Il tarlo ippopotamo – capitolo XV e gran finale

E niente, siccome ho saltato l’appuntamento del 17 oggi i capitoli sono due! Di cui uno, signore e signori, è il gragran finale!
Buona lettura. A momenti, è questione di un attimo, metterò on line il PDF.

Olé!

qui il primo capitolo
qui il secondo
qui il terzo
qui il quarto
qui il quinto
qui il sesto e il settimo
qui l’ottavo
qui il nono, il decimo e l’undicesimo
qui il dodicesimo
qui il tredicesimo
qui il quattordicesimo

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XV

Tre giorni dopo ho raggiunto la sala del Consiglio Comunale insieme a Sergio, Mario e Antonio. Tarlo Ippopotamo era stato irremovibile su questo. Non era il momento di tentennamenti o stupidi errori. Non dovevamo sottovalutare nemmeno il più piccolo dettaglio, e non andare alla seduta straordinaria del Comune avrebbe potuto destare inutili quanto mai fastidiosi sospetti. Qualcuno avrebbe potuto cogliere pericolosi collegamenti.
Ci siamo dovuti sedere quasi in ultima fila, non si era mai vista così tanta gente ad un Consiglio Comunale. Il brusio continuo e montante di tutte quelle voci confuse e sovrapposte mi trapanava il cervello. Cercavo inutilmente di isolarmi, di creare una barriera tra me e quello che mi stava intorno, di non farmi colpire dagli sguardi, dalle parole, dalla tensione palpabile che mi si riversava addosso come secchiate d’acqua gelida.
È calato un silenzio irreale quando sindaco, assessori e consiglieri hanno preso posto in sala. Mi sono sforzato, ho cercato con tutte le mie forze di non farlo ma per una frazione di secondo, con conseguente scarica di brividi, i miei occhi hanno incontrato quelli dell’assessore Tugnetti. Aveva uno sguardo freddo, e un livore che non non tentava di nascondere gli colorava il volto di scuro.
Gnac gnac gnac gnac.
Ho trattenuto a stento un sussulto quando mi sono accorto di Tarlo Ippopotamo seduto tra i rami di uno degli alberi fuori dalla grande finestra della sala comunale. Mi sorrideva come a dire, ‘stai tranquillo, volevamo tutto questo, lo volevamo entrambi, mantieni la calma’.
Mi ronzavano di nuovo le orecchie, rispondevo a monosillabi alle domande e alle affermazioni dei miei cari amici d’infanzia che mi parevano, in quel momento, dei perfetti sconosciuti. Non capivo nemmeno cosa mi dicevano o mi chiedevano. Non comprendevo niente del susseguirsi concitato di interventi.
All’improvviso, però, nella testa si è fatto silenzio e le parole dell’assessore Tugnetti si sono incastonate granitiche nella mia mente.
– Non cederemo a questa provocazione. L’ordine pubblico deve essere ristabilito, con ogni mezzo necessario. Non permetteremo né al singolo sovversivo, né ad un fantomatico gruppo organizzato di minare la nostra stabilità, la nostra tranquillità, la nostra sicurezza. In collaborazione con le forse dell’ordine, Polizia e Carabinieri, abbiamo elaborato un piano di controllo, prevenzione ed eliminazione alla radice di questo attacco alla nostra comunità. Abbiamo chiesto e ottenuto la collaborazione di caserme e commissariati limitrofi. Che il Killer dei lampioni sappia. Siamo sulle sue tracce e non ci fermeremo fino a quando non lo avremo assicurato alle patrie galere. Questa è una promessa. Una promessa che intendo mantenere ad ogni costo.
La sala è esplosa in un applauso scrosciante, mi sono voltato d’istinto verso Tarlo Ippopotamo. I suoi piccoli occhietti neri sprofondati nel pelo e nel grasso si muovevano da una parte e dall’altra della sala, e un sorriso diabolico gli addobbava il muso grigiastro.
Mi sono guardato intorno anche io, mentre applaudivo meccanicamente. Non ci ho messo molto a capire, stranamente.
Sparsi tra il pubblico alcuni non solo non applaudivano ma, anzi, tenevano le braccia incrociate scuotendo polemicamente la testa.
Quando mi sono voltato di nuovo verso la finestra Tarlo Ippopotamo era scomparso.
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac. Gnac gnac.
Gnac.
Gnac gnac.
Gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac.

