domenica uggiosa e fredda

Che domenica uggiosa, e fredda. Tocca stare sotto la coperta, neanche fosse dicembre, e invece è aprile, fuori dovrebbe esserci il sole, e quella leggerezza che si porta appresso, quel potersi permettere l’abbandono dei problemi, almeno il tempo di un sorriso.

E poi c’è il problema del vuoto.

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Giardino sul mare – Mercè Rodoreda

C’è qualcosa nella scrittura di Mercè Rodoreda che mi incanta.
Il flusso continuo della narrazione. L’assenza apparente di tempo. La ricercatezza e la delicatezza. La puntualità delle metafore. La leggerezza misurata che comunque, o proprio per questo, incide in profondità. Le luci e le zone d’ombra. L’odore di intimità.
Il riflesso delle cose non scritte.

Giardino sul mare è una storia semplice, semplicissima.
C’è una villa con un giardino, vicino a Barcellona. C’è una coppia di giovani e ricchi sposi che con i loro amici, ogni estate, per sei anni, raggiungo la villa. Ci sono i bagni, le passeggiate, le feste con i fuochi d’artificio. C’è la servitù e ci sono gli abitanti del paese. Ci sono i cavalli e le gite in macchina. E un’altra villa al di là del roseto.

E ci sono gli occhi, e le orecchie, del giardiniere e custode della villa con giardino, con cui guardiamo, e ascoltiamo, le vite dei personaggi che si muovono, anche solo perifericamente, tra le pagine di questa storia. I dolori, le gioie, i rimorsi, le bugie, i tradimenti, i sorrisi.
C’è l’animo sensibile di questo anziano giardiniere che non riesce a non farsi coinvolgere, che in fondo vuole essere coinvolto, in queste semplici, tragiche, umane vicende. Che emerge dalle pagine e prende il sopravvento solo per parlare del suo giardino e delle sue piante. Solo per raccontarci di Cecília, il grande amore della sua vita. E che si presenta così, in un incipit che è una porta che si apre, lentamente, sulla narrazione.

Mi è sempre piaciuto sapere quel che succede alla gente, e non perché sia un ficcanaso… È perché voglio bene agli altri, e ai padroni di questa casa volevo bene davvero. Ma ormai è passato tanto di quel tempo che molti fatti non li ricordo più, sono troppo vecchio e certe volte mi imbroglio senza volerlo…

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Mercé Rodoreda, Giardino sul mare

Mercè Rodoreda

Giardino sul mare

La Nuova Frontiera – ilBasilisco
Traduzione dal Catalano di Giuseppe Tavani
pp. 192

Ci sono giorni

Ci sono giorni, come questo, che il sonno non si leva di dosso, il caffè fa lo stesso effetto di un bicchiere d’acqua e l’attenzione alle cose sfiora il minimo consentito. Ci sono giorni, come questo, in cui tutto sembra avvolto da un velo di attesa e si osserva una porzione di muro bianco per minuti interminabili. E i sospiri si sprecano.

Ci sono giorni, come questo, in cui si spera talmente tanto che qualcosa arrivi che si decide di restare fermi immobili ad aspettare, sai mai che qualcosa arriva davvero e noi magari siamo altrove, distratti, impegnati. Ci sono giorni, come questo, in cui i pensieri saltellano a caso nella testa. E i sospiri si sprecano.

Ci sono giorni, come questo, che niente sembra essere davvero importante, e si ha il sospetto che tutto sia fondamentale. Con la sensazione, o forse è solo ancora desiderio, che i pezzi del puzzle vadano ad incastrarsi senza bisogno di fare, di dire, di pensare. Ecco, ci sono giorni, come questo, in cui si osserva il mondo girare. E i sospiri si sprecano.

Ecco, sì, ci sono giorni come questi in cui il peso degli affanni viene poggiato a terra, come sacchetti della spesa che segano le mani. E ci si asciuga il sudore dalla fronte, i sacchetti s’ammosciano a terra, e la città si muove tutta intorno. Giorni in cui nell’immobilità si cerca di recuperare il baricentro necessario. Senza dirselo, solo d’istinto.

Giorni come questo, in cui i rituali quotidiani sanno di buono. Giorni in cui il corpo e la mente impongono un ritmo diverso, più lento, più umano, privato. E i pensieri pesanti, i pensieri complicati, i pensieri sulle cose altre restano sospesi, altrove. In attesa. Giorni come questo, in cui si ha solo voglia di sorridere per cose di poca importanza. Senza dirselo, d’istinto.

Giorni in cui c’è bisogno di leggerezza, quella leggerezza che rallenta e modifica, che inquadra e ridimensiona. Quella leggerezza che permette di guardare le cose da un punto più alto, privilegiato, che mostra il quadro d’insieme*. Giorni in cui si scende dal treno in corsa. Giorni in cui si lasciano andare le responsabilità. Giorni in cui il caffè, anche se fa l’effetto di un bicchiere d’acqua, lo si beve più lentamente.

*ogni riferimento alla calviniana leggerezza delle lezioni americane è decisamente voluto.

foto - x-noise