qui prima poi – un trittico [appunti per “Avevo ancora qualcosa da dire #2]

E dopo il qui e il prima è arrivato anche il poi. E il qui e il prima son stati, necessariamente, rivisti e corretti.

Buona [ri]lettura

[aggiornamento 25.03.014 – anche in pdf >>>]

Qui.

Qui non mi faccio domande, perché qui non ho bisogno di risposte. Qui le domande sono solo pensieri pensati, o pronunciati, con un’intenzione interrogativa senza tensione, senza l’ansia per la possibile assenza di risposta conseguente che qui è solo pensiero pensato, o pronunciato, con una intenzione assertiva senza tensione, senza l’ansia di non trovare aderenza e corrispondenza con il pensiero precedente.
Qui ogni pensiero è minimo nel suo essere indispensabile e ogni pensiero, interrogativo, assertivo o condizionale che sia, si forma e si esaurisce nell’essenzialità della sua, più o meno lunga, esistenza temporanea.
Qui, mi alzo la mattina e quando mi guardo nel grande specchio appeso in bagno, e che a mezzogiorno riproduce e moltiplica la luce del sole che entra dalla finestra, non ho niente per cui dover chiedere scusa. Non mi interessa stabilire chi sono e non c’è nessuno che vuole sapere, o stabilire, qual è il mio ruolo, il mio posto nel mondo. Qual è la mia funzione e la mia posizione all’interno del sistema. Qui non c’è nessun sistema in cui cercare di entrare e da cui cercare di sperata ente di uscire.
Qui non sono buona, non sono cattiva. Non sono altruista, non sono egoista. Non sono sana e non sono malata. Non sono giusta e non sono sbagliata. Qui, in assenza di termini di paragone prestabiliti, non sono in nessun modo difettosa. Non devo essere qualcosa potendo, in un certo senso, essere tutto. E il contrario.
Qui è un luogo che ho cercato a lungo. Attraversando lacrime, frustrazione e ostentata labile serenità. È un luogo che credevo di dover costruire nella mia mente, poi di poterlo costruire, ovunque mi trovassi. Con chiunque avessi a che fare.
Sbagliandomi. O forse semplicemente illudendomi. Non è importante.
Qui ogni gesto è nudo. Trasparente. Qui un passo è un passo, non una scelta essenziale difronte ad un bivio e nemmeno qualcosa di cui valutare le conseguenze e le diramazioni incontrollabili, che ci sono ma che essendo incontrollabili sollevano dall’ossessivo compito di controllarle, una volta che lo si capisce. E qui è facile capirlo, che un passo è solo un passo che serve ad allontanarsi o ad avvicinarsi. A qualcosa di cui di cui si è avuto o si ha bisogno nel momento in cui si è fatto o si fa il passo. Qui, bere dell’acqua significa solo soddisfare la sete e nel cono di luce che filtra tra i rami di un albero non c’è nient’altro che questo. Sole che attraversa i rami di un albero. Qui toccarsi non è accertarsi di esistere. Non sorrido per compiacere, non piango per commuovere.
Qui è dove sono arrivata quando ancora sentivo il peso delle parole. Il peso della parola e del suo contrario. Il peso del potere che sta dentro la parola e di quello che può essere esercitato attraverso la parola.
Quando vincevano sempre i pensieri, perché non sapevo farli tacere, non li sapevo ascoltare e osservavo, ancora stupita, chiunque mi desse anche solo l’impressione di saperli gestire.
Prima di capire che nessuno è in grado di farlo davvero e che a fare la differenza è la capacità di accettare le debolezze e le paure, il dubbio e l’indefinito. Accettare che non c’è sempre una soluzione, e a volte nemmeno una spiegazione. Che non si può ordinare il caos per smettere di averne paura.
La capacità di capire in tempo quando le storie che raccontiamo e ci raccontiamo per restare in equilibrio stanno per sfuggirci di mano.
Qui è dove sono arrivata quando ormai ogni gesto si portava appresso il peso delle parole e il peso indicibile dell’inutilità.