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XVI

Osservare quello che può accadere in una piccola comunità quando un evento straordinario arriva a scompigliare e manomettere il consolidato svolgersi della quotidianità può essere estremamente affascinante.
Farlo da un posto privilegiato come quello in cui si siede colui che ha, letteralmente, lanciato il sasso e nascosto la mano rende tutto più interessante.
E questo è quello che ho fatto, ho osservato.
Quando sono rientrato a casa dopo il Consiglio Comunale Tarlo Ippopotamo era seduto in giardino. Beveva limonata dalla ciotola dell’insalata che era, ormai da tempo, entrata irrevocabilmente in suo possesso. Si è voltato, mi ha guardato e mi ha detto solo una cosa. ‘Adesso dobbiamo stare a guardare. Dobbiamo solo stare a guardare e goderci lo spettacolo’. Come al solito non ho capito subito quello che intendeva, del resto sono mai riuscito a guardare lontano quanto lui, e non credo che sarò mai in grado di farlo. Ma, come sempre, ho fatto quello che mi ha detto. Sono rimasto a guardare.
E ovunque, per le strade, al bar, a lavoro, in sala d’attesa dal dentista, in coda alle poste, ovunque, sempre, non si parlava d’altro che del Killer dei Lampioni.
Lentamente, come un fiume che monta per una pioggia lenta ma costante, ho cominciato a sentire qualcosa di diverso, qualcosa che non mi aspettavo.
Un sottile malumore scorreva per le vie del mio paese, e il numero di quelli che avevano scosso polemicamente la testa durante il Consiglio Comunale non era affatto così irrisorio come mi era parso quel giorno.
Non ho mai partecipato, ovviamente, a nessuna delle discussioni in cui incappavo ogni giorno, ma ero costantemente in ascolto.
Il nome di Tugnetti rimbalzava di bocca in bocca, e se prima il Killer dei Lampioni sembrava essere l’incarnazione del disordine e della criminalità, adesso era quello dell’assessore che cominciava ad essere accompagnato da opinioni che sicuramente non gli avrebbero fatto piacere. Si diceva fosse solo un arruffone, uno che con la politica ci aveva fatto i soldi, altroché, e che in fondo, a ben guardare, nessun aveva chiesto tutti quei lampioni, che i problemi dei cittadini erano altri, che né lui, né il sindaco con tutta la giunta avevano, in fondo, fatto niente di veramente importante. Che bisognava vederci chiaro in tutta la faccenda, che non si potevano liquidare le azioni del Killer dei Lampioni come semplici atti vandalici, che qualcosa sotto c’era sicuramente.
Ogni sera, tornato a casa, raccontavo tutto a Tarlo Ippopotamo che mi ascoltava e annuiva, e ogni tanto rideva tremolando come un budino.
Anche il giorno che arrivarono a riparare il nostro lampione rideva. Rideva, tremolava tutto e continuava a ripetermi di stare a guardare.
E io ho guardato, e ho visto il fiume montare, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno.
La cittadinanza attiva si è riunita in un Comitato Cittadino, chiamato, con una certa nota di fantasia, “Facciamo Luce Sulla Luce”. Hanno organizzato incontri, riunioni, assemblee, gazebo informativi. Hanno raccolto idee e stilato un documento da portare in Consiglio Comunale. Al primo dei due punti si leggeva la richiesta di apertura di un’inchiesta sul bando e sulla realizzazione del progetto di illuminazione urbana. Si scoprì, alla fine, dopo mesi di peripezie legali e burocratiche, che, come si dice in maniera semplice, i conti non tornavano per niente, tranne quelli nelle tasche di Tugnetti e di un altro paio di assessori. Il Comitato Cittadino Facciamo Luce Sulla Luce organizzò una grande festa per le strade del paese come non si vedeva da tempo.
Ma è stato altro a farmi capire che avevo vinto la guerra. La mia guerra e quella di Tarlo Ippopotamo. In fondo non mi importava niente di Tugnetti, non era vederlo passare sotto la ghigliottina della legalità che poteva regalarmi un po’ di soddisfazione, o darmi la sensazione di aver fatto qualcosa di importante.
Quello che davvero mi ha reso felice è accaduto una sera, quando ormai l’estate stava sgocciolando nell’autunno che si preannunciava freddo e piovoso.
È accaduto molto prima che la lenta macchina dello Stato facesse il suo corso accompagnando altrove Tugnetti.
Stavo osservando, lo ammetto un po’ sconsolato, in piedi in mezzo al mio giardino, le mani abbandonate nelle tasche, il maledetto bagliore arancione al di là della mia passiflora. Tarlo Ippopotamo sgranocchiava placido un tronchetto di quercia.
Poi all’improvviso un fragore familiare, ma moltiplicato all’infinito.
E poi la penombra.
Urla ed applausi.
Tarlo Ippopotamo ed io ci siamo guardati, sospesi, ma solo per un attimo. Siamo rientrati in casa per poi uscire in strada. Decine di persone applaudivano ancora e guardavano verso il cielo. Ho alzato anch’io lo sguardo. Quattro dei dieci lampioni lungo la via si stagliavano muti contro il cielo buio.
Mi sono voltato, emozionato, scosso, incredulo e il faccione tondo e grigio di Tarlo Ippopotamo sbucava tra le foglie della passiflora dove si era andato a nascondere.
Aveva gli occhi lucidi.
– Spero di non averla spaventata.
Mi sono voltato ritrovandomi faccia a faccia con la mia vicina di casa.
– Mi scusi?
– Il lampione che si affaccia sul suo giardino, sono stata io a romperlo. Spero di non averla spaventata.
– È stata lei?
– Sì. Non sa da quanto tempo desideravo farlo.
Ho trattenuto una risata, un po’ per timidezza, un po’ per l’abitudine che avevo ormai fatto mia di vivere completamente estraneo ai fatti.
– Ma cosa è successo?
– È una manifestazione di protesta. Abbiamo presentato un documento in Comune, penso lo sappia.
– Sì, l’ho letto sul giornale.
– Il primo punto è stato approvato, apriranno un’inchiesta interna. Ma sulla seconda proposta non ne hanno voluto sapere. Ci hanno praticamente riso in faccia. E noi abbiamo risolto la cosa a modo nostro. Adesso siamo tutti Killer del lampione.
La proposta del comitato cittadino la conoscevo bene. Mi aveva fatto sorridere, mi aveva fatto sentire meno solo. Si chiedeva la rimozione là dove tecnicamente possibile, ma comunque il non utilizzo di una lista di lampioni a causa del disturbo che l’illuminazione arrecava ad alcuni cittadini. Avevo chiuso il giornale che riportava la notizia sicuro che il Comune non avrebbe mai accettato una simile proposta.
– Oltre a questi quattro sono stati colpiti altri venti lampioni in tutto il paese, nello stesso momento. Non è incredibile?
– Meraviglioso. – Ho sussurrato.
– Come ha detto?
– No, niente. Niente.
– Non l’ho mai vista alle riunioni del Comitato.
– Non ci sono mai venuto infatti.
– Ci venga a trovare, abbiamo bisogno più che mai di partecipazione adesso che daranno il via all’inchiesta.
Non siamo mai andati alle riunioni del Comitato. Tarlo Ippopotamo non voleva, e non ne vuole sapere di assemblee, comitati, votazioni, presidenti e vicepresidenti. E a dir la verità son cose che non hanno mai interessato neanche me.
È una cosa, questa, di cui Rosa, la mia vicina, continua a rimproverarmi ogni volta che ci sediamo insieme nella mia penombra a bere limonata.
Con quella che lei chiama puzza di sigaro, che fumo sempre più spesso, ci ha fatto l’abitudine.

