qui prima poi – un trittico [appunti per “Avevo ancora qualcosa da dire #2]

E dopo il qui e il prima è arrivato anche il poi. E il qui e il prima son stati, necessariamente, rivisti e corretti.

Buona [ri]lettura

[aggiornamento 25.03.014 – anche in pdf >>>]

Qui.

Qui non mi faccio domande, perché qui non ho bisogno di risposte. Qui le domande sono solo pensieri pensati, o pronunciati, con un’intenzione interrogativa senza tensione, senza l’ansia per la possibile assenza di risposta conseguente che qui è solo pensiero pensato, o pronunciato, con una intenzione assertiva senza tensione, senza l’ansia di non trovare aderenza e corrispondenza con il pensiero precedente.
Qui ogni pensiero è minimo nel suo essere indispensabile e ogni pensiero, interrogativo, assertivo o condizionale che sia, si forma e si esaurisce nell’essenzialità della sua, più o meno lunga, esistenza temporanea.
Qui, mi alzo la mattina e quando mi guardo nel grande specchio appeso in bagno, e che a mezzogiorno riproduce e moltiplica la luce del sole che entra dalla finestra, non ho niente per cui dover chiedere scusa. Non mi interessa stabilire chi sono e non c’è nessuno che vuole sapere, o stabilire, qual è il mio ruolo, il mio posto nel mondo. Qual è la mia funzione e la mia posizione all’interno del sistema. Qui non c’è nessun sistema in cui cercare di entrare e da cui cercare di sperata ente di uscire.
Qui non sono buona, non sono cattiva. Non sono altruista, non sono egoista. Non sono sana e non sono malata. Non sono giusta e non sono sbagliata. Qui, in assenza di termini di paragone prestabiliti, non sono in nessun modo difettosa. Non devo essere qualcosa potendo, in un certo senso, essere tutto. E il contrario.
Qui è un luogo che ho cercato a lungo. Attraversando lacrime, frustrazione e ostentata labile serenità. È un luogo che credevo di dover costruire nella mia mente, poi di poterlo costruire, ovunque mi trovassi. Con chiunque avessi a che fare.
Sbagliandomi. O forse semplicemente illudendomi. Non è importante.
Qui ogni gesto è nudo. Trasparente. Qui un passo è un passo, non una scelta essenziale difronte ad un bivio e nemmeno qualcosa di cui valutare le conseguenze e le diramazioni incontrollabili, che ci sono ma che essendo incontrollabili sollevano dall’ossessivo compito di controllarle, una volta che lo si capisce. E qui è facile capirlo, che un passo è solo un passo che serve ad allontanarsi o ad avvicinarsi. A qualcosa di cui di cui si è avuto o si ha bisogno nel momento in cui si è fatto o si fa il passo. Qui, bere dell’acqua significa solo soddisfare la sete e nel cono di luce che filtra tra i rami di un albero non c’è nient’altro che questo. Sole che attraversa i rami di un albero. Qui toccarsi non è accertarsi di esistere. Non sorrido per compiacere, non piango per commuovere.
Qui è dove sono arrivata quando ancora sentivo il peso delle parole. Il peso della parola e del suo contrario. Il peso del potere che sta dentro la parola e di quello che può essere esercitato attraverso la parola.
Quando vincevano sempre i pensieri, perché non sapevo farli tacere, non li sapevo ascoltare e osservavo, ancora stupita, chiunque mi desse anche solo l’impressione di saperli gestire.
Prima di capire che nessuno è in grado di farlo davvero e che a fare la differenza è la capacità di accettare le debolezze e le paure, il dubbio e l’indefinito. Accettare che non c’è sempre una soluzione, e a volte nemmeno una spiegazione. Che non si può ordinare il caos per smettere di averne paura.
La capacità di capire in tempo quando le storie che raccontiamo e ci raccontiamo per restare in equilibrio stanno per sfuggirci di mano.
Qui è dove sono arrivata quando ormai ogni gesto si portava appresso il peso delle parole e il peso indicibile dell’inutilità.
