MITMACHER porta in scena “Il complice” di Friedrich Dürrenmatt

E chi l’ha detto che le marionette son solo per i bambini?

Vi segnalo volentieri questo spettacolo. Io vado … è un’autoproduzione … posso non andare?

 

 

MITMACHER

è lieta di presentare la propria prima autoproduzione

“Il complice” di Friedrich Dürrenmatt

uno spettacolo di e con Luca Passeri e Stefano Scherini

Milano – Teatro Verdi – 20, 21,22 e 23 Novembre 2013 – ore 21 e 15

biglietto ridotto a 10€ per tutti coloro che scriveranno  a mitmacherteatro@gmail.com

indicando nella email per quale data e quanti posti desiderano

 

 

dal sito MITMACHER …

MOTIVAZIONI DELLO SPETTACOLO. Lo spettacolo nasce dalla nostra esigenza di attori – marionettisti di cercare un rapporto paritario tra attore e marionetta, rinunciando a gerarchie prestabilite. Come del resto avviene normalmente nel teatro di tutta Europa, il nostro è uno spettacolo teatrale che utilizza lo strumento marionetta senza rimanere nei confini del “teatro di figura – quindi per l’infanzia”. Il tema centrale del testo è quanto mai urgente da rappresentare: l’impossibilità di non rendersi complici di una società che si fonda su violenza e sopraffazione finalizzate soltanto all’acquisizione di denaro e potere.

continua a leggere … >>> … e guarda il trailer >>>

 

 

e ci vediamo a teatro!

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Il seggio vacante – J.K. Rowling

Si può parlare dell’ultimo libro di J.K. Rowling senza citare o fare alcun riferimento alla saga di Harry Potter (pur avendo letto ripetute volte tutti i sette libri che la compongono)?
Io credo di sì. E infatti non farò né l’una né l’altra cosa.
Mi limiterò a dire che è stato inizialmente straniante leggere le parole “masturbazione” o “scopare” invece di “pozione polisucco” o “gorgosprizzi”.
Sono bastate però pochissime pagine per dimenticarmi di Hogwarts e dei babbani.

J.K. Rowling, con Il seggio vacante, ci porta dritti dritti nella meschinità e nella temibile mediocrità di una piccola cittadina inglese. Che potrebbe essere benissimo una piccola cittadina italiana.
La morte improvvisa di uno dei membri del Consiglio scoperchia il secchio dell’immondizia, e i piccoli e grandi vermi vengono fuori, uno ad uno.
Le invidie e le ipocrisie. I giochi di chi il potere ce l’ha, e quelli di chi il potere lo verrebbe avere. Famiglie all’apparenza perfette che si sfaldano pagina dopo pagina. Lo squallore della medio borghesia che vuole espellere il quartiere dei reietti come si espelle un cancro, lo squallore di chi difende il quartiere dei reietti finché le proprie piccole, piccolissime vite costruite sull’apparenza non entrano in contatto diretto, reale, con quei reietti. L’ipocrita buonismo progressista di sinistra (se fossimo in Italia).
Le vite, intime e pubbliche, degli adulti e degli adolescenti di Pagford si intrecciano e si accavallano attraverso piccoli e grandi scandali, genitori che alzano le mani sui figli, salumieri con manie di grandezza, gelosie, uomini incapaci, donne alla ricerca di qualcosa che hanno irrimediabilmente perduto, figlie che si infliggono dolore per liberarsi dal dolore, figli che non sanno nemmeno più come odiare chi li ha messi, o non messi, al mondo, rapporti di forza, silenzi e disagio.

Mi hanno detto che c’è chi s’è sperticato le mani gridando al capolavoro. Ecco, io non lo definirei tale.
Ma la Rowling sa scrivere, nel suo modo semplice e lineare. Può non piacere, per carità, ci mancherebbe altro. Ma sembra conoscere quello di cui parla e sembra desiderosa di comunicare altro oltre alla storia che ci racconta. Sa far emergere i personaggi anche solo con due tre tratti e ha un’invidiabile abilità nel descrivere i movimenti dell’animo in subbuglio dentro agli adolescenti. Si avvale di molti stereotipi, bisogna dirlo, in questo romanzo, ma li mescola a piccoli e grandi dettagli per costruire una trama estremamente plausibile, ahimè, e per restituirci uno squarcio di società che chiunque di noi può vedere e che molti di noi negano. O avvallano.

