Esserci

Esserci. Essere nel mondo. Essere nella realtà là fuori, dove poco o niente combacia con quello che vorrei. Resistere alla tentazione di chiudere le comunicazioni. Resistere alla tentazione di ignorare, non sentire, non vedere, non parlare, non pensare. Non soffrire. Esserci, e in ogni piccolo gesto, in ogni piccola parola, cercare il modo, i modi, di far combaciare l’essere e il potere essere. Opporsi al procedere distorto. Non tacere, prendersi i rischi e le responsabilità.
Esserci, la fuori, tra le cose e le persone, seguendo traiettorie diverse. Non cedere. Anche se sembra inutile. Anche se indietro tornano sguardi e parole che, di nuovo, sempre, il più delle volte, non combaciano con l’intenzione. Non combaciano con il desiderio.
La marea che ti strattona e ti spinge indietro, la marea che si mangia ogni volta un pezzo. La marea che ti sommerge. La marea che ti toglie il fiato e spezza, a tratti, la fermezza. Del corpo, della mente.
Esserci. Essere, là fuori. Nonostante tutto.

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Dieci dicembre – George Saunders – (non)recensione

Potrei scivolare anche io, parlando di Dieci dicembre di George Saunders, nella disquisizione capolavoro sì/capolavoro no. E potrei discettare di postmodernismo, e di scrittura minimalista.
Potrei. Ma le mie sono (non)recensioni. E quindi potrei ma non lo farò.

Mi sono piaciuti questi dieci racconti. Mi sono piaciuti tutti.
E mi sono piaciuti perché la scrittura di Saunders è libera ma non per questo casuale. Perché il linguaggio è semplice e diretto e per questo estremamente efficace nel raccontare, con alcuni momenti di estrema dolcezza e altri di estremo squallore, cose di per sé non semplici da affrontare.
Non curva mai, Saunders, nella sua scrittura. Non devia, non percorre una rotonda più volte prima di decidere la direzione da prendere.
Mi sono piaciuti perché i dettagli che compongono trama e personaggi sono messi tutti al posto giusto nei momenti giusto giusti.
Mi sono piaciuti perché dentro ci sono tante cose.
C’è lo squallore (sì, lo so, l’ho già usata questa parola. Evidentemente qualcosa di questi racconti me l’ha appiccicata addosso) della provincia, la frustrazione dei traguardi non raggiunti e il sentirsi inferiori. C’è l’amore. C’è l’infanzia che si ripropone nell’agire dell’età adulta. E la necessità di scegliere una posizione, un gesto. Ci siamo noi, e gli altri. Ci sono gli esseri umani, con le debolezze, i rancori, le paure e desideri, che si lasciano andare a flussi di pensieri a volte commoventi.
Mi sono piaciuti, sì.

Mi permetto di aggiungere un pensiero mio.
Quando ho finito di leggere Dieci dicembre sono andata su Anobii a leggermi un po’ di recensioni. Così, un po’ per curiosità un po’ per vedere se ci avevo preso.
La quantità di commenti che iniziano con “Premetto che non leggo e che non mi piacciono i racconti” è stata sconfortante.
E a chi pensa che il racconto sia facile da scrivere, a chi pensa che il racconto sia una forma di scrittura subordinata e minore rispetto a quella del romanzo posso solo suggerire di leggere Raymond Carver, Alice Munro, Checov, Virginia Woolf (si, la signora Woolf non ha scritto solo grandi romanzi ma anche grandissimi racconti), Italo Calvino, Ernest Hemingway. I racconti di Valeria Parrella, di Aldo Nove, di Niccolò Ammanniti. Grazia Deledda, Dino Buzzati. Kafka, i racconti di Kafka! E Saunders, naturalmente, a questo punto.
E la smetto altrimenti mi esalto e faccio solo sfoggio di nomi.

Potrei mettermi a discutere, potrei parlare di racconti per pagine e pagine. Potrei, ma non lo farò. Mi limito a dare un consiglio, leggete (anche) i racconti.

dieci dicembre George Saunders

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dieci Dicembre

George Saunders
minimumfax
pp. 222

prima e adesso

Le persone non mi interessano più, ecco qual è il problema.
Le persone non mi interessano più. E non mi colpiscono, non mi emozionano. Non mi commuovono. Non mi fanno incazzare.
Prima le persone erano storie. Erano grumi di parole da sviluppare, grumi di parole come nuclei di partenza. Prima, le persone, erano potenziali incarnazioni di particolari sguardi obliqui, e necessari, sul mondo. Le persone, prima, erano mondi. Piccoli mondi da narrare.
Adesso le guardo, le persone, e non sento niente, non vedo niente. Non immagino niente.
Prima era il caos. Ad ogni passo, in ogni situazione. Per strada, sul tram, in treno. Dappertutto.
Ecco qual è il problema. Ecco perché, in un certo senso, non scrivo più.

Perché non scrivo più le mie storie.

Perché prima, le persone mi parlavano.
Le mani arrossate e gonfie strette intorno ai sacchetti della spesa. Lo sguardo perso oltre il finestrino del treno. Il passo rapido e la cadenza frettolosa di un paio di tacchi. Un sorriso fatto a niente e a nessuno. Tutti, prima, erano lì a raccontarmi una storia.

Prima, le persone, erano fatica, sogni da inseguire, sogni realizzati, sogni irrealizzabili. Erano rabbia sepolta da portare alla luce. Erano ribellioni possibili.
Ecco. Prima, le persone, erano insurrezioni possibili.
E mi parlavano.
Adesso, no. Adesso non sento, non vedo e non immagino niente.
Ecco qual è il problema.
Niente più storie da far deflagrare all’improvviso. Niente potenziali esplosioni.
Perché prima, le persone, incarnavano le infinite possibilità. Erano variabili impazzite, traiettorie deviate. Piccoli mondi possibili. Prima, le persone, mi interessano, mi parlavano, mi emozionavano, mi facevano incazzare.
Adesso. Adesso no.
Sono lo stesso schema ripetuto. Sono il binario morto.

Ecco.