chiama, il Killer dei lampioni.

Tarlo Ippopotamo aveva ascoltato tutto senza dire una parola, sgranocchiando imperterrito un tronchetto di robinia, e poi aveva cominciato a camminare su e giù.
Ganc gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac. Gnac gnac. Gnac.

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a domenica 17!

Il tarlo ippopotamo – II

E insomma, ecco il secondo capitolo de “Il tarlo ippopotamo”. Qui il primo capitolo.

Olè!

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II

Al mattino, il giorno dopo, ricordo di essermi svegliato con una strana sensazione di pesantezza. Sono sceso in cucina ma non ho aperto né la porta a vetri né le persiane.
Ho messo su il caffè e mi sono seduto a fare colazione illuminato dalla lampadina a basso consumo del lampadario appeso al soffitto.
Prima di uscire per andare al lavoro, però, ho aperto la porta a vetri e ho infilato lo sguardo tra una listella e l’altra della persiana.
Lui era lì, innocuo, quasi invisibile alla luce del sole.
Ho sospirato, di nuovo, e sono uscito.
Con la scheggia di vetro infilzata nel palmo della mano.

Mi piace molto andare a lavoro a piedi, al mattino presto. Attraversare il mio piccolo paese mentre si sveglia e riprende a vivere dopo la pausa notturna. C’è una sincronia melodiosa che mi fa sentire parte di qualcosa di importante. Io cammino e Marisa, la proprietaria del Bar Del Centro, è sulla porta, le mani nelle tasche del grembiule, che aspetta che qualcuno dai tavoli la chiami per fare l’ordinazione.
Attraverso la strada, la saluto, lei mi saluta, e Giuseppe, il commesso della lavanderia, controlla le riconsegne della giornata mentre la signora Giulia passeggia con Polpetta, il suo cane.
È difficile apprezzare tutto questo con una scheggia di vetro infilzata nel palmo della mano.
Ma ho fatto di tutto per non pensarci. Sono entrato in ufficio, mi sono sistemato alla scrivania e ho svolto il lavoro che mi aspettava come se niente fosse successo.
Durante la pausa pranzo sono andato al bar, ho preso la mia solita insalata, ho parlato con Alfredo, il cameriere, dei lavori per il rifacimento del manto stradale della piazza davanti a casa sua che sarebbero iniziati entro pochi giorni. Sono tornato a lavoro, ho terminato e consegnato gli incartamenti più urgenti.
Alle sei sono uscito e ho percorso a ritroso il tragitto della mattina.
Sono entrato in casa, mi sono cambiato, ho caricato la lavatrice, pulito il salotto, sistemato la biancheria. Poi sono andato in cucina a prepararmi la cena.
Ho esitato prima di avvicinarmi alla porta a vetri. Poi alla fine, quasi ridendo di me stesso, l’ho aperta e ho fatto scorrere le persiane.
Ho cucinato, ho mangiato, ho pulito, in attesa.
Sono rimasto seduto al tavolo, rivolto verso il giardino, rivolto verso la passiflora.
Finché quel bagliore, quell’alone arancione non si è fatto strada verso di me. Ho sospirato.
‘Mi ci dovrò abituare. In fondo, si tratta solo di un lampione.’
Sono rimasto ancora un po’ lì, inondato dalla luce arancione.
Poi mi sono alzato e sono andato a riordinare le foto dell’ultima gita al lago che avevo fatto con Sergio, Mario e Antonio.

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lunedì 20 il capitolo III

Il tarlo ippopotamo – I

Signore, signori
che volete che vi dica? A me l’idea di pubblicare a puntate mi ha sempre affascinato un bel po’. E quindi lo faccio. Un post ogni tre giorni da oggi fino al 17 di luglio. E se nel mentre mi partite per le vacane, tranquilli e niente panico, che come al solito metterò a disposizione il pdf.

E insomma, e dunque. Ecco a voi il primo capitolo de “Il tarlo ippopotamo”.

