parole e prati

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Letizia Muratori [cit. Come se niente fosse]

«Prima leggo, ma poi scrivo» le dissi.
«Sul serio?» Giacinta smise di accarezzare Belli e dannati.
«Sì, ricopio le pagine che mi piacciono su un quaderno».
«Ma che stranezza».
«È come disegnare, se sapessi disegnare le disegnerei, quelle pagine».
«Interessante, e perché lo fai?».
«Così mi sembra quasi di averle scritte io. E mentre copio mi sento meglio».
«Però non si fa. Se ti piace scrivere, magari ispirati ai libri che leggi, e poi prova a buttar giù qualcosa di tuo».
Per me scrivere era davvero come disegnare, un gesto della mano. Dovevo allenarmi, tentare di riprodurre quegli spazi sicuri e inaccessibili, e così cominciai a fare come con le imitazioni. A imitare ero proprio brava, tutti mi chiedevano sempre: ti prego, facci questo e quello. A un certo punto, da un deserto di pensiero mi veniva fuori qualcosa che non aveva più niente a che fare con il modello, ma era un’invenzione di gesti e battute su cui potevo andare avanti a oltranza. Ci provai: dal copiato passai all’imitazione. Riga dopo riga, percorrendo quelle pagine con l’accanimento di chi va in bici a rotelle, vennero fuori i miei primi, stentati paesaggi. Avevo imparato a pedalare, e potevo cadere in ogni momento, ma non tornare indietro.

Letizia Muratori, Come se niente fosse
Adelphi

Il sigillo che mi teneva legata al testo

Ieri sera, mentre andava in scena Ni una más, qualcosa si è rotto.

Il sigillo che mi teneva legata al testo.

Alle parole. Ai punti, e le virgole. Alle pause.

Ogni volta che Giovanna sale sul palco io mi domando su quale colore di Cesca deciderà di accendere la luce. Ogni volta che Giovanna va in scena sento le mie parole in un modo nuovo, sempre diverso.
E questa è una cosa potente.
Per me, che scrivo narrativa, è poter assistere all’atto magico della lettura. Una lettura con un suo corpo, una sua voce, una sua sensibilità.
Perché io scrivo, e poi c’è qualcuno che legge. E chi legge lo farà sempre e comunque con un bagaglio di emozioni diverso dal mio.
Io non ci sono mai quando qualcuno legge le mie cose. Ma ci sono quando Giovanna, e Nerina, leggono Ni una más ogni volta che va in scena.
Ed è una cosa potente. Potentissima. È qualcosa di inebriante, e spaventoso, e bellissimo.

Ieri sera, sul palco del Camploy, ho assistito all’ennesima interpretazione della mia Cesca.

E qualcosa si è rotto.

Ho visto quanti colori ci sono dentro al testo, tra quelle parole, e quelle virgole, e quei punti, e quelle pause.
Ho visto che Ni una más è lí, qualsiasi sia il colore su cui Giovanna, e Nerina, decidano di accendere la luce, in questa lettura in perpetuo movimento, in perpetuo mutamento.
Ho visto che Cesca è lì, fatta di una materia che è forza pura.
Cesca è lì, con la sua rabbia. E la sua lucidità. Anche nel dolore.

E quel costume non sarà mai il simbolo di una supposta e pretesa fragilità. Perché la fragilità non appartiene né Cesca né a Luisa. Quel costume non rappresenterà mai ferite o fratture che non si curano, che non si rimarginano.
Quel costume è altro. È tutt’altro. È molto altro. Ni una más è altro. È tutt’altro. È molto altro. Ma questo lo si può capire solo sedendosi davanti a Cesca, davanti a Luisa.

Qualcosa si è rotto quando ho visto le mie parole diventare più grandi. Più grandi di me. Quando ho visto lo spettacolo alzarsi. I punti, le virgole. Le pause. I piedi. Le braccia. Le gambe. Un corpo compatto.
Qualcosa si è rotto quando io e Ni una más ci siamo guardate negli occhi. Non io e Cesca. Non io e Luisa. Non io e Nerina. Non io e Giovanna.

Io e Ni una más.

Sorrido.