È un luogo molto silenzioso che odora di terra e di mare.
D’estate il sole è tiepido per pochissime ore, fin poco dopo l’alba e da poco prima del tramonto. Per il resto del giorno è una palla incandescente che brucia la pelle. E forse chissà, anche i pensieri. Che accende gli spazi ampi, il mare gentile, la terra burla che pulsa e respira. E le montagne nude ricamate di sentieri che puoi camminare per chilometri e chilometri.
Qui non non è un debole e vulnerabile luogo della mente, qui esiste ed io ci sono rimasta a vivere. E la mia mente non è né debole né vulnerabile. Quando sono arrivata ho lasciato cadere, uno per uno, i pensieri lungo i sentieri ricamati sulle montagne nude. Ho lasciato cadere le dicotomie. Quelle inutili e quelle nocive. Ho lasciato cadere le inadeguatezze e le distanze. E quando poi è arrivato il momento di tornare indietro non l’ho fatto. Perché per farlo avrei dovuto riprendere, uno per uno, tutti i pensieri. Tutte le dicotomie inutili e nocive, tutte le inadeguatezze e le distanze.
Qui è dove sono rimasta quando ho sentito il silenzio dell’assenza di domande e la quiete del non avere bisogno di risposte lasciando indietro tutto quello che credevo di avere e invece non aveva neanche trovato.
Qui è dove sono libera dagli sguardi.
D’inverno a volte piove molto. Lassù, sulle montagne alle mie spalle, nevica. Ma qui, proprio qui, la temperatura è mite.
Qui è una casa bianca molto piccola, e dalla finestra della cucina vedo il mare interrotto solo da una decina di agavi del deserto. Qui, nella casa bianca molto piccola, c’è un letto molto grande, un tavolo molto bello e una poltrona davanti ad un camino molto piccolo.
Di notte, quando c’è la luna piena, esco. E lasciandomi le agavi del deserto alle spalle raggiungo il mare e mi siedo a guardarlo, metallo fuso che ondeggia, e brilla e va e viene.
Di solito, lui, quando arrivo ha appena gettato l’amo e sta seduto a guardare, come me o con me, il mare di metallo fuso. Non ci diciamo mai niente, non ci siamo mai detti niente. Ma quando il silenzio è totale, e qui accade spesso, posso giurare di sentire il suo respiro e credo che lui riesca a sentire il mio. E tanto basta, nell’immobilità e nell’assenza di intenzione.
Qui, in questo luogo in cui sono rimasta a vivere, non mi preoccupo di scoprire o di capire se quello che credo, se quello su cui è per cui giuro sia vero. Qui il mio tempo esterno non è diverso dal tempo esterno, e viceversa. E quello che immagino è quello che è. E non c’è ieri da valutare, non c’è domani da aspettare, organizzare o pretendere migliore o anche solo diverso dagli altri. Non ci sono limiti da rispettare, traguardi da anelare o aspettative da non deludere o da cui non farsi deludere.
Qui i gamberi hanno un sapore dolcissimo e fortissimo, gli avocado sono piccoli e grinzosi e una mano è solo una mano. Gli occhi sono solo occhi. Un sorriso è un sorriso, e come le lacrime che sono solo lacrime vanno e vengono, passano e ritornano, senza un motivo, per tutte le ragioni possibili.
E il dolore, quando arriva se arriva, ha tutto lo spazio e tutto il tempo di espandersi fino a sparire.
Qui, in questo luogo che chiamo casa perché sono riuscita a pronunciarci il mio nome senza sentirne il peso e perché ogni respiro è uguale all’altro e procedono senza interruzioni, senza accelerazioni. Qui dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare la buio. Qui dove non penso né ai se né ai ma. Qui dov’è il mare sotto la luna piena è metallo fuso che ondeggia e brilla e va e viene.
Qui, dove non cerco ma trovo.
Qui, dove la percezione non deforma l’esistente e l’esistente non controlla la percezione.
Qui, dove non mi faccio domande perché non ho bisogno di cercare risposte e dove un passo è solo un passo.