È un luogo molto silenzioso che odora di terra e di mare.
D’estate il sole è tiepido per pochissime ore, fin poco dopo l’alba e da poco prima del tramonto. Per il resto del giorno è una palla incandescente che brucia la pelle. E forse chissà, anche i pensieri. Che accende gli spazi ampi, il mare gentile, la terra burla che pulsa e respira. E le montagne nude ricamate di sentieri che puoi camminare per chilometri e chilometri.
Qui non non è un debole e vulnerabile luogo della mente, qui esiste ed io ci sono rimasta a vivere. E la mia mente non è né debole né vulnerabile. Quando sono arrivata ho lasciato cadere, uno per uno, i pensieri lungo i sentieri ricamati sulle montagne nude. Ho lasciato cadere le dicotomie. Quelle inutili e quelle nocive. Ho lasciato cadere le inadeguatezze e le distanze. E quando poi è arrivato il momento di tornare indietro non l’ho fatto. Perché per farlo avrei dovuto riprendere, uno per uno, tutti i pensieri. Tutte le dicotomie inutili e nocive, tutte le inadeguatezze e le distanze.
Qui è dove sono rimasta quando ho sentito il silenzio dell’assenza di domande e la quiete del non avere bisogno di risposte lasciando indietro tutto quello che credevo di avere e invece non aveva neanche trovato.
Qui è dove sono libera dagli sguardi.
D’inverno a volte piove molto. Lassù, sulle montagne alle mie spalle, nevica. Ma qui, proprio qui, la temperatura è mite.
Qui è una casa bianca molto piccola, e dalla finestra della cucina vedo il mare interrotto solo da una decina di agavi del deserto. Qui, nella casa bianca molto piccola, c’è un letto molto grande, un tavolo molto bello e una poltrona davanti ad un camino molto piccolo.
Di notte, quando c’è la luna piena, esco. E lasciandomi le agavi del deserto alle spalle raggiungo il mare e mi siedo a guardarlo, metallo fuso che ondeggia, e brilla e va e viene.
Di solito, lui, quando arrivo ha appena gettato l’amo e sta seduto a guardare, come me o con me, il mare di metallo fuso. Non ci diciamo mai niente, non ci siamo mai detti niente. Ma quando il silenzio è totale, e qui accade spesso, posso giurare di sentire il suo respiro e credo che lui riesca a sentire il mio. E tanto basta, nell’immobilità e nell’assenza di intenzione.
Qui, in questo luogo in cui sono rimasta a vivere, non mi preoccupo di scoprire o di capire se quello che credo, se quello su cui è per cui giuro sia vero. Qui il mio tempo esterno non è diverso dal tempo esterno, e viceversa. E quello che immagino è quello che è. E non c’è ieri da valutare, non c’è domani da aspettare, organizzare o pretendere migliore o anche solo diverso dagli altri. Non ci sono limiti da rispettare, traguardi da anelare o aspettative da non deludere o da cui non farsi deludere.
Qui i gamberi hanno un sapore dolcissimo e fortissimo, gli avocado sono piccoli e grinzosi e una mano è solo una mano. Gli occhi sono solo occhi. Un sorriso è un sorriso, e come le lacrime che sono solo lacrime vanno e vengono, passano e ritornano, senza un motivo, per tutte le ragioni possibili.
E il dolore, quando arriva se arriva, ha tutto lo spazio e tutto il tempo di espandersi fino a sparire.
Qui, in questo luogo che chiamo casa perché sono riuscita a pronunciarci il mio nome senza sentirne il peso e perché ogni respiro è uguale all’altro e procedono senza interruzioni, senza accelerazioni. Qui dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare la buio. Qui dove non penso né ai se né ai ma. Qui dov’è il mare sotto la luna piena è metallo fuso che ondeggia e brilla e va e viene.
Qui, dove non cerco ma trovo.
Qui, dove la percezione non deforma l’esistente e l’esistente non controlla la percezione.
Qui, dove non mi faccio domande perché non ho bisogno di cercare risposte e dove un passo è solo un passo.