Ebbene sì

Ebbene sì. È tempo di piedi nudi e vestiti leggeri. È tempo di colazioni che si mischiano con il pranzo, e gesti lenti, e di caffè bevuti senza prescia. È tempo di libri appilati e pile di libri che si assottigliano alla velocità necessaria. È tempo di birre ghiacciate e mojitos. È tempo di lasciarsi trasportare dal tempo e smettere una buona volta di provare a trasportarlo. È tempo di lunghe sere d’estate. E di sudore che scivola lungo la schiena.

Ebbene sì. È tempo di pensieri che diventano parole scritte. È tempo di progetti da sfare e disfare con la calura che fa tremolare l’orizzonte. È tempo di riassumere, di pesare, eliminare, aggiustare. È tempo di camminare, nuotare e dormire.

È tempo mio.

Sul #rogodilibri, maledetti libri

foto - archivio mio

Perché se sfrondiamo tutta questa storia veneta, se mettiamo per un attimo da parte tutto quello che si porta appresso, resta l’idea, fondata o meno chissà ma a me resta, che i libri, questi maledetti contenitori di parole che veicolano conoscenza un po’ dappertutto, fanno ancora tanta ma tanta paura.

E io questo lo capisco. I libri sono spaventosi, sono pericolosi perché incontrollabili. Possono arrivare ovunque e dentro ci puoi trovare di tutto. Di tutto.

Questi maledetti portano le Storie a spasso nel tempo. Lottano contro l’oblio, conservano la memoria delle persone e delle cose, anche di quelle che ci provano in tutti i modi a nascondersi, a sparire, a non esistere più. I libri fanno resuscitare i morti.
Come si fa a non avere paura di una cosa così potente?
Apri un libro e senza sapere come hai fatto sei dentro a luoghi incredibili, investito da sentimenti mai provati, di fronte a cose che non avresti mai creduto possibili.
Puoi scoprire qualcosa che nessun altro avrebbe mai potuto insegnarti.
Puoi imparare anche ad amare, ad odiare perfino.
Tra le pagine di un libro, in mezzo a tutti quei segni neri, puoi conoscere persone che poi non ti lasceranno più. E trovare frasi che è tutta la vita che le pensi, e che a vederle lì, che le puoi anche toccare e leggere una volta, due, tre, all’infinito, ti si muove qualcosa dentro che assomiglia al non sentirsi più estranei a sé stessi.
Ci sono libri che a leggerli, che anche solo a tenerli tra le mani, ti viene voglia di spaccare il mondo.
Ti viene voglia di fare la rivoluzione.

foto - archivio mio

I libri, questi maledetti, ti fanno guardare le cose da un altro punto di vista, da mille altri punti di vista, lo sguardo si fa obliquo  e trasversale e allora si rischia di vedere e di capire cose che altrimenti avresti tranquillamente continuato ad ignorare, o a non comprendere fino in fondo.
Sono davvero incredibili, questi libri, non sai mai dove ti porteranno, non sai mai che tipo di piacere, o fastidio, ti faranno provare.

Non c’è da fidarsi, di questi libri. Creano dipendenza, ne vuoi sempre di più, non si riesce a farne a meno. Lo vedi che c’è anche qualcuno che li apre e li sniffa?
Non c’è da fidarsi, danno cibo  all’immaginazione, aprono porte che dovrebbero restare chiuse. Creano legami tra le persone che finiscono per riconoscersi in quello che leggono. Riconoscersi, incontrarsi, parlarsi.
Svelano misteri, alimentano i desideri.
Come si fa a non avere paura di una cosa che è capace di restare per sempre nella vita di una persona. Per sempre tra le pieghe dei pensieri il primo libro che ti ha fatto piangere, il primo libro che ti ha fatto paura, il primo libro che ti ha contorto le budella. E quello che non avresti mai voluto smettere di leggere, quello che infatti rileggi appena puoi. Quello che avresti voluto scrivere tanto è perfetto. E quello che non fai altro che dire a tutti di leggere.  Sono bombe pronte ad esplodere in qualsiasi momento, in un posto qualsiasi. E non c’è modo di difendersi.

Non c’è modo di fermarli.
Trovano sempre il modo di sopravvivere, in un modo o nell’altro.

Come si fa a non avere paura dei libri?

Come si fa a non avere paura?