Prima.

Prima aspettavo.
Cercando educatamente di non soccombere. Aspettavo che fossero gli altri a rivolgermi la parola. Aspettavo che fossero gli altri ad indicarmi l’errore e a porgermi la soluzione. Aspettavo che qualcuno arrivasse a salvarmi da me stessa e dalla mie mancanze. Dalla mia inettitudine.
Prima, aspettavo.
Aspettavo di essere felice.
E credevo davvero che bastasse aspettarla, la felicità. Aspettarla facendo quello che doveva essere fatto. E mi sarei svegliata, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, felice.
Aspettavo, cercando educatamente, nel frattempo, di non soccombere. Rispettando regole, ruoli e distanze senza inciampare nel tentativo a volte goffo a volte disperato di andare a tempo. Quel tempo che non riuscivo mai a distinguere nitidamente, quel tempo su cui tutti sembravano scivolare senza incertezze, timori, difficoltà.
Quel tempo, quella musica. Quel ritmo che riuscivo a tenere solo per imitazione.
Le cose che devono essere fatte.
Il modo in cui devono essere fatte le cose che devono essere fatte. Prima, nascondevo il fiato corto. Il fiato che si spezzava ad ogni piroetta, ad ogni distacco da colmare, ad ogni salita. Ad ogni curva presa troppo in anticipo o troppo in ritardo.
E aspettavo.
Che il senso di colpa sparisse.
Quel senso di colpa indicibile e totalizzante. Quel senso di colpa senza volto e senza nome, senza principio e senza fine.
Che il senso di colpa sparisse, inghiottito da un maelstrom improvviso e inspiegabile. Miracoloso.
Che il senso di inadeguatezza si disfacesse, che il senso di margine su cui accumulavo le mie imitazioni si aprisse masticando e deglutendo, e magari digerendo, quel senso perenne di esclusione e non appartenenza che masticava, deglutiva e sicuramente digeriva me.
Prima, aspettavo e mi impegnavo nell’attesa e nel fare quello che deve essere fatto come deve essere fatto. E nell’essere quello che.
Quello che.
Quello che.
Quello che mi avevano insegnato. Quello che mi era stato offerto e raccontato.
Qualcosa che gli altri potessero sempre riconoscere, a cui tutti potessero ricondurre aggettivi positivi e chiari e impressioni rassicuranti. Qualcosa che suscitasse pensieri innocui, qualcosa di cui non preoccuparsi.
Qualcosa di facilmente identificabile.
Ed eseguivo quotidianamente il compito che mi ero data, o che qualcuno prima di me, qualcuno che avevo dimenticato, oppure che non conoscevo e non conosco ma che conosceva me, mi aveva assegnato in un momento che non ricordavo.
Prima, la parte più difficile era mettere a tacere i pensieri. Ma forse ve l’ho già detto.
Mettere a tacere i pensieri è fondamentale per non soccombere. Educatamente.
Mantenere il passo, seguire il ritmo. Il ritmo di chi sembrava, oltre ogni ragionevole o irragionevole dubbio, essersi svegliato una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi felice.
Senza inciampare.
Dove avevano imparato quella musica? Dove avevano imparato a seguirla così? Avevano comprato lo sparito da qualche parte? Esisteva un reparto del supermercato dove poter trovare certezza e consapevolezza di sé? Ero stupida? Incapace? C’era qualcosa che mi sfuggiva, qualcosa che per quanto mi sforzassi non sarei mai stata in grado di imparare? Perché avevo sempre la sensazione di aver perso qualcosa? Perché mi svegliavo con dentro un senso di assenza, di dolore? Perché per me era difficile quello che per gli altri sembrava un gioco? Perché, in fondo in fondo, mi sembrava di non desiderare affatto quello che mi si diceva fosse giusto desiderare? Chi ero al di là? Cosa potevo essere? Cosa non volevo essere? Sarei mai stata capace di essere? Perché, in fondo in fondo, qualcosa strideva e trasforma in una cacofonia questa musica su cui scivolano tutti? Sono matta? Sono difettosa? Devo ascoltarmi? Ha un senso quello che penso quando smetto di fare quello che deve essere fatto come deve essere fatto?
Facevo così nei momenti in cui inciampavo, in cui perdevo drammaticamente il ritmo.
Mi facevo delle domande. E non trovavo mai le risposte.
Erano i momenti in cui i pensieri guidavano l’agire e il non agire. Incontrollati e incontrollabili. Erano i momenti in cui mi nascondevo, e mi immaginavo spettinata, malvestita e sbraitante sull’autobus all’ora di punta, invocando l’arrivo imminente dell’apocalisse.
Come quella donna sul 56, i capelli bianchi spessi ma radi. E gli occhi blu, piccoli, nascosti nelle pieghe della pelle.
Momenti.
In cui i pensieri. Le domande. I dubbi.
Momenti in cui l’eventualità di soccombere si faceva così vicina da poterla accarezzare.
Momenti.
Prima, intorno a quei momenti, ci cesellavo la mia ripetuta quotidianità. Un giorno appeso all’altro. Gesti calibrati in lunghezza, intensità ed estensione. Gesti proiettati all’esterno nella perenne ricerca dell’approvazione e accettazione del prossimo, qualunque prossimo.
Prima, senza strappi e senza scosse, aspettavo e facevo quello che doveva essere fatto.
Ero, senza strappi e senza scosse, quello che dovevo essere.
Quello che.
Quello che.
Educata, accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Facilmente maneggiabile. Stabile. Curiosa ma non invadente. Forte ma non prevaricante. Estranea alla ricerca del conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro.
Prima, da seduta, le mie ginocchia si sono sempre toccate. Se capite cosa voglio dire.
Ed ero brava.
Da qui lo posso dire.
Prima ero di una bravura estremamente pericolosa.
Mi sentivo goffa, fuori posto, incapace, indagata, inadatta. Inseguita dalle paure, plasmata dall’angoscia.
Spappolata dall’attesa.
Ma, non mi lasciavo spazi vuoti, porte socchiuse. Vie di fuga.
Prima ero brava. Ad osservare e ad imparare. Ad imparare e a mettere in pratica. Ad imparare e a mettere in pratica quello che, mi avevano assicurato, doveva essere fatto per svegliarsi, una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi, finalmente, meravigliosamente felice.
Brava a non mostrare mai a nessuno la mia cacofonia mentre tenevo il tempo, il ritmo.
Quel passo, quel ritmo.
Unduetre, unduetre, unduetre.
Prima ero brava a nascondermi e a da sconcerti quei momenti.

