Stati di grazia – Davide Orecchio – una (non)recensione

[…] È colpa dei soprusi, della guerra per la vita, dell’ozio negato, della penuria, dell’insussistenza, dello squallore, dei rapporti di forza, delle classi, dei dipartiti che bussano sulla memoria oppure la scorticano. Quanto pesano fatica e schiavitù? Perché ha viaggiato fin qui, se ora prende nuovi ordini? In Sicilia era servo sottoterra, adesso lo è sotto il sole: cambia la luce e nient’altro. Spiegami cosa sarebbe questa felicità si domanda e risponde: Non «cosa», ma «dove»: abita con noi, striscia nell’orto, dorme sotto la brace. È qui, l’abbiamo portata assieme a tavolo e brande. Non la vedi? Non la vede. Resta triste. Non si fa una ragione e odia tutto quel vero. Odia il dominio, le angosce nel corpo. Tiene lo sguardo tra i rovi. Non è diverso da quello che era. […]

Stati di grazia di Davide Orecchio, pubblicato da ilSaggiatore, è molto ma molto di più di questa citazione. Molto ma molto di più. Quella scritta qua sopra è solo una goccia, è solo una delle mille parti di questo libro che avrei potuto scegliere come inizio di questa (non)recensione.

Stati di grazia è scrittura e Scrittura, una storia e una Storia.

La Storia. Anche, in un certo senso.

Stati di grazia è un viaggio per mano alle protagoniste e ai protagonisti, un viaggio che non saprei definire perché in fondo sto scrivendo di questo libro ma mi mancano le parole per farlo. Forse perché di parole, belle, giuste, precise, dosate, scagliate, appoggiate, urlate, sussurrate, scelte, allineate, compatte, giù come un’onda anomala inarrestabile questo libro ne è pieno, pieno zeppo. Pieno di parole, di virgole e di punti. Punti, soprattutto. Un’onda anomala potentissima e dolcissima, spaventosa e reale.

Dicevo, un viaggio. Un viaggio umano e doloroso. Un viaggio forte e rabbioso. Come è la Storia, umana, dolorosa, forte e rabbiosa quando la si guarda da dentro, quando la si guarda per mano a qualcuno.

Ma mi fermo qua, perché in fondo sto scrivendo di questo libro ma mi mancano le parole per farlo. Mi mancano sempre, le parole, quando un libro me ne regala così tante.

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Stati di grazia

Davide Orecchio
ilSaggiatore
p. 309
collana La cultura

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Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate – Slavina – una (non) recensione (de panza)

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Questo mi viene in mente su chiudo gli occhi e penso a “Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate”.

Scrive Slavina, l’autrice, in Ringraziamenti e precisazioni

Non era mia intenzione scrivere un’autobiografia porno quanto piuttosto rielaborare una serie di esperienze che segnassero un cammino di crescita e di acquisizione di consapevolezza su piacere e sentimento.

E nonostante non sia sola, o forse perché sono stata in più di un paio di occasioni male accompagnata, o magari perché Slavina scrive davvero bene, sono piacevolmente scivolata nel cammino di Selma lungo 16 istantanee, 16 momenti, 16 racconti.

Non lo nego, arrossendo su più di una pagina.

Ho riconosciuto (quasi) tutto.
Il senso della scoperta, quel fremito che non si sa bene da dove arrivasse né dove volesse andare. Il sentirsi disarmata, nuda nell’anima e in qualche modo malato, pura. Il definire (costruire) la (propria) femminilità. La ricerca. La difesa (di sé e di chi abbiamo scelto, che ci ha scelto, come famiglia). Il sesso (mai) per caso.
Il desiderio. La voce del corpo che parla, incita, guida, decide.

E la volontà di restare libera, la consapevolezza di dover (voler) essere parte attiva e sperimentatrice rifuggendo (ridefinendo) ciò che è norma(le). Con o senza le virgolette fate voi.

E non si tratta (solo) di sesso.
E (forse) ha ragione Slavina, nei tempi dell’inganno universale, fare l’amore è un atto rivoluzionario.


Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate
Slavina
Giulio Perrone Editore
pp. 110
Registrato sotto Licenza CC

Neve

– Sembra non voler finire mai.

– Cosa?

– Questo maledetto freddo.

– Dici tutti gli anni la stessa cosa.

– Non è vero.

– Sì che è vero.

Chiudo gli occhi, mi sforzo per non ridere. Li riapro. Fuori nevica, fuori dalla finestra che fissiamo entrambe inebetite e incredule.

– Voglio dire, sarà mica normale la neve a fine marzo.

– Strano, ma non impossibile.

Chiudo gli occhi. Ha ragione lei. Questo inverno non vuole finire.

– Hai freddo?

– No.

– Vuoi uscire a rotolarti nella neve?

– Non saprei.

– Vuoi un po’ di tè?

– Meglio.

Apro gli occhi mentre armeggia con il pentolino dell’acqua, la scatola del tè, le tazze. Il cielo bianco, l’aria bianca, la strada bianca.
Il tempo si incrina, quando nevica. E le distanze temporali si annullano.

– Potremmo provarci.

– A fare che?

– Ad essere felici.

– E come?

– Stando insieme.

– Io e te?

– Io e te.