Un giorno, forse, le presenterò Tarlo Ippopotamo.

Fine

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Il tarlo ippopotamo – XIV

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XIV

Tarlo Ippopotamo camminava lento. Gnac. Ogni tanto si fermava per grattarsi l’orecchio con l’unghiona della zampa posteriore. Gnac gnac. Io cercavo, in modo confuso e quindi inutile, di capire in che modo le cose avessero potuto precipitare così velocemente. Gnac. Continuava a ripetermi che dovevo stare calmo, che era tutto sotto controllo, che c’era da aspettarselo, che dovevamo solo stare calmi e riflettere, senza farsi prendere dal panico.
Ma io ormai nel panico ci ero sprofondato con tutte le scarpe, e mi fischiavano le orecchie, anche a tenerci le mani sopra, premendo fortissimo, fischiavano ugualmente. Sentivo caldo e poi freddo e poi di nuovo caldo. E il nodo alla bocca dello stomaco che mi si era formato poche ore prima al minimarket non accennava a sciogliersi. Nemmeno si allentava. Ogni tanto mi guardavo le mani, tremolavano come le foglie della mia passiflora sotto la brezza mattutina.
Non avevo avuto tempo di trovare una risposta alla mia domanda, con le mani strette intorno al carrello della spesa avevo atteso un secondo di troppo, dando modo ad Alfonso di intercettare il mio sguardo. Avevo sorriso, con il cuore che ha saltato a piè pari un battito creando un vuoto improvviso che mi aveva fatto girare la testa.
E senza neanche rendermene conto ero già ad un passo dal gorgo vorticante degli eventi.
– Giovanni, carissimo, sarei passato da te nel pomeriggio. Stiamo interrogando tutti quelli che vivono vicino ai lampioni colpiti. Hai saputo sì?
Avevo saputo? Certo che no, completa estraneità ai fatti. Gnac gnac gnac gnac.
– Su, paga la spesa. Ti accompagno a casa e ti aggiorno. Signore, signori, ho già detto fin troppo. Vi terremo informati attraverso i canali ufficiali. State tranquilli, il Comune ha tutto sotto controllo. Circolare, adesso, circolare.
Gnac gnac gnac gnac.
Avevo camminato di fianco ad Alfonso aggrappandomi ai pelati e ai salatini come fossero stati l’unica via di salvezza. Avevo annuito, confermato, sospirato con una sola idea in testa. Arrivare a casa, oltrepassare la soglia, chiudermi la porta alle spalle e scomparire.