 

Poi.

Poi sono arrivate le parole.
E ho capito.
L’ho sentito. Ho sentito che le parole potevano farmi felice.
L’ho sentito nel modo in cui spero che anche voi, almeno una volta nella vita, abbiate sentito qualcosa.
In un modo che neanche le parole, nemmeno quelle che sono arrivate a salvarmi la vita, possono descrivere.
Sono arrivate, me le sono trovate tra le mani, sulla lingua, nella testa. Parole che raccontavano cose. Parole che mi dicevano che non ero difettosa.
Allora ne ho cercate altre, altre ancora, sempre di più. Annusandole, toccandole, rimpastandomele nella bocca. Lunghezza, suono, profondità, significato. Suono, ritmo. Tempo, il tempo delle parole.
Poi, tra tutte, ho cominciato a cercare quelle che solo a pronunciarle mi sarebbero brillati gli occhi. Parole, parole. Le mie, solo mie, belle per me, solo per me. Senza chiedermi se a qualcuno, qualunque qualcuno, sarebbero sembrate degne anche solo di un cenno.
Le ho seguite, scovate, pedinate, catturate. Accumulate. Me le sono provate, come si fa con una gonna, un maglione, un paio di scarpe. E me ne andavo in giro vestita di parole.
Poi le sezionavo, e selezionavo. Le ho accartocciate e conservate nelle tasche, nelle borse.
Nei pugni stretti, sotto le lenzuola.
Le ho spiate, odiate anche. Ne ho avuto paura, certo.
Poi le rovesciavo, le masticavo. Le rifiutavo e le accettavo.
Lunghezza, suono, profondità, significato.
Significato.
Una dopo l’altra.
Costruendo me.
Poi, dietro e dentro le parole, ho scoperto mondi inimmaginabili, strade da percorrere che sembravano sbarrate e senza uscita solo un attimo prima. Ho visto le infinite combinazioni, le infinite possibilità.
E la possibilità di non soccombere, così vicina da poterla abbracciare. Accarezzare. Tenerla nelle tasche, nella borsa, insieme alle parole accartocciate, nei pugni stretti sotto le lenzuola.
Poi, inseguendo una parola, ho incontrato delle persone. E usavano le stesse parole che usavo io, le stesse parole. E si vestivano delle stesse parole con cui mi vestivo io.
Allora ho iniziato a stare vicino a queste persone, e ho scoperto altre parole, tantissime parole. Gli rotolavano fuori dalla bocca, una dopo l’altra, come fuochi d’artificio.
Allora anch’io ho fatto rotolare fuori dalla bocca le mie. Ho domandato e ho risposto. Ho condiviso. E ci scambiavamo le parole, i mondi, le strade da percorrere, le possibilità infinite.
E mi sembrava di non essere più sola.
Rotolavano parole da tutte le parti, era un gioco, una gioia. Rotolavano, e saltavano, e schizzavano di qua e di là. Di bocca in bocca, non c’era modo di fermarle.
E io mi costruivo.
Non mi sono accorta subito che qualcosa scorreva, da qualche parte. Come un’infiltrazione.
Le parole rotolavano, saltavano, andavano assaggiate, provate, scelte. Scambiate, prestate, restituite.
Mi sono accorta troppo tardi che non era vero che si vestivano con le parole. Ci stavano a sedere sopra sopra, schiacciandole, soffocandole. E non era vero che ci vedevano le stesse cose che ci vedevo io. Ci vedevano quello che serviva.
Mi sono accorta troppo tardi che ci giocavo da sola, che da sola lo facevo per godere e non per vincere.
Come un’infiltrazione.
Poi, ho visto le parole, quelle parole che mi facevano brillare gli occhi, usate come pietre. Come bastoni. Per convincere, educare, punire. Come chiavi per serrare i lucchetti delle gabbie.
Ho visto le parole sfarsi, liquefarsi. E ricomporsi in mostri irriconoscibili.
Allora mi sono sentita di nuovo inadeguata, di nuovo stretta sul margine.
Mi sono ripresa tutte le mie parole, tutte quante. Anche quelle nuove. E me ne sono andata via da quelle persone, via da quelle pietre, da quei bastoni. Da quelle gabbie.