Il seggio vacante
J.K. Rowling
Salani Editore

il seggio vacante J.K. Rowling

due tre cose in punta di lingua

E diciamo le cose come stanno.
Non contiamo niente. Le donne, noi,  sono una donna anche io, noi donne contiamo meno di niente.
Per quell* che hanno marciato [su Roma] per la vita valiamo meno di un’idea, perché le donne che abortiscono sono solo assassine puttane che dovevano tenere chiuse le gambe.
Perché siamo contenitori di futuri figli imposti. Perché siamo figlie, mogli, madri, e comunque, in ogni caso, adette alla cura dell’altr* in nome del nostro animo votato, per natura, alla pazienza, all’amore e al sacrificio.

Non contiamo niente. Ci ammazzano, ci sventrano, ci sfigurano, ci picchiano.
E non abbiamo neanche il diritto di essere delle stronze. Perché la vittima di femminicidio deve essere stata, in vita, per esser degna di attenzione, una santa.
Possibilmente giovane, preferibilmente bella, meglio ancora se madre, ancora meglio se incinta, così a morire siamo in due e l’effetto mediatico è assicurato.
Non abbiamo diritto a niente.
Tanto meno alla nostra identità, qualunque essa sia. Né da vive, né da morte. I ruoli sono stati assegnati e da qui non se ne esce.

Siamo, all’occorrenza, merce di scambio in campagna elettorale. Come una specie animale in via di estinzione, da tutelare. Come i panda. Come la foresta amazzonica.

Niente autonomia, niente autodeterminazione. Sul nostro corpo, sulla nostra vita, sul nostro presente e futuro, tutt* hanno qualcosa da dire.
Troviamo sempre qualcun* che vuole insegnarci come fare le cose. C’è sempre qualcun* pront* a dirci “cosa è una donna”.

Niente. Non contiamo niente. In una società (!) beota, maschilista e sessista che non sa nemmeno di esserlo.
Perché il problema sono tutt* quelli che si sentono evolut*, attent*, informat*, come dire? sul pezzo, orgoglios* di sapere cosa vuol dire femminicidio e poi l’unica cosa che fanno è invocare a gran voce pene certe e severe, ché gli uomini che uccidono le donne sono mostri, vanno sbattuti in galera e va buttata via la chiave! Questa è la Soluzione.
La delega, l’affidare a terzi la nostra sopravvivenza. La nostra esistenza.
Affidarsi, sempre e comunque, a qualcuno che ci tuteli e che ci salvi. E non serve ripetere, e ripetere ancora, gridare se necessario, che non sarà una legge a salvarci la vita.
Che non è una legge che può fermare le umiliazioni, gli schiaffi, la fatica, la sensazione di disagio, le battute sessiste, l’assenza di aria pulita da respirare, di spazi liberi dove camminare, agire, costruire.
Non riesci a farglielo capire che il problema è altro, che il problema sta altrove.

In una cultura che ci relega al di fuori, nello specifico a margine del generale, nella nicchia a margine del quadro d’insieme.
A tutti i livelli, tutti, compresi i “movimenti” (ma dove si muoveranno e verso cosa dico io) pieni zeppi di compagni che devono lottare contro il capitalismo, e lo stato, e ogni tanto concedono il loro tempo, la loro lotta maschia, alla “questione femminile”.
Una cultura che ha stabilito i ruoli chiamando in causa la natura e vuole noi docili, impaurite, remissive, pazienti, amorevoli, pacificatrici di conflitti, prede felici di esserlo e che vuole gli uomini forti, indistruttibili, padri padroni, uomini di polso, che portano a casa lo stipendio, difendono la famiglia, predatori per natura.
Una cultura che come massima trasgressione gerarchica si pensa le quote rosa. Una cultura schizofrenica che spaccia le donne migliori degli uomini per partito preso. Le donne, in quanto donne, migliori degli uomini. E avanti così.
Una cultura che per farmi un complimento mi dice che faccio le cose bene come un uomo. Perché l’uomo è, linguisticamente, socialmente, culturalmente, concettualmente il metro di giudizio, il termine unico e ultimo di paragone.

Non riesci a farglielo capire che il problema sta nel potere. Agito da una parte, subito dall’altra. Che il problema sta in chi al potere non ci vuole rinunciare.

Che il problema sta negli strati di merda che ci avvolgono il corpo e la mente. Strati e strati di stracci marci in cui nasciamo e cresciamo e di cui dobbiamo liberarci.