Prima.

Prima aspettavo.
Cercando educatamente di non soccombere. Aspettavo che fossero gli altri a rivolgermi la parola. Aspettavo che fossero gli altri ad indicarmi l’errore e a porgermi la soluzione. Aspettavo che qualcuno arrivasse a salvarmi da me stessa e dalla mie mancanze. Dalla mia inettitudine.
Prima, aspettavo.
Aspettavo di essere felice.
E credevo davvero che bastasse aspettarla, la felicità. Aspettarla facendo quello che doveva essere fatto. E mi sarei svegliata, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Aspettavo, cercando educatamente, nel frattempo, di non soccombere. Rispettando regole, ruoli e distanze senza inciampare nel tentativo a volte goffo a volte disperato di andare a tempo. Quel tempo che non riuscivo mai a distinguere nitidamente, quel tempo su cui tutti sembravano scivolare senza incertezze, timori, difficoltà.
Quel tempo, quella musica. Quel ritmo che riuscivo a tenere solo per imitazione.
Le cose che devono essere fatte.
Il modo in cui devono essere fatte le cose che devono essere fatte. Prima, nascondevo il fiato corto. Il fiato che si spezzava ad ogni piroetta, ad ogni distacco da colmare, ad ogni salita. Ad ogni curva presa troppo in anticipo o troppo in ritardo.
E aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse.
Quel senso di colpa indicibile e totalizzante. Quel senso di colpa senza volto e senza nome, senza principio e senza fine.
Che il senso di colpa sparisse, inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile. Miracoloso.
Che il senso di inadeguatezza si disfacesse, che il senso di margine su cui accumulavo le mie imitazioni si aprisse masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso perenne di esclusione e non appartenenza che masticava, deglutiva e sicuramente digeriva me.
Prima, aspettavo e mi impegnavo nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto come deve essere fatto. E nell’essere quello che.
Quello che.
Quello che.
Quello che mi avevano insegnato. Quello che mi era stato offerto e raccontato.
Qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere, a cui tutti potessero ricondurre aggettivi positivi e chiari e impressioni rassicuranti. Qualcosa che suscitasse pensieri innocui, qualcosa di cui non preoccuparsi.
Qualcosa di facilmente identificabile.
Ed eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, oppure che non conoscevo e non conosco ma che conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
Prima, la parte più difficile era mettere a tacere i pensieri. Ma forse ve l’ho già detto.
Mettere a tacere i pensieri è fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice.
Senza inciampare.
Dove avevano imparato quella musica? Dove avevano imparato a seguirla così? Avevano comprato lo sparito da qualche parte? Esisteva un reparto del supermercato dove poter trovare certezza e consapevolezza di sé? Ero stupida? Incapace? C’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che per quanto mi sforzassi non sarei mai stata in grado di imparare? Perché avevo sempre la sensazione di aver perso qualcosa? Perché mi svegliavo con dentro un senso di assenza, di dolore? Perché per me era difficile quello che per gli altri sembrava un gioco? Perché, in fondo in fondo, mi sembrava di non desiderare affatto quello che mi si diceva fosse giusto desiderare? Chi ero al di là? Cosa potevo essere? Cosa non volevo essere? Sarei mai stata capace di essere? Perché, in fondo in fondo, qualcosa strideva e trasforma in una cacofonia questa musica su cui scivolano tutti? Sono matta? Sono difettosa? Devo ascoltarmi? Ha un senso quello che penso quando smetto di fare quello che deve essere fatto come deve essere fatto?
Facevo così nei momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Mi facevo delle domande. E non trovavo mai le risposte.
Erano i momenti in cui i pensieri guidavano l’agire e il non agire. Incontrollati e incontrollabili. Erano i momenti in cui mi nascondevo, e mi immaginavo spettinata, malvestita e sbraitante sull’autobus all’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56, i capelli bianchi spessi ma radi. E gli occhi blu, piccoli, nascosti nelle pieghe della pelle.
Momenti.
In cui i pensieri. Le domande. I dubbi.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti.
Prima, intorno a quei momenti, ci cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Un giorno appeso all’altro. Gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati all’esterno nella perenne ricerca dell’approvazione e accettazione del prossimo, qualunque prossimo.
Prima, senza strappi e senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Quello che.
Quello che.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Forte ma non prevaricante. Estranea alla ricerca del conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Prima, da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Da qui lo posso dire.
Prima ero di una bravura estremamente pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, indagata, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia.
Spappolata dall’attesa.
Ma, non mi lasciavo spazi vuoti, porte socchiuse. Vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. Ad imparare e a mettere in pratica quello che, mi avevano assicurato, doveva essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, finalmente, meravigliosamente felice.
Brava a non mostrare mai a nessuno la mia cacofonia mentre tenevo il tempo, il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Unduetre, unduetre, unduetre.
Prima ero brava a nascondermi e a da sconcerti quei momenti.

 

Poi.

