Il seggio vacante – J.K. Rowling

Si può parlare dell’ultimo libro di J.K. Rowling senza citare o fare alcun riferimento alla saga di Harry Potter (pur avendo letto ripetute volte tutti i sette libri che la compongono)?
Io credo di sì. E infatti non farò né l’una né l’altra cosa.
Mi limiterò a dire che è stato inizialmente straniante leggere le parole “masturbazione” o “scopare” invece di “pozione polisucco” o “gorgosprizzi”.
Sono bastate però pochissime pagine per dimenticarmi di Hogwarts e dei babbani.

J.K. Rowling, con Il seggio vacante, ci porta dritti dritti nella meschinità e nella temibile mediocrità di una piccola cittadina inglese. Che potrebbe essere benissimo una piccola cittadina italiana.
La morte improvvisa di uno dei membri del Consiglio scoperchia il secchio dell’immondizia, e i piccoli e grandi vermi vengono fuori, uno ad uno.
Le invidie e le ipocrisie. I giochi di chi il potere ce l’ha, e quelli di chi il potere lo verrebbe avere. Famiglie all’apparenza perfette che si sfaldano pagina dopo pagina. Lo squallore della medio borghesia che vuole espellere il quartiere dei reietti come si espelle un cancro, lo squallore di chi difende il quartiere dei reietti finché le proprie piccole, piccolissime vite costruite sull’apparenza non entrano in contatto diretto, reale, con quei reietti. L’ipocrita buonismo progressista di sinistra (se fossimo in Italia).
Le vite, intime e pubbliche, degli adulti e degli adolescenti di Pagford si intrecciano e si accavallano attraverso piccoli e grandi scandali, genitori che alzano le mani sui figli, salumieri con manie di grandezza, gelosie, uomini incapaci, donne alla ricerca di qualcosa che hanno irrimediabilmente perduto, figlie che si infliggono dolore per liberarsi dal dolore, figli che non sanno nemmeno più come odiare chi li ha messi, o non messi, al mondo, rapporti di forza, silenzi e disagio.

Mi hanno detto che c’è chi s’è sperticato le mani gridando al capolavoro. Ecco, io non lo definirei tale.
Ma la Rowling sa scrivere, nel suo modo semplice e lineare. Può non piacere, per carità, ci mancherebbe altro. Ma sembra conoscere quello di cui parla e sembra desiderosa di comunicare altro oltre alla storia che ci racconta. Sa far emergere i personaggi anche solo con due tre tratti e ha un’invidiabile abilità nel descrivere i movimenti dell’animo in subbuglio dentro agli adolescenti. Si avvale di molti stereotipi, bisogna dirlo, in questo romanzo, ma li mescola a piccoli e grandi dettagli per costruire una trama estremamente plausibile, ahimè, e per restituirci uno squarcio di società che chiunque di noi può vedere e che molti di noi negano. O avvallano.

Il seggio vacante
J.K. Rowling
Salani Editore

il seggio vacante J.K. Rowling

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La scuola è di tutti – Girolamo De Michele

Ci vogliono omologati, possibilmente assoggettati, magari anche alienati.Gli serviamo facili da gestire, semplici da convincere,incanalabili in categorie preconfezionate per mantenere l’ordine prestabilito.

Storia vecchia, dirà qualcuno. E invece no, dico io. E lo dice anche Girolamo De Michele, meglio di me,  nel suo libro “La scuola è di tutti” pubblicato da minimum fax.
Un libro che vi consiglio di leggere. Anzi no, che vi intimo di leggere.
Un libro che è analisi lucida dello stato attuale della scuola (è un libro del 2010) e insieme, ça va sans dire, della società. Perché la realtà non è composta da compartimenti stagni, ma fatta di vasi comunicanti che si compenetrano e si condizionano tra loro. Anche questo lo dico io, ma lo dice anche De Michele, però sempre meglio di me.
Cos’altro dice?
Che il mondo è complesso, come complessa è la mente umana che non ha bisogno di “pacchetti di contenuti” confezionati, surgelati e venduti all’ingrosso, non ha bisogno di nozioni ma di strumenti per starci, nel mondo, per capirlo e per criticarlo. Che la scuola deve”insegnare ad apprendere”, perché quello dell’apprendimento non è un compito che si esaurisce con la fine del percorso scolastico ma qualcosa che occupa la vita intera. Perché il mondo corre veloce, e muta, si trasforma, evolve e dobbiamo essere in grado di starci dietro.
E che la scuola non ha quindi bisogno di essere semplificata nei modi e nei percorsi di studio, di essere assoggettata a regole di mercato, o a regole di controllo, ma di evolversi come si evolvono le cose in cui è immersa.