Anche quel giorno nevicava. Non come adesso però. Meno. E i fiocchi, i fiocchi erano più piccoli. E non era diventato tutto bianco così in fretta. Però faceva freddo, freddissimo, siamo entrate di corsa in quel pub. Chissà se esiste ancora.

– A cosa pensi?

– Al giorno in cui abbiamo deciso di stare insieme.

– Che romanticona.

– Non ti illudere. Ci pensavo solo perché anche all’ora nevicava.

– Ah sì?

– Sì, cinica che non sei altro.

Lascio andare la finestra, volto le spalle alla neve e la guardo proprio mentre un ciuffo di capelli le scivola via da dietro l’orecchio. Bianco argento.

– Quando ti deciderai ad andare dal parrucchiere?

– Ancora con questa storia?

– Ancora con questa storia.

– Mia adorata, ho fatto a meno del parrucchiere per 80 anni. Te lo chiedo di nuovo, dammi un buon motivo per andarci adesso.

– Sembri una vecchia cornacchia spennacchiata.

– Vecchia, spennacchiata, ma ancora piena di fascino.

Mi siedo, lascio che mi serva il tè. Lo vedo che fa fatica a stringere le dita intorno al manico della teiera, ma dirle qualcosa significherebbe solo metterla di malumore. Sarebbe capace di compiere uno sforzo insensato per stringerla meglio e scaraventarla contro il muro, la teiera, solo per dimostrarmi il contrario. Solo per provare a se stessa che può ancora prepararmi il tè, prendersi cura di me.

– Comunque nevicava anche quando ci siamo trasferite qui. Anche le ciniche hanno una memoria sdolcinata.

– Cosa?

– Oddio, adesso sei anche sorda.

– No, è che ho smesso di ascoltarti. Da anni ormai.

– Segui le mie labbra. Nevicava. Quando. Siamo. Venute. A vivere. Qui. In questa casa. Lo sai dove siamo adesso?

– Ma finiscila.

Però ha ragione. Anche quando siamo venute a stare qui nevicava. Però faceva più caldo. O forse, magari, semplicemente, ero più giovane e meno freddolosa. Tutti quegli scatoloni. Ero convinta che non ce l’avremmo mai fatta.

– Qua allora ci mettiamo il tuo studio, eh? Che ne dici?

– C’è una luce bellissima, sì.

– E qui, attenzione, la camera da letto!

– Ti chiamerò chiodo fisso.

– E lamentati anche. Senti, ho un regalo per te.

– Un regalo?

Avvolgo la tazza con le mie piccole mani grinzose. L’anello che mi ha regalato quella sera sbatte contro la ceramica. Ho sempre adorato il suono degli anelli contro tazze e bicchieri. Mi viene sempre in mente quella favola che leggevo da bambina, dove una delle protagoniste scandiva il ritmo della musica con gli anelli sui bicchieri di cristallo. Com’è che si chiamava? Non mi ricordo. Dannata memoria.

– Dove sei finita?

– Nei ricordi. Chissà, forse è colpa della neve.

– Sì, la neve. Tesoro, fattene una ragione, sei vecchia, e i vecchi rimbecilliscono.

– Tu ne sai certamente qualcosa.

Due vecchiette grinzose, ecco cosa siamo. Mi vede ancora bella? Io la trovo meravigliosa, come un libro antico, ingiallito, le pagine tessute di inchiostro sbiadito, che non mi stanco di leggere, e leggere, e leggere ancora. Quando mi sfiora, anche solo distrattamente, il cuore mi tremola esattamente come sessant’anni fa. I suoi baci, e le sue parole. Le sue mani doloranti, la sua forza. Il suo sorriso. La sua pelle.

– Ma sai che è strano davvero.

– Cosa?

– Questa faccenda della neve.

– Che faccenda?

– Nevicava anche quando abbiamo portato a casa Annabelle dall’ospedale. Ti ricordi?

Mi volto verso la finestra. Fiocchi grossi, compatti, sfilano al di là del vetro. Mi ricordo.

– È bellissima.

– Sì.

– Anche tu sei bellissima.

– Lei di più.

– Sei stanca?

– No.

– Hai paura?

– E tu?

Non ce lo siamo mai dette. Eravamo annientate dalla paura. E fiocchi grandi, proprio come questi, si abbattevano sulla macchina che procedeva lenta, incerta, esattamente come noi, che portavamo a casa Annabelle.
Si alza mentre io guardo ancora la neve, e penso a tutta quanta la nostra vita. Le battaglie che abbiamo combattuto, e che abbiamo vinto.
Riconosco l’impatto incerto della sua gamba sul pavimento, l’anca che cede, le succede quando sta seduta troppo a lungo. Entra nel mio campo visivo da destra, si avvicina alla finestra, le spalle leggermente curve in avanti, e quei pantaloni di flanella che prima o poi dovrò buttare via. Di nascosto.

– È meglio se vado a fare un po’ di spesa, che qui non sembra aver nessuna intenzione di smettere.

E resto sospesa, come un fiocco di neve. Mi volto, rintraccio la mia immagine nel riflesso del tè, e mi riconosco al di là delle rughe. Faccio schioccare l’anello sulla ceramica.

– Non voglio che smetta. Mai.