Letizia Muratori [cit. Come se niente fosse]

«Prima leggo, ma poi scrivo» le dissi.
«Sul serio?» Giacinta smise di accarezzare Belli e dannati.
«Sì, ricopio le pagine che mi piacciono su un quaderno».
«Ma che stranezza».
«È come disegnare, se sapessi disegnare le disegnerei, quelle pagine».
«Interessante, e perché lo fai?».
«Così mi sembra quasi di averle scritte io. E mentre copio mi sento meglio».
«Però non si fa. Se ti piace scrivere, magari ispirati ai libri che leggi, e poi prova a buttar giù qualcosa di tuo».
Per me scrivere era davvero come disegnare, un gesto della mano. Dovevo allenarmi, tentare di riprodurre quegli spazi sicuri e inaccessibili, e così cominciai a fare come con le imitazioni. A imitare ero proprio brava, tutti mi chiedevano sempre: ti prego, facci questo e quello. A un certo punto, da un deserto di pensiero mi veniva fuori qualcosa che non aveva più niente a che fare con il modello, ma era un’invenzione di gesti e battute su cui potevo andare avanti a oltranza. Ci provai: dal copiato passai all’imitazione. Riga dopo riga, percorrendo quelle pagine con l’accanimento di chi va in bici a rotelle, vennero fuori i miei primi, stentati paesaggi. Avevo imparato a pedalare, e potevo cadere in ogni momento, ma non tornare indietro.

Letizia Muratori, Come se niente fosse
Adelphi

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Viola Di Grado [cit. da Cuore Cavo]

I vivi non fanno altro che trovare corrispondenze: nuvole con animali, voglie della pelle con frutti, costellazioni con figure, facce tra di loro. Essere solo se stessi causa una solitudine così grande che sentono il bisogno di cercare non soltanto la propria anima gemella, ma quella di ogni cosa. Cercano doppi di tutto. Persino alle cose inanimate chiedono un conforto alla propria individualità: non c’è nuvola che abbia il diritto di essere solo una nuvola.

Viola Di Grado, Cuore Cavo

[in attesa della (non)recensione di Cuore Cavo qua c’è quella di Settanta acrilico trenta lana]

Elena Ferrante [cit. L’amica geniale]

“Sono almeno tre decenni che mi dice di voler sparire senza lasciare traccia, e solo io so bene cosa vuole dire. Non ha mai avuto in mente una qualche fuga, un cambio di identità, il sogno di rifarsi una vita altrove. E non ha mai pensato al suicidio, disgustata com’è dall’idea che Rino abbia a che fare col suo corpo e sia costretto a occuparsene. Il suo proposito è stato sempre un altro: voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni sua cellula; di lei non si doveva trovare più niente. E poiché la conosco bene, o almeno credo di conoscerla, do per scontato che abbia trovato il modo di non lasciare in questo mondo nemmeno un capello, da nessuna parte.”

Elena Ferrante, L’amica geniale

Jeanette Winterson [cit. Perché essere felice quando puoi essere normale?]

“Stavo cercando di svincolarmi dallo stereotipo secondo cui le donne scrivono sempre dell'”esperienza” – la bussola di ciò che conoscono – mentre gli uomini scrivono di cose più grandi e più audaci, dipingono affreschi, sperimentano con la forma. Henry James ha sbagliato quando ha detto che Jane Austen scriveva su un pezzetto di avorio largo quattordici pollici, ovvero che scriveva solo dei dettagli minuti che osservava. È stato detto più o meno lo stesso di Emily Dickinson e di Virginia Woolf. Simili affermazioni mi facevano arrabbiare. Perché non potevano coesistere l’esperienza l’esperimento? Perché non ci potevano essere la cosa osservata e quella immaginata?”

Jeanette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?

 

Eudora Welty [cit. da Come sono diventata scrittrice]

“I bambini, come gli animali, usano tutti i sensi per scoprire il mondo. Poi ci sono gli artisti che lo riscoprono daccapo, alla stessa maniera; per gli uni e per gli altri, è lo stesso mondo. E ogni tanto ci giunge notizia di un artista che quel dono non l’ha mai perduto.
Nella mia educazione sensoriale includo la consapevolezza fisica della parola. Di una certa parola, cioè; del suo legame con ciò che rappresenta. Intorno ai sei anni, credo, mi trovavo sola nel nostro giardino in attesa della cena, proprio all’ora in cui negli ultimi pomeriggi d’estate il sole è già sceso sotto l’orizzonte e la luna piena, già sorta, smette di avere un’aria gessosa e comincia a illuminarsi. Quello è l’istante, e allora me ne accorsi, in cui da piatta la luna diviene tonda: per la prima volta mi colpì gli occhi sotto forma di globo. E la parola luna mi riempì la bocca come se me l’avessero porta su un cucchiaio d’argento; stretta nella mia bocca la luna divenne una parola, con la rotondità degli acini di uva fragola che il nonno, in Ohio, staccava dai suoi grappoli e mi dava da succhiare fuori dalla buccia e inghiottire interi.”