Da qui, adesso, non so più dire quante volte ho messo in tasca le parole partendo alla ricerca di qualcosa in cui non riuscivo a smettere di credere.
So che ho visto le parole usate come inganno, ho visto usare le parole per controllare, dirigere, premiare e allontanare. Ho visto le parole abusate, storpiate, manomesse.
Poi ho visto le parole usate per esercitare potere. E poi ho scoperto che c’è sempre qualcuno che lo fa.
Anche tra chi usa il mio stesso vocabolario. Anche tra chi usa la mia stessa parte di vocabolario.
Le parole come lacci a far sanguinare i polsi e le caviglie, come bavagli stretti intorno alla bocca. Come manette senza serratura. Come divise da indossare, per marciare, per obbedire. Di nuovo, mi si chiedeva di essere qualcosa. Qualcosa di addomesticato. Di addomesticabile a seconda del bisogno.
In fondo, di nuovo, con molte meno differenze di quanto possa sembrare, educata e accogliente. Moderatamente disponibile. Limpida, circolare. Accondiscendente. Rispettosa della gerarchia. Stabile. Facilmente maneggiabile. Curiosa ma non invadente. Estranea al conflitto. Abile nella cura dell’altro, qualsiasi altro. Qualsiasi altra.
Di nuovo, poi, un ritmo non mio. Di nuovo fuori tempo. Una musica sconosciuta, estranea.
Dolorosa.
Ancora più dolorosa, se possibile.
Come un’infiltrazione.
Da qui, adesso, non so più dire quante volte ho fatto rotolare le mie parole agguantando quelle che mi saltavano intorno perché ho creduto di vedere.
Perché volevo vedere.
Perché avevo bisogno di vedere.
Perché credevo di aver bisogno di vedere.
Quante volte mi sono dovuta fermare, nascondere. Senza fiato, a masticare rabbia e dolore. A sputare bile verde, marcia, amara.
Quanto volte ho cercato di capire. Quante volte ho dovuto scegliere, cosa dimenticare e cosa conservare. Quante volte ho cercato di riconoscermi al di là di tutto. Chi ero. Cos’ero.
E quante domande senza risposta.
E poi, ve l’ho detto, sentivo il peso delle parole.
Quante volte le ho chiuse dentro all’ultimo cassetto pensando così di poterle ignorare.
E allora un passo non era più solo un passo, un gesto non era più solo un gesto.
L’infiltrazione ha corroso le fondamenta e sono crollata, tra polvere e calcinacci.

