le lunghe pause

E poi ci sono queste lunghe pause, il tempo interno che rallenta, si dilata. Mentre fuori tutto si muove alla solita, impellente, velocità.
Queste lunghe pause, il testo fermo, sigillato nell’istantanea dell’ultima frase, dell’ultimo passaggio. Cristallizzato. Mastico i periodi fino a farne poltiglia per poterli meglio digerire. Lascio che gli odori di stanze in cui non sono mai entrata si mescolino con quelli delle stanze in cui vivo, e cerco oggetti che in questo tempo e in questo spazio non esistono. Ogni volta, tutte le volte. Non ci penso. Sono. E cammino avanti e indietro lungo il filo della trama, delle pause, degli aggettivi. Dei colori e dei significati. Mentre mangio, lavoro, carico lavatrici e stendo panni al sole. Mentre ascolto, e parlo, e vivo e guardo. Come fossi due. Come fossimo in due.
Queste lunghe pause. Sequenze ininterrotte. Che segnano il percorso. Come un fermarsi per poter prendere la rincorsa, un immergersi per riemergere. Tirare il fiato per finire di dire le cose senza pause, senza interruzioni. Finire senza paura di sbagliare. Mettere il punto senza paura di aver tradito. E poi riscrivere senza paura di perdersi.

dettagli
l’altalena, Adele H. e il caffè alla cannella

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Il testo su cui lavoro da un anno. E se l’avessi perso?

Ché il problema, qui, è centrare il bersaglio.

Ad ogni frase, ad ogni parola. Ad ogni virgola, punto e pausa.
Qui è questione di ritmo, e suono, e musica. E significato.

Contenere.
Calibrare.
Mantenere.
Dosare.

C’è da tenere il culo incollato alla sedia, come direbbe un amico mio.
C’è da sudare, e vomitare.
E camminare, fumare. Ancora camminare, ancora fumare.

Ma il filo s’è sfatto.

S’è sdrucito su quell’unico tassello. Su quell’unico passaggio.

E quelle frasi, quelle frasi che dovrebbero legarsi in quel modo lì, che è uno solo, non ce n’è un altro, stanno un passo al di là della mia capacità di pensarle.

E scriverle.

Mi sfuggono.

Sono sfatte. Sfracellate. Scomposte.

Quello che devo dire.

C’è un modo solo in cui posso dirlo.

E non lo trovo.

Non so nemmeno se c’è. Se è tutto da buttare. Tutto da mischiare, di nuovo. Cancellare e ricominciare.

Ma mi viene il vomito.

Contenere.
Calibrare.
Mantenere.
Dosare.

Sentire.

L’equilibrio che colpisce la bocca dello stomaco. Il salto mortale. Le viscere che s’annodano e si rilasciano.

Quell’insieme di parole. Quell’appoggio per lo slancio.

Vomito.