In Comune sembrano tutti impazziti, Giovanni, credimi. So che con te posso essere sincero, ci conosciamo da anni, mi fido di te. Non sappiamo da che parte muoverci. Il sindaco non sa cosa pensare, Tugnetti sembra un leone in gabbia, ha preso tutta questo storia come se fosse un attacco personale. Sì, insomma, ne ha sempre fatto un vanto di questo incremento dell’illuminazione cittadina, la rivalutazione del territorio, l’appoggio ai progetti per il turismo. Il suo partito ci ha basato la campagna elettorale. Grida al sabotaggio, lancia accuse a destra e sinistra. Hanno indetto un Consiglio Comunale straordinario, inviteranno tutta la cittadinanza a partecipare. Minaccia di creare una Task Force per trovare questo Killer dei lampioni. Sì, Giovanni, così lo chiama, il Killer dei lampioni.

Tarlo Ippopotamo aveva ascoltato tutto senza dire una parola, sgranocchiando imperterrito un tronchetto di robinia, e poi aveva cominciato a camminare su e giù.
Ganc gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac. Gnac gnac. Gnac.

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a domenica 17!

Il tarlo ippopotamo – XIII

Non so più che dire. Tredici.

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Olè!

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XIII

Ci vollero in tutto quindici lunghissimi giorni.
Posso dirlo senza temere di esagerare o di enfatizzare gli eventi, senza Tarlo Ippopotamo non ce l’avrei mai fatta ad affrontarli.
Durante il giorno, tutto sommato, tra il lavoro, la casa e il resto riuscivo a non pensarci, riuscivo a vivere con una serenità sufficientemente dignitosa. Ma al tramonto, con il lento scurirsi del cielo, ogni volta il dannato bagliore arancione mi afferrava alle spalle facendomi rannicchiare su me stesso in modo imbarazzante.
Era in quei momenti che interveniva Tarlo Ippopotamo. Mi si accucciava vicino e iniziava a cullarmi con il suo gnac gnac gnac gnac che riusciva contemporaneamente a calmarmi e a mantenere vivo il desiderio di uscire vincitore da quella battaglia, da quella guerra.
Mi salvò più di una volta dall’irrefrenabile e incontenibile frenesia che mi faceva afferrare un sasso pronto a scagliarlo contro quel lampione che aveva, lo sapevo, definitivamente cambiato me e la mia vita così come la conoscevo.
È riuscito anche a tirarmi fuori da uno stupido, ma in fondo, credo, naturale cedimento. Improvvisamente, alla fine della prima settimana di attesa e di stallo, ho provato un impetuoso senso di solitudine. Desideravo raccontare tutto a Sergio, Mario e Antonio. Tarlo Ippopotamo, leccandomi amorevolmente le mani, mi aveva fatto capire che era una cosa senza senso, che quella era la mia guerra, la nostra guerra, e che dovevo comprendere quanto fosse ingiusto coinvolgerli, metterli forse in pericolo, costringerli a rivoluzionare le loro vite così come avevo dovuto fare io. È stata la sua lingua rasposa e il pensiero della confusione che avrei potuto innescare nei miei amici a convincermi a lasciar perdere, a far assopire lentamente, fino a scomparire, quel folle desiderio di condivisione.
Ci vollero, dunque, quindici lunghissimi giorni, ma soprattutto quindici lunghissime sere prima di poter indossare di nuovo gli abiti scuri e il passamontagna.
Colpimmo gli stessi cinque lampioni, più altri cinque. Più, finalmente, Lui.
Poter di nuovo accecare quel maledetto bagliore mi ha provocato un piacere sottile, sinuoso come una mano che dolcemente ti sfiora, un piacere morbido, invasivo ma delicato, che mi si è distribuito uniformemente lungo tutto il corpo, raggiungendo ogni più piccolo anfratto di pelle e muscoli e sangue.
Non sapevo quanto saremmo dovuti andare avanti così. Tarlo Ippopotamo, però, era convinto che ad ogni azione ne consegue un’altra, che ogni gesto provoca una reazione. Era convinto che prima o poi sarebbe stato il nemico a sbloccare la situazione. È inevitabile, diceva.
Non avevo motivo di dubitare delle sue parole.
E infatti non mi deluse. Due giorni dopo il secondo attacco, in realtà prima di quanto lui stesso avesse previsto, ma tanto meglio, la situazione si sbloccò.
Subito dopo il lavoro, prima di rientrare a casa, mi sono fermato al minimarket per comprare la pasta, i pelati e i salatini per la partita di pinnacolo.
Non mi sono accorto immediatamente di quello che stava accadendo, impegnato com’ero a ripensare proprio all’ultima partita in cui avevo corso un grosso rischio pescando un lunghissimo pozzo che mi aveva però ricompensato permettendomi di vincere. Non mi sono accorto subito dell’assembramento che si era creato alla cassa due. Mi ci è voluto un attimo, uno di troppo, per riconoscere in mezzo alla calca di persone e carrelli il volto del vigile Alfonso. E ho capito di non avere via d’uscita quando mi hanno raggiunto frammenti di frasi e parole. Lampioni, delinquenti, fare qualcosa, indecente.
Sono caduto dentro ad una melma di panico profondo e totale.
Cosa dovevo fare? Ignorarlo e incolonnarmi alla casa uno? Prenderlo in contropiede cercando il suo sguardo lasciando intendere una certa forma di compassione come a dire ‘di qualunque cosa si tratti, ed io certamente non lo so, non vorrei essere nei tuoi panni’? Oppure dovevo avvicinarmi come un qualsiasi onesto cittadino ad ascoltare per capire di quale fatto increscioso si discutesse?
Dovevo decidere, dovevo farlo in fretta ma soprattutto da solo, senza l’aiuto di Tarlo Ippopotamo che in quel momento, probabilmente, se ne stava acciambellato sul letto o sul fresco delle mattonelle del bagno.
Cosa avrei fatto se fossi stato ancora, davvero, un onesto cittadino estraneo ai fatti?
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Ganc gnac gnac gnac.