Eudora Welty, Come sono diventata scrittrice

25 gennaio 1882 – buon compleanno Virginia Stephen (Woolf)

Mi piace ricordarla così

virginia woolf foto beffa di dreadnought

La beffa della Dreadnought. Prima pagina del Daily Mirror del 16 febbraio 1910. Virginia è la prima a sinistra.

[…] All’epoca ebbe luogo uno straordinario episodio divenuto famosissimo: la burla del Dreadnought, la più grande e la più moderna delle navi da guerra della Marina di sua Maestà. Fu ideata da Adrian e dall’amico Horace Cole, famoso per i suoi scherzi. Si trattava di trarre in inganno la Marina con una presunta visita dell’Imperatore d’Abissinia e del suo seguito. Parrà incredibile, ma la grossolana truffa funzionò. Il 10 febbraio 1910 l’Imperatore, impersonato da Antony Buxton, e il suo seguito, che comprendeva anche Duncan Grant e Virginia coinvolta all’ultimo momento, con le facce annerite, insieme a Horace Cole, sedicente funzionario del Foreign Office, furono ricevuti con grande pompa a bordo della nave da guerra, che visitarono da cima a fondo, e della quale gli accompagnatori svelarono ogni segreto. Adrian, che fungeva da interprete, ricorreva a citazioni di Virgilio storpiandone la pronuncia latina, per tradurre agli pseudo-abissini quel che gli ufficiali andavano spiegando.
Per Adrian il massimo dello spasso era che l’ammiraglio della Dreadnought, William Fisher, era un loro cugino. […]

virginia woolf foto hyde park

virginia woolf foto vanessa stella

virginia woolf foto talland house

virginia woolf foto vannessa

virginia woolf foto st. ives gita al faro

virginia woolf foto clive bell

virginia woolf foto monk's house

Testo e immagini (non son grandi scatti, lo so, abbiate pazienza):
Virginia Woolf, una biografia con immagini
John Lehmann
La Tartaruga edizioni
ed. 1983
Traduzione: Maura Pizzorno

Art Director: Sergio Calatroni

Settanta acrilico trenta lana – Viola Di Grado

Quando ho finito “Settanta acrilico trenta lana” ho pensato: voglio leggere tutto quello che scriverà Viola Di Grado. Scriverà, sì, perché questo è il suo primo libro.

Questo dovrebbe bastare.

Ma aggiungo. A tratti la sua scrittura mi ha ricordato quella di “Senza pudore” di Helen Walsh.
Chirurgica.

Anche questo potrebbe bastare.

Ma aggiungo. Camelia che disseziona, taglia, sfalda, distrugge, cuce e ricrea. Camelia che calpesta e sradica fiori. Camelia e la sua mamma che “certi giorni sembrava fare a gara con gli oggetti a chi avrebbe resistito più tempo senza fare rumore. Si piantava di fronte al frigorifero. Vinceva sempre lei”. Camelia che riassesta l’esistenza con le “chiavi” degli ideogrammi cinesi, e con le parole, altre parole, cerca un nuovo senso per le cose. Camelia che vive nel silenzio e nell’assenza di tempo. Camelia e gli sguardi. Camelia e l’inverno di Leeds. Camelia che è caduta in fosso. In un fosso che ingoia tutto. Camelia che smette “di parlare neanche fosse un problema di sigarette”, che impara “a bloccare le parole come si fa con gli altri sconvenienti rumori del corpo”.

E anche questo potrebbe bastare.

Ma aggiungo. Viola Di Grado ha una scrittura tutta sua, ha una voce. E questo è tanto, tantissimo. Passa attraverso il linguaggio e ci racconta le cose in un modo diverso, cercando formule diverse, accostamenti di versi. Metafore diverse, aggettivi diversi.

Questo soprattutto dovrebbe bastare.

Ma aggiungo.

“Si sedette, buttai i piatti sporchi rimasti sul tavolo, accessi il bollitore. Lui guardò sul lavabo le presine bruciate, poi la spugna annerita, poi sul tavolo le macchie tonde di caffè e i grumi di marmellata. Poi poi poi, non la smetteva di guardare, e subito dopo ogni cosa era meno sporca. Il suo viso paffuto da orologio misurava il tempo fermo della mia casa, e lo sbloccava, bastava che si guardasse intorno per sbloccarlo.”

Oppure.

“Provateci a farmi credere che è la bellezza che cerco. Come se io fossi così banale. La bellezza c’è già. C’è dappertutto. La bellezza Dio l’ha fatta in sei giorni e da allora non se ne va più, c’è in tutto quello che ti cresce intorno senza permesso. La bruttezza invece ci vuole l’uomo per farla, una forzatura, una stortura dell’ordine cosmico. Ci vuole l’uomo per sparare cemento sulle gardenie.
La bruttezza è più umana. E’ potere. E’ una storia vera senza morale che comincia dalle mie forbici e finisce sull’acrilico fiorito di tutte le maglie fortunate.”

 

 

Settanta acrilico trenta lana
Viola Di Grado
p. 189
2011
E/O