Da qui, adesso, è tutto molto lontano, come un’eco di qualcosa che so di aver vissuto ma che non ha lasciato le cicatrici che credevo.
Da qui, dove sono arrivata e sono rimasta.
Qui, dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare al buio.

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la leggerezza e la carota, e il potere su mezzo metro di sudicio niente

La pioggia batte ancora, sul tetto, sui vetri.
Io vorrei fare ordine. Fuori, e dentro. La testa si rincorre, esattamente come fanno i cani quando gli parte la brocca, s’addentano la coda e scappano inseguendosi.
Non c’è modo di fermarli.
Ma la situazione è complessa. Le situazioni, sono complesse. Così complesse che ne basterebbe una sola per fare un avanzo.
Progetti di scrittura che non riescono a trovare lo spazio sufficiente per passare dallo stato di idea a quello di oggetto. Strascichi di malumori che non se ne vogliono andare, per quanto lo sforzo fatto sia quello di ridere, lucidamente, comunque, alla faccia delle piccole, mille piccole, cose fuori posto. Il tempo che si restringe, giorno dopo giorno, che si rincorre, anche lui, come i cani sbroccati e la mia testa.
E poi.
Le posizioni da difendere, dai piccoli attacchi del quotidiano. La voglia di leggerezza, legata al bastone al posto della carota per continuare a percorrere una strada che ho trovato e trovo giusta. Giusta per me. Ché poi ti volti e vedi in lontananza chi è rimasto indietro, per colpa o per difetto, o per incidenti involontari di percorso, ma io, Io, tallone punta, tallone punta, vado avanti e indietro non ci torno.
Orde di parole maleducate che sibilano sfrecciandomi a meno di un palmo dalle orecchie senza colpirmi, fortunatamente, in piena fronte. Per un pelo. In pieno petto. Parole sbagliate che niente hanno a che vedere con il loro reale significato. Parole usate tanto per fare. Io che le parole le peso, o almeno ci provo. Dove mi giro mi giro, la sensazione è sempre quella di aver cominciato improvvisamente a parlare un’altra lingua. O che abbiano cominciato a farlo tutti gli altri. In un caos comunicativo senza precedenti.
E poi.
Le manifestazioni più o meno grandi di oppressione e di autoritarismo. Esercizi di stile sulla variante del mantenimento e della rivendicazione del potere, anche solo  su mezzo metro di sudicio pavimento, anche solo su mezzo metro di sudicio niente trasformato in regno, che mi fanno ribrezzo e paura insieme. Comportamenti che trasudano odio marcio e violenza male indossata. Rabbia che s’è trasformata in rancore rancido, che viene su alla gola come una cena mal digerita, con i succhi gastrici impazziti che ti foderano la gola. Questa compulsione all’ordine e alla gerarchizzazione. Alla disciplina e al rispetto dei ruoli.
E poi, la confusione di chi non sa gestire il caos, il dubbio, il moltiplicarsi rapido delle variabili, la mutazione incessante e che vuole trascinarti nel suo castello di certezze sanguinolente, agonizzanti.

Resta il fatto che la testa si ricorre rincorre come un cane sbroccato che si morde la coda. Prima o poi si fermerà, e il discorso sarà più fluido.