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se tutto va bene ci vediamo il 14

Il tarlo ippopotamo – XII

E siamo a dodici.

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Olè!

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XII

Non mi era mai capitato prima di passare dal sonno profondo allo stato di veglia lucida e cosciente, senza attraversare le fasi intermedie.
Il mattino seguente non mi sono svegliato, il mattino seguente ero sveglio.
Tarlo Ippopotamo invece dormiva ancora, raggomitolato ai piedi del letto. Mi sono alzato lentamente, lentamente sono passato attraverso le stanze della mia casa per arrivare in cucina, gli eventi della notte appena trascorsa mescolati alle ombre rarefatte dall’avanzare della luce del mattino.
Non ero stanco, non ero preoccupato. Non mi facevo domande.
Ero sveglio, tranquillo e lucido. Tutto era al posto giusto. Ho messo su il caffè e mi sono seduto ad aspettare il brontolio della caffettiera seduto sulla stessa sedia su cui la sera prima avevo atteso di agire.
E avevo agito, avevo attaccato. E tutto era andato esattamente come aveva previsto Tarlo Ippopotamo. Non esitare, esaurisci il gesto e tutto filerà liscio. Così aveva detto, così era andata. Quando mi sono alzato per spegnere il gas era fermo sulla porta, mi osservava, compiaciuto, con un sorriso beffardo che gli increspava il muso paffuto. Stavamo pensando la stessa cosa. Ho preso un ciocco di legno dalla cassetta vicino alla finestra, la sua piccola coda che sbatteva frenetica sul pavimento. Si è alzato sulle zampone posteriori e ha preso il tronchetto fra i denti per poi andarsene a sgranocchiarlo soddisfatto sotto il tavolo. Gnac, gnac, gnac mentre io, finito il caffè e fresco di doccia mi sentivo pronto ad affrontare un’altra, normalissima giornata. Ho fatto una calda carezza a Tarlo Ippopotamo e sono uscito.
Davanti al bar del centro ero pronto al mio mattutino saluto alla signora Marisa. Sul momento non sono stato capace di dissimulare un certo sconcerto quando voltando lo sguardo, il braccio già in volo, mi sono reso conto che mi apprestavo a salutare una porta vuota. Mi sono ricomposto immediatamente, guardandomi intorno con una piccola punta involontaria di ansia. Tarlo Ippopotamo era stato fin troppo chiaro. Mai come adesso dovevo mantenere un profilo basso, e a suo dire non avrei dovuto avere molte difficoltà. Sono passato oltre concedendomi solo una sbirciatina con la coda dell’occhio. Ho visto la signora Marisa parlare animatamente con alcuni avventori. L’involontaria punta di ansia diede un’altro colpo, mischiandosi con un po’ di curiosità per quella discussione concitata che avevo solo intravisto, ma ho lasciato scivolare via entrambe, l’ansia e la curiosità, e una volta seduto alla mia scrivania, accomodato nei miei conti, mi sono definitivamente dimenticato dell’accaduto.
Alla sera, rientrato in casa, ho trovato Tarlo Ippopotamo affacciato alla porta a vetri. Stavamo di nuovo seguendo lo stesso pensiero. Avevamo deciso di aspettare la riparazione di tutti e cinque i lampioni che avevamo frantumato quella notte prima di agire di nuovo. Non sapevamo quanto tempo ci sarebbe voluto. Fino ad allora avremmo dovuto sopportare quel maledetto bagliore arancione.