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I

Chi mi conosce lo sa, io sono una persona tranquilla, modesta. Ho cinquantadue anni e da quando ne ho venticinque mi occupo della contabilità di un’azienda di trasporti. Lo faccio senza velleità, con precisione. Ho un buon rapporto con il direttore, con la sua segretaria e con i corrieri. Sanno che svolgo il mio lavoro senza errori, senza incidenti. Sono sempre disponibile, per un sorriso, un favore o uno scambio di opinioni.
Mi accontento delle piccole cose, non oppongo resistenza alla vita e agli inconvenienti. Prendo quello che arriva, non mi danno per quello che non viene.
La domenica, a pranzo, vado a mangiare da mia sorella. Abbiamo preso questa abitudine dieci anni fa, quando i nostri genitori hanno deciso di trasferirsi al mare a godersi la pensione. Una decisione sorprendente, all’apparenza, per una coppia di allora settantenni, ma non per loro, ancora in forma, autosufficienti e decisi a passare nel miglior modo possibile i loro ultimi anni insieme.
Una volta alla settimana, il venerdì sera, gioco a pinnacolo con Sergio, Mario e Antonio. Ci conosciamo fin da bambini, con loro c’è quella facile confidenza che non concepisce deviazioni o alterazioni. Una volta al mese, il sabato mattina, vado da Michele, il mio barbiere.
Ho una sola, vera, grande passione, il mio piccolo giardino. Dieci metri quadrati che curo con dedizione. Taglio regolarmente l’erba, tolgo dalle rose le foglie e i fiori che hanno fatto il loro corso, parlo con l’azalea e mi confronto con la fucsia. Porto avanti un’onesta battaglia con le lumache che sembrano gradire particolarmente il mio basilico. Ammiro soddisfatto il prezzemolo e osservo rapito la salvia, vera matrona del mio piccolo eden. Poto sempre con un po’ di apprensione la passiflora che mi protegge dalla strada e dal suo viavai.
Quando finalmente la temperatura si addolcisce, sul finire della primavera che lascia spazio all’estate, mi piace sedermi, dopo cena, nel mio giardino, vagamente rischiarato dai lampioni che iniziano qualche metro dopo regalandomi una penombra piacevole, un giusto equilibrio che non è buio ma non è nemmeno luce.
Siedo lì, e mi compiaccio.
A volte mi preparo qualcosa da bere, un tè freddo, una limonata. Saltuariamente, per renderlo sempre speciale ogni volta che lo faccio, mi fumo un sigaro.
È il mio momento.

Tutto questo fino a quattro mesi fa.
Avevo appena finito di lavare i piatti, che a ben guardare era un piatto solo, come solo uno era il bicchiere, e così coltello e forchetta, avevo appena finito, insomma, di riportare la cucina al suo stato di stasi tra un pasto e l’altro, quando qualcosa ha colpito il mio sguardo, perifericamente.
Mi sono avvicinato alla porta a vetri che si affaccia sul retro, sul giardino, senza capire cosa fosse quello strano alone arancione. Poi mi sono versato da bere e sono uscito, sicuro che mi sarei sistemato al mio posto, sulla mia sedia a sdraio, come tutte le altre volte, fiducioso che quel bagliore non identificato sarebbe scomparso non appena mi fossi seduto a bearmi nella penombra.
Quando alla fine mi sono seduto, però, in barba alle mie ottimistiche previsioni, la fonte di quel bagliore, di quell’alone arancione, ha preso posto nel mio campo visivo.
Esattamente davanti a me, al di là della passiflora. Un lampione.
Dove prima non c’era.

Non so descrivere esattamente cosa ho provato.
Quello che ci si avvicina di più è la sensazione provocata da una scheggia di vetro che si infilza nel palmo della mano quando si decide di togliere le briciole dal tavolo senza l’apposito straccio o una spugna. Non ci si domanda nemmeno cosa ci faccia, una scheggia, minuscola di vetro sul tavolo dove niente si è rotto di recente.
C’è solo il dolore, forte, inaspettato e inspiegabile.

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ci vediamo venerdì per il capitolo II