Valeria Parrella – [cit. Troppa importanza all’amore]

[…] È che non potevano parlare, perché l’umido del mare gli aveva attaccato la gola. E quando li abbiamo illuminati con fari direzionali e loro ci hanno guardato, i loro occhi erano bianchi e vuoti. C’è stato un gran darsi da fare con Jim che coordinava il recupero e il capitano che si informava sulle leggi territoriali perché si capiva che venivano da un altro continente. Io ne ho tirato su uno, la sua mano era come una pietra di carbone di carbone ghiacciata, come quelle che si trovano sulle coste di Anversa perché ce le portavano dall’Essen, e lì le imbarcavano. La sua mano ormai non poteva più stringere nulla, così l’ho afferrato al polso e quando ho tirato ho avuto paura di romperlo questo ragazzo enorme di manco vent’anni che aveva perso la sua giovinezza in un naufragio. Gli abbiamo dato acqua e coperte, e finché non sono arrivate le charlie papa della guardia costiera per il trasbordo io gli ho tenuto quella mano in mano. Ma per rassicurarmi io: volevo cercare di far diventare quel carbone carne, quel ghiaccio dita. Se questo è un uomo deve avere le mani, dicevo. […]

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Letizia Muratori [cit. Come se niente fosse]

«Prima leggo, ma poi scrivo» le dissi.
«Sul serio?» Giacinta smise di accarezzare Belli e dannati.
«Sì, ricopio le pagine che mi piacciono su un quaderno».
«Ma che stranezza».
«È come disegnare, se sapessi disegnare le disegnerei, quelle pagine».
«Interessante, e perché lo fai?».
«Così mi sembra quasi di averle scritte io. E mentre copio mi sento meglio».
«Però non si fa. Se ti piace scrivere, magari ispirati ai libri che leggi, e poi prova a buttar giù qualcosa di tuo».
Per me scrivere era davvero come disegnare, un gesto della mano. Dovevo allenarmi, tentare di riprodurre quegli spazi sicuri e inaccessibili, e così cominciai a fare come con le imitazioni. A imitare ero proprio brava, tutti mi chiedevano sempre: ti prego, facci questo e quello. A un certo punto, da un deserto di pensiero mi veniva fuori qualcosa che non aveva più niente a che fare con il modello, ma era un’invenzione di gesti e battute su cui potevo andare avanti a oltranza. Ci provai: dal copiato passai all’imitazione. Riga dopo riga, percorrendo quelle pagine con l’accanimento di chi va in bici a rotelle, vennero fuori i miei primi, stentati paesaggi. Avevo imparato a pedalare, e potevo cadere in ogni momento, ma non tornare indietro.

Letizia Muratori, Come se niente fosse
Adelphi

Ecco per esempio un incipit

Sul treno Marsiglia-Nizza viaggiava una donna piena di vigore.
Aveva superato da un pezzo la quarantina ed era piuttosto abbondante dalla vita in su. Le stringhe incrociate del busto le rinserravano il seno, le stecche s’incurvavano ad ogni respiro, e a ogni respiro, a ogni movimento, risuonava di molte catene dagli anelli d’oro grezzo, mente il tintinnio di grosse pietre pesantemente incastonate sottolineava i suoi più piccoli gesti. Sbatteva di continuo gli occhi nocciola, e di tanto in tanto vi accostava la lorgnette dal lungo manico e seguiva con lo sguardo il paesaggio che si sfocava nel fumo del treno.

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Djuna Barnes, Aller et retour in La passione

Elena Ferrante [cit. da Storia di chi fugge e di chi resta]

Tu capisci, Lenù, che cosa succede alle persone: abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. Va bene, gli ho detto, saremo amici, ma togliti dalla testa che puoi fare la femmina come me, tutto quello che riusciresti a essere è la femmina secondo voi maschi. Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l’acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi trovi più.

Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta [L’amica geniale, terzo volume]

Virginia Woolf [cit. da Le Onde]

Il sole non si era ancora levato. Il mare non si distingueva dal cielo; era solo appena appena increspato, come un panno gualcito. Pian piano, col cielo che si schiariva, si poggiò sull’orizzonte una linea scura che li divise, e il panno grigio si spezzò a forza di colpi veloci, che da sotto salivano in superficie incalzandosi, uno dietro l’altro, in un movimento perpetuo.
Avvicinandosi alla spiaggia ogni striscia si sollevava, si gonfiava, si rompeva, ricoprendo la sabbia di un velo sottile d’acqua bianca. L’onda si arrestava, poi si ritirava sibilando, come chi respiri lento, regolare e incosciente nel sonno. Pian piano la striscia scura all’orizzonte si fece più chiara, come se in una vecchia bottiglia di vino il sedimento fosse calato a fondo lasciando il vetro verde trasparente. E dietro, come se pure lì il sedimento bianco fosse sprofondato, o il braccio di una donna distesa sull’orizzonte avesse sollevato una lampada, anche il cielo si schiarì e delle strisce piatte di bianco, di verde e di giallo si propagarono nell’aria a lama di ventaglio. Poi la donna alzò più alta la lampada e l’aria sembrò farsi fibrosa e strapparsi dalla superficie verde con guizzi e vampe di fibre rosse e gialle come la fiamma fumosa di un falò che sfavilla. Pian piano le fibre del falò si fusero in un solo alone, un’unica incandescenza che sollevò il peso del cielo grigio spugnoso e lo mutò in milioni di atomi di soffice azzurro. La superficie del mare lentamente si illimpidì e brillò mossa, ondulata e spumosa, finché le strisce scure non scomparvero quasi del tutto. Lentamente il braccio che reggeva la lampada la sollevò più in alto e più in alto ancora, finché si vide una grande fiamma; un arco di fuoco si accese sull’orlo estremo dell’orizzonte, e tutto intorno il mare avvampò d’oro.
La luce colpi gli alberi del giardino; le foglie si illuminarono una dopo l’altra. Un uccello cinguettò su in alto; ci fu una pausa, un altro cinguettò giù in basso. Il sole, che faceva risaltare gli spigoli delle mura della casa, si poggiò sulla persiana bianca e lasciò un’impronta di ombra azzurra sotto la foglia accanto alla finestra della camera da letto. La persiana si mosse appena, ma dentro era tutto buio e immateriale. Fuori gli uccelli cantavano la loro melodia vuota.

Virginia Woolf, Le Onde

 

Virginia Woolf - Le Onde

Viola Di Grado [cit. da Cuore Cavo]

I vivi non fanno altro che trovare corrispondenze: nuvole con animali, voglie della pelle con frutti, costellazioni con figure, facce tra di loro. Essere solo se stessi causa una solitudine così grande che sentono il bisogno di cercare non soltanto la propria anima gemella, ma quella di ogni cosa. Cercano doppi di tutto. Persino alle cose inanimate chiedono un conforto alla propria individualità: non c’è nuvola che abbia il diritto di essere solo una nuvola.

Viola Di Grado, Cuore Cavo

[in attesa della (non)recensione di Cuore Cavo qua c’è quella di Settanta acrilico trenta lana]

Virginia Woolf [cit. da “Voltando Pagina” a cura di Liliana Rampello]

[…] Nei romanzi, afferma, si dispiegano più intimamente e più pienamente che altrove i pensieri, le speranze e le vite delle donne nel secolo e nel paese che videro il loro più notevole sviluppo. Si potrebbe addirittura dire che non fosse per i romanzi del XIX secolo saremmo rimasti all’oscuro di questa parte della razza umana come lo furono i nostri antenati. Da secoli è cosa nota che le donne esistono, fanno figli, non hanno la barba e raramente diventano calve; ma a parte queste cose, e altre in cui si dice siano identiche agli uomini, sappiamo ben poco di loro e disponiamo di ben pochi dati sicuri su cui basare le nostre conclusioni. Inoltre raramente il nostro giudizio è spassionato.
Prima del XIX secolo la letteratura presentava quasi esclusivamente la forma del soliloquio, non del dialogo. Il sesso ciarliero, contro l’opinione corrente, non è quello femminile, bensì quello maschile; in tutte le biblioteche del mondo si può sentire l’uomo che parla a se stesso e il più delle volte di se stesso. È vero che le donne sono fatte oggetto di molto arzigogolare e vengono spesso rappresentate; ma è ogni giorno più evidente che Lady Macbeth, Cordelia, Ofelia, Clarissa, Dora, Diana, Helen e tutte le altre non sono affatto quello che fanno finta di essere. Alcune sono chiaramente uomini travestiti; altre rappresentano quello che gli uomini vorrebbero essere, o sono consapevoli di non essere; o ancora incarnano lo scontento, la disperazione, che i più sentono quando riflettono sulla triste condizione della razza umana. […]

Virginia Woolf
“Men and Women”, Times Literary Supplement, 18 marzo 1920