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aggiornamento 11 luglio

Il tarlo ippopotamo – IX, X e XI

Eh, niente, dai.  Capitoli IX, X e XI

… Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto, invece qui il quinto, qui il sesto e il settimo. Qui l’ottavo.

Olè!

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IX

Non so per quanto tempo siamo rimasti sdraiati lì, sul pavimento della cucina. So che mi sono svegliato nel mio letto, con il tarlo ippopotamo accucciato ai miei piedi che mi guardava come stesse aspettando da ore che finalmente aprissi gli occhi.
Gnac gnac gnac gnac.
Siamo scesi in cucina. Ho bevuto il caffè con la fronte appoggiata al vetro della porta a vetri, con il tarlo ippopotamo che si strusciava sulle mie caviglie come un gatto.
Gnac gnac gnac.
– Lo so, lo so, – gli ho detto – lo ripareranno. Magari non oggi, magari nemmeno domani. Ma lo ripareranno.
Gnac gnac gnac.
– Non lo so cosa dobbiamo fare, non lo so. Perché per una volta non proponi qualcosa tu?
Gnac gnac gnac.

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X

Tanto per cominciare devi tornare a lavoro. Nessuno deve sospettare niente, non ci deve essere niente di diverso dal solito. Mi segui? Devi tornare ad essere il tranquillo, modesto, affidabile e, lasciamelo dire, prevedibile contabile di sempre. La cosa importante è allontanarti da quello che sta accadendo, capisci? Nessun legame, nessun sospetto. Mi segui? Bene. Lasciamo che le cose tornino al loro posto, e poi attuiamo il piano. Sì, io ce l’ho un piano. Cosa pensavi che fossi qui a fare, a raggomitolarmi in fondo al tuo letto per scaldarti i piedi nelle lunghe e gelide notti d’inverno? Seguimi e non fare domande inutili. Lasciamo calmare le acque e attacchiamo. Non guardarmi così. Pensavi fosse un gioco? Pensavi fosse un gioco in difesa? Lasciami finire. Dobbiamo attaccare, capisci?  Li dobbiamo spiazzare, questo dobbiamo fare, spiazzarli. No, non scuotere la testa adesso, fammi il favore. Non scuotere la testa. L’hai iniziata tu questa guerra. E non sgranare gli occhi. Chi lo ha lanciato il sasso? Io? Eh no, l’hai lanciato tu. Chi ha mentito al signor vigile? Io? No, sempre tu. E sei anche bravo, sì, sì, lasciatelo dire, sei bravo. È per questo che non devi mollare. Mi capisci?
Alzati, alzati da lì, guarda.  Lo vedi il tuo giardino? Lo rivuoi? Lo rivuoi esattamente come era prima? Non piangere adesso. Non devi piangere, e non devi mollare. Capisci? Bene. Allora stammi a sentire, stammi a sentire attentamente.