Quello che vorrei dire e non dico a qualcuno, a tutti, a nessuno

Solamente, penso, che forse è arrivato il momento di smettere. E con queste inutili bugie e con queste maledette ossessioni. E questo continuo scansare il mondo. Ché il mondo non è cosa che si lascia scansare, che ti lascia andare senza farti almeno una domanda. E anche le persone, quelle che incontri, magari sì, si scansano. Ma poi presentano il conto. Loro o chi per loro.
Forse è arrivato il momento di smettere con questo gioco in cui nessuno vince. Davvero, ci sono delle cose che devono essere fatte. Altre cose. E non è più il momento di scansare il mondo, scansare la vita, mettere da parte l’altro, come fosse un fastidio, come fosse un intralcio, come fosse uno scalino troppo alto. Scansare l’altro se non è funzionale alla visione utilitaristica e scarsamente orginale che hai della vita.
Solamente, penso, che forse è arrivato il momento delle risposte, anche se non è mai stato, per te, quello delle domande. E di guardarsi allo specchio, letteralmente, e accorgersi del disfacimento. Accorgersi dell’ombra.
Scoprire e gestire la distanza tra la realtà e l’immaginazione distorta e alterata. E scoprire anche da che parte gira davvero il mondo e intorno a cosa, eventualmente. Riconoscere l’incalcolabile mole di debolezza e inadeguatezza che ti porti appreso. E l’abisso di incapacità in cui annaspi, e le lacune in cui cerchi di non affogare.
Prima che la montagna di merda su cui hai costruito la tua vita si sfaccia. Prima che qualcuno si faccia male, più di quanto non sia già successo. Più di quanto non stia per succedere.
Senza aspettare che sia l’altro che tu scansi, eviti e ignori a domandare, porre rimedio, risolvere. Senza costringere l’altro a benedire ed assolvere i tuoi peccati. Senza portare l’altro ad affogare nei tuoi gorghi. Senza costringere l’altro a viverti mentre tu hai sempre meno a che fare con la vita.
Senza nascondersi, senza bluffare. Senza manomettere.

foto archivio Mia

Occhi negli occhi

[più che altro si tratta di doversi tenere in allenamento]

 

Il caldo gli stronca il cervello. Gli annebbia la vista.

Insieme a tutta la merda che pensa. Che pesa.

Se ne deve liberare, immediatamente. Stringe i pugni, si guarda le scarpe da ginnastica, sudicie e consumate, pensa ai suoi piedi bolliti mentre il tram parte rinculando dopo aver richiuso le porte su quest’afa che uccide.

I capelli appiccicati alla nuca, sulla fronte, sta seduto in fondo, i finestrini sono aperti, ma entra solo aria bollente. Con tutta la merda che pensa. E di cui si deve liberare immediatamente. È solo. La ragazza seduta qualche metro più in là che legge Vanity Fair è carina, ma qualunque impulso sessuale è inghiottito dalla merda che pensa, e dall’immagine dei suoi piedi bolliti dentro le scarpe da ginnastica.

Che frustrazione, mentre guarda Milano scorrere con gli occhi socchiusi. La odia. Odia tutto. Odia tutti. Anche la vecchia che gli sta seduta davanti. Odia i sacchetti della spesa afflosciati a terra, e il vestito a fiori, e gli orecchini orrendi che porta, e i lobi grinzosi a cui sono appesi.

Si asciuga il sudore dalla fronte mentre il tram oltrepassa gli ultimi metri di centro prima di iniziare ad inoltrarsi verso la periferia.

Odia tutti, stringe forti i pugni. Suda, e si sente a brandelli, slabbrato come le sue vecchie scarpe, come stesse per sfaldarsi in piccoli pezzi di carne sudaticcia.

Apre bene gli occhi, li spalanca, bruciano, il sudore. Ondeggia insieme al tram. Si guarda intorno. La signora è scomparsa con la sua spesa, anche la ragazza con il suo Vanity Fair si è dissolta nell’afa. Alla fermata, ad aspettarla, ci sarà stato un ragazzo bello, alto e pieno di progetti e grandi prospettive. Stronzo.

Stronzi tutti. Su questo tram sono tutti stronzi. Quello con la giacca e la cravatta. Stronzo. E quello in giacca senza cravatta. Stronzo pure lui. La signora, con le due belle nipotine, stronze, tutte e tre. Stronzi tutti.

È colpa della merda che pensa. Che pesa. Di cui si deve liberare. Immediatamente.

Adesso, con il sudore che gli cola melmoso sulla schiena. Adesso, con i piedi gonfi, bolliti nelle scarpe.

Si alza, si aggrappa all’asta, la mano sudata scivola, serra le dita intorno al metallo.

Fissa un punto.

Deve liberarsi.

Il tram sferraglia, perde l’equilibrio. Il tram frena, si aprono le porte, alla sua destra, entra l’inferno, fattosi aria putrida di smog incandescente, e nuovi passeggeri.