Ci dice che non c’è una emergenza educativa ma “una crisi nella, non della, educazione”. Ed effettivamente c’è una certa differenza perché, effettivamente, “le parole, pur nella loro insufficienza, hanno un significato. E soprattutto, generano un effetto che determinala comprensione del messaggio”.
Che “l’emergenza non lascia speranza”, e che forse “non per caso, all’«emergenza» è sempre collegato il tema del «ritorno al passato»”.
E che questo ritorno al passato è controproducente, e pericoloso. Che da parte della scuola, e non solo,”ripiegare” e “arroccarsi” è controproducente e pericoloso.
Che questo atteggiamento generale di rifiuto e di panico nei confronti del moderno, del futuro, del possibile,  si manifesta con “il riemergere dei temi del suolo e del sangue […]; la paura del diverso […]; la crescente militarizzazione della vita pubblica […]”. Ci dice che la scuola, ça va sans dire, non è immune a queste manifestazioni.
Ci dice, numeri alla mano, che gli studenti delle nostre scuole sono meno somari di quanto ci raccontano, che gli insegnanti non sono né troppi né troppo pagati e che i bidelli non sono dei fancazzisti impuniti. Che sul bullismo ci sono tante cose da fare e tante cose da dire, in maggioranza diverse da quelle che si sentono dire e da quelle che vengono fatte.
Ci dice che, volendo, i soldi per la scuole, così, per assurdo, sempre numeri alla mano, si potrebbero anche trovare, e ci dice dove.

Ci parla dei “venditori di Apocalisse”, quelli del “dove andremo a finire” o del “dove siamo finiti”,  dei nostalgici dei tempi andati in cui ci si alzava quando entrava l’insegnante, dei promotori del grembiule (inesistente) e degli amanti del voto in condotta, dello spauracchio sempre agitato del ’68 come colpevole di tutti i mali del mondo e di figure inquietanti che scrivono e parlano di scuola, ma che forse di scuola poco sanno e di altre che hanno una somiglianza imbarazzante con la temibile Dolores Umbridge di Harry Potter.Ci parla di scuole private e lobby cattoliche.

E a proposito di numeri ci dice anche che l’andazzo odierno è di ridurre tutto al numero, perché il numero è facile da gestire, il numero emana sicurezza in questa “società dell’incertezza, delle passioni tristi” in cui la paura del domani, o del presente ingestibile, ci induce a chiedere rassicurazioni, e all’essere disposti a qualsiasi rinuncia pur di ottenerle.
E che questi numeri, così come sono facile da controllare, sono facili da manipolare.
E a proposito di controllo ci parla della “transizione dalle società disciplinari alle società del controllo”.

Ed è in questo tipo di società che viviamo, fuori e dentro la scuola. E dovremmo prenderne, quanto meno, atto. Guardare le cose le cose per quello che sono. Al di là delle “stronzate”, a proposito di manipolazione, che ci raccontano. Dobbiamo imparare a distinguerle,queste “stronzate”, che son diverse dalle menzogne perché “chi mente segue una strategia di verità, sia pure per rovesciarne il senso[…]. Al contrario, gli enunciati del mendax [l’impostore] sono quegli atti linguistici che denominiamo stronzate, e sono molto più insidiosi perché falsificano non l’oggetto del discorso, ma il contesto.”

E a proposito di tutto quello che espone in questo bel testo, chiude il libro con un capitolo che si chiama “Fascismo pedagogico e fascismo di ritorno”.
Solo due punti di questo capitolo, gli altri ve li leggerete da soli.

“Ogni sistema scolastico che abbia come obiettivo non il più ampio conseguimento del più alto grado di preparazione possibile, ma la selezione di una élite è classista nei fatti, e potenzialmente fascista.”

“Ogni sistema scolastico che non contempli tra le proprie finalità la formazione di menti in grado di esercitare con giudizio la critica dello stato di cose esistente – di avere il coraggio di sapere – è potenzialmente fascista.

Ecco, ho scritto tanto e ho fatto un sacco di confusione. Il libro no, di confusione non ne fa, eppure di cose ne dice tante di più. Girolamo De Michele fa l’insegnate, e si sente.

In modo positivo dico.

La scuola è di tutti
Girolamo De Michele
minimum fax
2010
p. 338