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XI

Non mi ero mai guardato nello specchio senza riconoscermi.
Tarlo Ippopotamo, seduto in poltrona, mi osservava soddisfatto annuendo pacificamente con il suo enorme testone.
Avevo fatto tutto quello che mi aveva detto. Ero tornato a lavoro, avevo ricominciato a vincere a pinnacolo, mia sorella mi aveva sorriso sollevata dicendo che si era sicuramente preoccupata per niente.
Nessuno, nessuno mai avrebbe potuto sospettare che quell’uomo nello specchio, vestito di nero, con un passamontagna a coprire il viso e uno zaino pieno di pietre appoggiato vicino alla porta potesse essere l’affidabile contabile, l’amabile amico, l’amorevole fratello, il gentile vicino.
Mi tremavano comunque le mani.
Ero spaventato ed eccitato dalla paura che sentivo corrermi addosso su e giù.
Tarlo Ippopotamo mi ha raggiunto davanti allo specchio e mi si è arrampicato addosso per darmi qualche piccolo buffetto di incoraggiamento, poi è sceso e mi ha preceduto in cucina.
Io mi sono tolto il passamontagna, la pelle del viso leggermente sudata, e l’ho seguito. Se ne stava seduto sul tavolo, picchiettando meditabondo con la sua zampona sopra la cartina della città che per giorni, e per notti, avevamo studiato fin nel più infinitesimale dettaglio.
Avevamo ipotizzato, scartato e confermato fino ad ottenere una lista di cinque bersagli utili.
Non aveva più senso aspettare né cercare, ancora una volta, di fare un passo indietro e poi un altro e poi un altro ancora per provare a far finta che niente di tutto quello fosse mai successo, che niente di tutto quello che stava per accadere fosse reale, fosse necessario. Tarlo Ippopotamo era lì, giorno e notte, a ricordami quanto alta fosse la posta in gioco, a ricordarmi cosa potevo perdere ma anche,  sopratutto, cosa potevo ottenere.
Mi sono asciugato il sudore sulla fronte, sul mento, intorno al naso. Mi sono seduto in giardino, gli ho parlato senza dire una parola, senza dire una parola gli ho fatto una promessa, illuminato dal dannato, maledetto lampione. Da giorni sopportavo quell’orrendo bagliore. Niente inutili sospetti. Così aveva detto Tarlo Ippopotamo. Lasciamo calmare le acque. E così io avevo lasciato in vita il lampione.
Quando le lancette dell’orologio si sono posizionate sulle due e mezzo mi sono alzato, sono rientrato in casa, ho indossato di nuovo il passamontagna e con lo zaino in spalla, preceduto da Tarlo Ippopotamo, sono uscito senza sapere cosa sarebbe accaduto davvero.

Avevo paura.

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prossima, venerdì 8 luglio

Il tarlo ippopotamo – VIII

E otto… Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto, invece qui il quinto.

E invece qui il sesto e il settimo.

Olè!

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VIII

Mi sono risvegliato il mattino dopo con uno strano sapore in bocca e un forte dolore al collo. Avevo dormito sul divano, con la testa piegata in modo innaturale dopo aver mandato giù a forza un’insipido panino al tonno. Mi sentivo stordito, inadeguato. Ho chiamato di nuovo al lavoro per prendermi un altro giorno di malattia. Mi sarei preoccupato in seguito delle conseguenze.
Sono uscito in giardino, così innocuo adesso. Così simile, così uguale a prima che tutto cominciasse a precipitare. Mi sono guardato intorno, piano. Avevo trascurato tutto. L’erba, le foglie, le piante. Tutto. E il giardino, il mio giardino, mi restituiva solo disprezzo.
Sono rimasto seduto fuori a lungo, quasi a volermi scusare della mia inerzia, colpevole senza appello. Mi lasciavo guardare ed accusare senza fuggire. Con il tarlo ippopotamo che mi osservava seduto dietro la salvia.
Gnac gnac gnac gnac.
Quel masticare incessante non mi lasciava concentrare, non mi dava spazio per riuscire a capire quale fosse la soluzione migliore.
Stavo seduto lì.
Gnac gnac gnac gnac.
Non avrebbero mai smesso di riparare quel maledetto lampione. Per quante volte avessi potuto colpirlo, cosa che, lo capivo, non mi potevo più permettere di fare, Tugnetti avrebbe fatto in modo di rimetterlo in funzione.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti.
Gnac gnac gnac gnac.
Ero in trappola, non c’era soluzione. Mi dovevo rassegnare, avvitare la mia vita su questa nuova e scomoda variante.
Gnac gnac gnac gnac.
Sono arrivato a domandarmi se non fosse semplicemente il caso di andare da Tugnetti, sedermi davanti a lui nel suo ufficio e da uomo a uomo, da persone civili, chiedergli se cortesemente poteva disattivare il lampione in modo che io potessi godermi le mie tranquille serate in giardino. Forse mi avrebbe capito. Se avessi usato le parole giuste, il tono giusto, forse mi avrebbe compreso. Forse anche lui aveva una passione, un rito, qualcosa che lo faceva rilassare e rappacificare con il mondo dopo una giornata di lavoro.
Forse, se fossi riuscito a spiegargli tutto, anche del tarlo ippopotamo, forse avrebbe accettato la mia proposta. Scartai l’ipotesi quando immaginai Tugnetti che faceva arrivare in ufficio quattro grossi infermieri in camice bianco che mi portavano via gentilmente, rassicurandomi che ci pensavano loro a mandare via il mio tarlo elefante, e io a spiegargli che no, non era un tarlo elefante ma un tarlo ippopotamo.
Ho pensato di vendere la casa, cercare un altro posto, un altro giardino.
Potevo andarmene, licenziarmi, cambiare città. Allontanarmi dal lampione, da quel suo alone arancione pallido e ricominciare tutto da capo.
Ma non potevo, e non volevo, lasciare tutto. Il mio lavoro, i miei amici, mia sorella.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Sono rimasto seduto lì a pensare tutto il giorno lasciando che il mio giardino mi punisse guardandomi con disprezzo, con il tarlo ippopotamo che vagava per il prato.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Sono rimasto seduto lì finché il bagliore arancione non ha cominciato a farsi spazio tra la passiflora fino a raggiungermi. Il tarlo ippopotamo sembrava impazzito, correva scomposto da una parte all’altra del giardino.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
È stato un tutt’uno. Mi sono alzato, mi sono chinato, ho afferrato un sasso, ho fatto un fischio al tarlo ippopotamo che mi è balzato sorprendentemente agile in braccio. Ho lanciato il sasso, e nel fragore del vetro in frantumi sono corso in casa.
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac.
Acquattato a terra, davanti alle persiane chiuse guardavo fuori, in attesa di un movimento, un movimento qualsiasi, accarezzando lentamente la testa del tarlo ippopotamo.
Gnac gnac gnac.
Gnac gnac.