Poi sono arrivate le parole.
E ho capito.
L’ho sentito. Ho sentito che le parole potevano farmi felice.
L’ho sentito nel modo in cui spero che anche voi, almeno una volta nella vita, abbiate sentito qualcosa.
In un modo che neanche le parole, nemmeno quelle che sono arrivate a salvarmi la vita, possono descrivere.
Sono arrivate, me le sono trovate tra le mani, sulla lingua, nella testa. Parole che raccontavano cose. Parole che mi dicevano che non ero difettosa.
Allora ne ho cercate altre, altre ancora, sempre di più. Annusandole, toccandole, rimpastandomele nella bocca. Lunghezza, suono, profondità, significato. Suono, ritmo. Tempo, il tempo delle parole.
Poi, tra tutte, ho cominciato a cercare quelle che solo a pronunciarle mi sarebbero brillati gli occhi. Parole, parole. Le mie, solo mie, belle per me, solo per me. Senza chiedermi se a qualcuno, qualunque qualcuno, sarebbero sembrate degne anche solo di un cenno.
Le ho seguite, scovate, pedinate, catturate. Accumulate. Me le sono provate, come si fa con una gonna, un maglione, un paio di scarpe. E me ne andavo in giro vestita di parole.
Poi le sezionavo, e selezionavo. Le ho accartocciate e conservate nelle tasche, nelle borse.
Nei pugni stretti, sotto le lenzuola.
Le ho spiate, odiate anche. Ne ho avuto paura, certo.
Poi le rovesciavo, le masticavo. Le rifiutavo e le accettavo.
Lunghezza, suono, profondità, significato.
Significato.
Una dopo l’altra.
Costruendo me.
Poi, dietro e dentro le parole, ho scoperto mondi inimmaginabili, strade da percorrere che sembravano sbarrate e senza uscita solo un attimo prima. Ho visto le infinite combinazioni, le infinite possibilità.
E la possibilità di non soccombere, così vicina da poterla abbracciare. Accarezzare. Tenerla nelle tasche, nella borsa, insieme alle parole accartocciate, nei pugni stretti sotto le lenzuola.
Poi, inseguendo una parola, ho incontrato delle persone. E usavano le stesse parole che usavo io, le stesse parole. E si vestivano delle stesse parole con cui mi vestivo io.
Allora ho iniziato a stare vicino a queste persone, e ho scoperto altre parole, tantissime parole. Gli rotolavano fuori dalla bocca, una dopo l’altra, come fuochi d’artificio.
Allora anch’io ho fatto rotolare fuori dalla bocca le mie. Ho domandato e ho risposto. Ho condiviso. E ci scambiavamo le parole, i mondi, le strade da percorrere, le possibilità infinite.
E mi sembrava di non essere più sola.
Rotolavano parole da tutte le parti, era un gioco, una gioia. Rotolavano, e saltavano, e schizzavano di qua e di là. Di bocca in bocca, non c’era modo di fermarle.
E io mi costruivo.
Non mi sono accorta subito che qualcosa scorreva, da qualche parte. Come un’infiltrazione.
Le parole rotolavano, saltavano, andavano assaggiate, provate, scelte. Scambiate, prestate, restituite.
Mi sono accorta troppo tardi che non era vero che si vestivano con le parole. Ci stavano a sedere sopra sopra, schiacciandole, soffocandole. E non era vero che ci vedevano le stesse cose che ci vedevo io. Ci vedevano quello che serviva.
Mi sono accorta troppo tardi che ci giocavo da sola, che da sola lo facevo per godere e non per vincere.
Come un’infiltrazione.
Poi, ho visto le parole, quelle parole che mi facevano brillare gli occhi, usate come pietre. Come bastoni. Per convincere, educare, punire. Come chiavi per serrare i lucchetti delle gabbie.
Ho visto le parole sfarsi, liquefarsi. E ricomporsi in mostri irriconoscibili.
Allora mi sono sentita di nuovo inadeguata, di nuovo stretta sul margine.
Mi sono ripresa tutte le mie parole, tutte quante. Anche quelle nuove. E me ne sono andata via da quelle persone, via da quelle pietre, da quei bastoni. Da quelle gabbie.

