Madeleine, le stanze che custodiscono i nostri ricordi

Grazie, di cuore, a Margherita. Sono molto felice di far parte di questa antologia.

MADELEINE
Le stanze che custodiscono i nostri ricordi

a cura di
Margherita Galiano

redazione
Marco Montanaro

impaginazione
Manfredi Damasco

copertina
Andrea Serio

qua >>> Madeleine

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Madeleine è un’antologia di racconti inediti composta da sguardi singolari e fragile vissuto. Partendo da uno spazio reale e attraverso una ricerca affettiva, nove autori evocano immagini che si legano ad altre immagini, pensieri ad altri pensieri. Sotto forma di vertigine introspettiva, ha origine un corteggiamento intenso rivolto al passato, che cresce e si tramuta in una tensione dialettica tale da ricomporre quella stanza di cui si ha più memoria. La dimensione narrativa diviene così un mosaico fatto di frammenti emotivi e percezioni sensoriali, come le tende gialle di Mia Parissi, la rimessa dei cavalletti e dei mangiadischi di Luisa Ruggio, lo stanzino di Cosimo Argentina, le lenzuola di Ilaria Giannini, il Bukowski a colori di Nero Desideri, e ancora il tumulto dell’inverno contro i vetri di Maria Lo Conti, i piedi nelle stanze degli altri di Marco Lupo, il fritto di pesce di Rossella Tempesta, l’odore d’incenso di Maira Marzioni e gli avanzi disordinati di Elisabetta Liguori. Il risultato è una raccolta di ricordi, maturata in un lungo tempo, fatta di parole fitte fitte dentro uno spazio che si fa spazio, che suggella il significato profondo della recherche proustiana, approdando con delicatezza nelle stanze pensate e disegnate da Andrea Serio.

Margherita Galiano

INDICE:
Due volte, Mia Parissi
La passionaria, Luisa Ruggio
Il cuore di Priamo, Cosimo Argentina
Camera diciassette, Ilaria Giannini
La stanza prima, Nero Desideri
Il bisogno di restare, Maria Lo Conti
La stanza, Marco Lupo
Qui fuori, Rossella Tempesta
Odore d’incenso bruciato, Maira Marzioni
Burnout, baby!, Elisabetta Liguori

 

Pulire, e buttare

C’è qualcosa di catartico nel fare le pulizie. Questo atto detergente sugli oggetti, l’eliminazione della polvere, la rimozione delle macchie.

E poi. Quello che mi piace di più. Mettere le mani nel mio studio. Smontare il precario equilibrio che consente di contenere 32 anni in un’unica stanza.
Ché l’assemblaggio si fa verticale, verso l’alto. E l’arte di impilare gli oggetti si affina in corsa rapida verso la perfezione.

E poi. E’ tutto un turbine di scatole e cassetti e raccoglitori che si dischiudono su oggetti la cui esistenza era scivolata nell’oblio. Che uniti, e disposti idealmente in ordine cronologico, a quello che invece si è scelto di tenere in bella vista, ricompongono una vita intera.
Appunti, idee scarabocchiate su fogli volanti o quaderni iniziati e poi abbandonati. Biglietti di mostre e concerti, mappe stradali di città  in cui si è giurato di tornare ma a cui si è sempre preferito il nuovo, l’ignoto, la meta più lontana, la meta non ancora raggiunta.
Cartoline, programmi di eventi visti, programmi di eventi a cui non si è fatto in tempo ad andare.
Liste di libri da comprare, liste di cose da fare. Tappi di bottiglie di spumante, con tanto di data e nomi.
I biglietti del tempo del liceo, quei messaggi incisi sui fogli a quadretti, sui fogli a righe, che ti lanciavi da un lato all’altro della classe.  Pieni zeppi di te, della vita che facevi, delle cose importanti che stavano in prima fila, a sovrastare tutto il resto.

E le foto. E i diari. I biglietti del treno usati come segnalibri che ti dicono esattamente dov’eri. Certificati del tuo vagare. Del tuo andare e tornare.

E poi, forse la cosa più bella, ogni volta, ogni volta che metto mano al mio studio e poi rimonto il precario equilibrio che mi consente di contenere tutta la mia vita in un’unica stanza, che poi mi fermo a rimirare l’assemblaggio verticale, il passo avanti fatto verso la perfezione nell’arte di impilare gli oggetti, rendermi conto che qualcosa è cambiato, nel mio ordine personale. E nel passato.
Perché qualcosa che stava nascosto prende posto all’esterno. E qualcosa che ho visto tutti giorni viene risposto. Ma sopratutto, qualcosa viene buttato.

E se c’è un non so che di catartico nel pulire, nel rimuovere polvere e macchie, è niente se paragonato all’atto sacro e intimo di quando si decide di eliminare, buttare, e infine dimenticare quello che deve essere eliminato, buttato e infine dimenticato.