Gnac.

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stesso posto, ma chi sa a che ora, il 5 luglio

Il tarlo ippopotamo – VI e VII

Eh! Pensavate mi fossi distratta? E invece no. Ecco il sesto e  e il settimo capitolo de Il tarlo ippopotamo… Qui il primo capitolo, qui il secondo, qui il terzo e qui il quarto, invece qui il quinto.

Olè!

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VI

Gnac gnac gnac gnac.

Mi tengono d’occhio dunque.
Gnac gnac gnac gnac.
No, non tengono d’occhio me. Tengono d’occhio un teppistello qualunque.
Gnac gnac gnac gnac.
Devo riflettere.
Gnac gnac gnac gnac.
Devo stare calmo.
Gnac gnac gnac gnac.
Posso vincere questa guerra.
Gnac gnac gnac gnac.
Posso farcela.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti è il mio problema.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti è il mio obiettivo.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Tugnetti.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Posso farcela.
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac.

E poi sono svenuto.

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VII

Quando ho aperto gli occhi ho sentito la guancia incollata al pavimento e un leggerissimo odore di polvere, lo sguardo offuscato ha messo a fuoco delle briciole di pane, poi la gamba del tavolo, e poi più lontano, sotto il frigorifero. Mi sono girato e ho appoggiato la schiena a terra.
Mi sono tirato su piano piano, prima a sedere, poi in piedi. Ho raggiunto la sedia più vicina e ci sono crollato sopra.
La situazione mi stava sfuggendo di mano. Il tarlo ippopotamo era lì, tremante e affannato. Sapevo che avrebbe ricominciato.
Mi sentivo quasi ridicolo, seduto nella mia cucina, ansante, con un turbinio di pensieri inafferrabili nella testa, le mani sudate appoggiate sulla formica del tavolo, il ronzio nelle orecchie. Distrutto da un lampione, assediato da un insetto formato gigante.
Mi sentivo ridicolo, e patetico.
Ma sapevo che il tarlo ippopotamo avrebbe ricominciato a mangiarmi, a sgranocchiare la mia serenità, a pulirsi i denti usando il mio equilibrio come stuzzicadenti.
Mi sono alzato, mi sono versato un bicchiere d’acqua e ho deglutito sperando di ingoiare anche tutto il resto, anche il tarlo ippopotamo, quel grasso, grosso tarlo che si stava cibando di tutta una vita costruita sulla ricerca e il raggiungimento della serenità.
Il grasso, grosso tarlo ippopotamo non mi avrebbe mai lasciato in pace. Lo sapevo.
Era tutta colpa del maledetto lampione, con quel bagliore indecente che divorava tutto.
Il mio tutto.
Gnac gnac gnac gnac.
Eccolo.
Gnac gnac gnac gnac.
Dovevo risolvere la situazione, in un modo o nell’altro.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Non potevo permettere a quel dannato lampione di annientarmi.
Gnac gnac gnac gnac.
Gnac gnac gnac gnac.
Mi sono voltato verso il grasso grosso tarlo ippopotamo aggrappato al pensile dei piatti con quelle sue zampette obese. Mi sono sfilato una ciabatta e gliel’ho lanciata contro.

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che ve lo dico a fare?
ci vediamo il due giugno