Da qui, adesso, non so più dire quante volte ho messo in tasca le parole partendo alla ricerca di qualcosa in cui non riuscivo a smettere di credere.
So che ho visto le parole usate come inganno, ho visto usare le parole per controllare, dirigere, premiare e allontanare. Ho visto le parole abusate, storpiate, manomesse.
Poi ho visto le parole usate per esercitare potere. E poi ho scoperto che c’è sempre qualcuno che lo fa.
Anche tra chi usa il mio stesso vocabolario. Anche tra chi usa la mia stessa parte di vocabolario.
Le parole come lacci a far sanguinare i polsi e le caviglie, come bavagli stretti intorno alla bocca. Come manette senza serratura. Come divise da indossare, per marciare, per obbedire. Di nuovo, mi si chiedeva di essere qualcosa. Qualcosa di addomesticato. Di addomesticabile a seconda del bisogno.
In fondo, di nuovo, con molte meno differenze di quanto possa sembrare, educata e accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Accondiscendente. Rispettosa della gerarchia. Stabile. Facilmente maneggiabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro. Qualsiasi altra.
Di nuovo, poi, un ritmo non mio. Di nuovo fuori tempo. Una musica sconosciuta, estranea.
Dolorosa.
Ancora più dolorosa, se possibile.
Come un’infiltrazione.
Da qui, adesso, non so più dire quante volte ho fatto rotolare le mie parole agguantando quelle che mi saltavano intorno perché ho creduto di vedere.
Perché volevo vedere.
Perché avevo bisogno di vedere.
Perché credevo di aver bisogno di vedere.
Quante volte mi sono dovuta fermare, nascondere. Senza fiato, a masticare rabbia e dolore. A sputare bile verde, marcia, amara.
Quanto volte ho cercato di capire. Quante volte ho dovuto scegliere, cosa dimenticare e cosa conservare. Quante volte ho cercato di riconoscermi al di là di tutto. Chi ero. Cos’ero.
E quante domande senza risposta.
E poi, ve l’ho detto, sentivo il peso delle parole.
Quante volte le ho chiuse dentro all’ultimo cassetto pensando così di poterle ignorare.
E allora un passo non era più solo un passo, un gesto non era più solo un gesto.
L’infiltrazione ha corroso le fondamenta e sono crollata, tra polvere e calcinacci.

Da qui, adesso, è tutto molto lontano, come un’eco di qualcosa che so di aver vissuto ma che non ha lasciato le cicatrici che credevo.
Da qui, dove sono arrivata e sono rimasta.
Qui, dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare al buio.

Prima (del qui)

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

Prima, aspettavo. Cercando educatamente di non soccombere.
Aspettavo, di essere felice.
Credevo che bastasse aspettarla, la felicità, per vederla arrivare. Aspettare e fare quello che deve essere fatto.
Prima, credevo che bastasse. Una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi pensavo che mi sarei svegliata felice.
Cercando, nel frattempo, educatamente, di non soccombere.
Di non inciampare nel tentativo di andare a tempo. Il tempo su cui tutti sembravano scivolare senza difficoltà, senza timore, senza incertezze. Quel tempo, quel ritmo.
Le cose che devono essere fatte.
Prima, aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse, come inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile.  Miracoloso. Che il limpido e cristallino senso di inadeguatezza si disfacesse. Che quel senso di margine su cui accumulavo le giornate si aprisse, masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso di esclusione e non appartenenza che stava masticando e deglutendo me.
Mi impegnavo. Nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto. Nell’essere quello che.
Quello che.
Cercavo di essere qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere. A cui tutti potessero ricondurre aggettivi chiari, impressioni rassicuranti. Cercavo di suscitare pensieri innocui. Qualcosa di facilmente identificabile.
Eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, o qualcuno che non conosco ma conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
La parte più difficile, forse ve l’ho già detto, era mettere a tacere i pensieri. Fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice. Mantenere quel passo, seguire quel ritmo. Senza inciampare.
Prima, mi capitava di domandarmi se ci fosse un reparto del supermercato dove poter comprare lo spartito di quella musica, per impararlo quel ritmo. Un reparto del supermercato dove poter comprare, a qualsiasi prezzo, certezze e consapevolezza.
Ma erano i momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Erano i momenti in cui i pensieri prendevano il sopravvento, senza controllo. In cui mi immaginavo spettinata, malvestita, sbraitante sull’autobus affollato dell’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56. I capelli bianchi, spessi ma radi. Gli occhi blu, piccoli. Intensi.
Momenti.
Momenti in cui mi domandavo se magari.
Momenti in cui l’assenza.
Momenti in cui i dubbi. Il dubbio.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti in cui mi domandavo se forse mi ero dimenticata un passaggio fondamentale. O se magari quel qualcuno che non conoscevo ma conosceva me se ne fosse dimenticato.
Momenti.
Intorno cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Fatta di gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati verso l’approvazione e l’accettazione del prossimo. Qualunque prossimo.
Prima, senza strappi, senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Ora, da qui, lo posso dire.
Prima, ero di una bravura pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia. Spappolata dall’attesa.
Ero brava.
A non lasciare spazi vuoti, porte socchiuse, vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. A mettere in pratica per fare quello che deve essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Brava a non mostrare la cacofonia mentre tenevo il passo. Tenevo il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Prima, ero brava a nascondermi. A nascondermi quei momenti.