Si siede.

Ha uno scatto nervoso, una specie di tic improvviso che gli deforma la faccia. Si sente gli occhi di tutti addosso, nessuno lo guarda.

Resta così, molle.

Altra fermata, altra ondata di oscena aria bollente. Sale un uomo, un uomo nero, trascina due grossi sacchi di plastica blu, spuntano foulard, il manico di una borsa. È triste, immensamente triste. Nessuno si sposta per facilitargli il passaggio, esausto si ferma dov’è, davanti a lui un giacca e cravatta sbraita parole incomprensibili perfino a sé stesso dentro l’auricolare che gli spenzola dall’orecchio.

È tutta una immensa cloaca di merda in cui navighiamo stretti, l’uno accanto all’altro senza neanche chiederci se sia proprio necessario continuare così, se magari non esiste un altro modo. Se magari bastasse spostarsi per facilitare l’altro.

Distoglie lo sguardo, in fondo non gliene frega un cazzo. Gli importa solo della merda che pensa, che pesa, e di cui non sa più cosa farsene.

Suda. Sta per esplodere.

Gli stanno addosso tutti, sempre. Si alza, deve scendere. Preme il dito sudato sul bottone rosso.

Prenota la fermata.

Le porte si aprono, sente la pelle friggere, gli occhi colargli giù dalle orbite. Scende.

Il traffico, il rumore. La solitudine. Investito. Colpito. Ferito, stordito, si incammina in una direzione qualsiasi. Con le mani in tasca e la smania di colpire. Di essere colpito. Di sanguinare. Gridare. Inginocchiarsi sul marciapiede, cacciarsi due dita in gola e vomitare. Liberarsi di tutta la merda che pensa. Che pesa.

Ma invece cammina, cammina, cammina, i piedi bolliti nelle scarpe da ginnastica. Il respiro corto. La mascella serrata. L’afa. E tutti quei corpi sani, indaffarati, che gli passano accanto, diretti in un punto preciso, tutti ad un passo dalla meta. Sani. Inseriti, soddisfatti. Trincerati dietro ad un ruolo, al sicuro dentro la loro funzione sociale.

Serra i pugni chiusi nelle tasche strette dei pantaloni. È una spirale senza uscita. Bar, vetrine, portoni, cemento. Tutto gli sfreccia accanto, perifericamente.

Fastidio.

Merda. Solo merda. E nemmeno un cane, un amico, andrebbe bene anche un estraneo per bere una birra e fare finta di niente, parlare di nulla e sentirsene pienamente soddisfatti. È un’ossessione, una girandola di schiaffi. Perché tutti, tutti, anche i più stronzi, i più inutili, stanno lì a chiedergli cose, fare domande, esigere risposte. Lo fissano, con il biasimo negli occhi e la carità nelle mani. Lo invitano, assuefatti alla velocità, a salire sulla giostra. Che prenda posto, anche un posto qualsiasi, ma che non rimanga a guardarli dal basso, per dio, e che si svesta degli abiti dell’eterno adolescente. Perché a trent’anni non si gioca più, non si scherza più, non si aspetta più di capire davvero.

Stronzi, stronzi tutti.

Cammina e ad ogni passo mastica rabbia. Le scarpe che si confondono con il marciapiede, fagocitano sputi e merda di cane.

Il caos indistinto, pauroso. Il rumore dei suoi passi, quel cigolio di gomma usurata.

 

È una voragine, una spirale, questa cloaca. Un labirinto.

Il fare e il non fare, l’andare e il rimanere, l’urlo e il silenzio.

L’urlo o il silenzio.

Il rifiuto senza alternativa.

E ad ogni passo mastica rabbia. Vorticosamente.

Insieme a tutta la merda che pensa. Che pesa.

Se ne deve liberare, immediatamente. Il punto di rottura, la saturazione.

Stringe i pugni, tossisce.

 

Si ferma. Si isola. Si sigilla.

Sente solo la tenia che gli mangia il cervello. Sente i denti entrare nella materia grigia, le mandibole che scattano, il biascicare a bocca aperta.

 

Alza la testa, alza lo sguardo.

 

Occhi negli occhi.