[prima c’è il qui >>>, auspico anche un poi]

prima e adesso

Le persone non mi interessano più, ecco qual è il problema.
Le persone non mi interessano più. E non mi colpiscono, non mi emozionano. Non mi commuovono. Non mi fanno incazzare.
Prima le persone erano storie. Erano grumi di parole da sviluppare, grumi di parole come nuclei di partenza. Prima, le persone, erano potenziali incarnazioni di particolari sguardi obliqui, e necessari, sul mondo. Le persone, prima, erano mondi. Piccoli mondi da narrare.
Adesso le guardo, le persone, e non sento niente, non vedo niente. Non immagino niente.
Prima era il caos. Ad ogni passo, in ogni situazione. Per strada, sul tram, in treno. Dappertutto.
Ecco qual è il problema. Ecco perché, in un certo senso, non scrivo più.

Perché non scrivo più le mie storie.

Perché prima, le persone mi parlavano.
Le mani arrossate e gonfie strette intorno ai sacchetti della spesa. Lo sguardo perso oltre il finestrino del treno. Il passo rapido e la cadenza frettolosa di un paio di tacchi. Un sorriso fatto a niente e a nessuno. Tutti, prima, erano lì a raccontarmi una storia.

Prima, le persone, erano fatica, sogni da inseguire, sogni realizzati, sogni irrealizzabili. Erano rabbia sepolta da portare alla luce. Erano ribellioni possibili.
Ecco. Prima, le persone, erano insurrezioni possibili.
E mi parlavano.
Adesso, no. Adesso non sento, non vedo e non immagino niente.
Ecco qual è il problema.
Niente più storie da far deflagrare all’improvviso. Niente potenziali esplosioni.
Perché prima, le persone, incarnavano le infinite possibilità. Erano variabili impazzite, traiettorie deviate. Piccoli mondi possibili. Prima, le persone, mi interessano, mi parlavano, mi emozionavano, mi facevano incazzare.
Adesso. Adesso no.
Sono lo stesso schema ripetuto. Sono il binario morto.

Ecco.

Cesca, Luisa ed io

Appallottolata sul seggiolino del treno, immersa in una stanchezza totale.
Dormire. Sarebbe la cosa più intelligente da fare.
Eppure, invece.
Cesca, Luisa.
Sono passate quasi 24 ore dalla prima di Ni una más a Trieste.
Penso che mi serve un po’ di silenzio. Adesso.
Adesso che l’ho vista camminare sul palco dentro la sua armatura.
E m’è finalmente uscita dal sangue.
Ho vissuto più di due anni con Cesca addosso, e con gli occhi verdi di Luisa.
E adesso resto sola.
Attraversata.
Con questo senso di abbandono che conosco bene, che so che passerà ma che ora mi lascia senza fiato, senza forze.
Come avessi trattenuto il respiro, in tutto questo tempo, nello sforzo della concentrazione, nella contrazione dei muscoli. Per tenermi tutto stretto. Per non lasciar scappare niente, perdere niente, sbagliare niente.
Per tenermi stretta Cesca. E con Cesca Luisa. E me.
E penso che adesso mi serve un po’ di silenzio.
E, per favore, qualcuno che spenga questa cazzo di aria condizionata, perché mi sta congelando il cervello.
Del silenzio e un po’ di tepore, per cortesia.
Che il coraggio di chiudere gli occhi, e lasciar andare tutto, io mica ce l’ho.
Di allentare la contrazione dei muscoli, di sputare fuori l’aria (!) e poi riprendere a respirare.
Io mica c’è l’ho davvero.
Domani, forse.