di vocazioni ardenti [cit.]

“Durante l’infanzia avevo diverse vocazioni che mi chiamavano ardentemente. Una di queste vocazioni era scrivere. E non perché è stata quella che ho inseguito. Forse perché per le altre vocazioni io avrei bisogno di affrontare un lungo apprendistato, mentre per scrivere l’apprendistato è la vita stessa che vive dentro di noi e attorno a noi. Il fatto è che io non so studiare. E per scrivere l’unico studio vero è il proprio scrivere. Da quando avevo sette anni mi sono addestrata per avere un giorno la lingua in mio potere. E, nonostante ciò, ogni volta che vado a scrivere, è come se fosse la prima volta. Ogni libro è un esordio sofferto e felice. Questa capacità di rinnovarmi completamente via via che il tempo passa è ciò che chiamo vivere e scrivere”.

Clarice Lispector

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Sirene – Laura Pugno – (non) recensione

Laura Pugno non ti prende per mano, non ti chiede gentilmente di seguirla in una storia rassicurante. Non traccia linee morbide, né percorsi ben illuminati. Nessun appiglio. Nessuna zona franca dove riposare. Una scrittura dritta e glaciale. La scrittura di Laura Pugno è stupenda, bellissima, ruvida, disturbante, fuori dai canoni della letteratura come porto sicuro, della lettura come momento di decompressione, della narrazione come gratificazione.

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Sirene
Laura Pugno
Marsilio
2017
p. 144

(prima edizione, Einaudi 2007)

di parole e promesse

Quando mi sono detta ‘non scriverai mai più, le parole se ne sono andate’ ho pensato che sarei morta. Morta in modo irreale, surreale. Come se mi fossi potuta dissolvere, così. Schiantata, con un botto o uno schiocco secco.

Non ho scritto niente, una frase, una parola, qualcosa che assomigliasse al raccontare una storia per quasi cinque anni.

Sono tanti.

È stato orribile. E faticoso. Imparare a vivere senza le parole. Guardare il mondo senza le parole. Cercare di capire le cose senza le parole. Orribile e faticoso. Per mesi ho sbagliato le misure dei sentimenti, andavo a sbattere contro le cose e le persone. Soprattutto contro le persone. Pensavo che mi sarei dissolta, o schiantata. Non è accaduto, ma sono stati lo stesso cinque anni di merda. Cinque anni assenti, annacquati, con il volume al minimo.
Il silenzio è stata la cosa più difficile. Il silenzio nella testa. Niente storie, niente personaggi, niente immagini, niente di niente.
Orribile.

Ho smesso di scrivere perché. Ho smesso di scrivere perché lavorare a Ni una más. Ho smesso di scrivere perché lavorare a Ni una más mi ha lasciata sgonfia, molle. Perché sono affondata nel sangue e nel dolore delle donne. Perché poi ho dovuto affrontare le dinamiche del mondo reale e la mia scrittura, la scrittura di un testo estremamente politico, non era completamente sotto il mio controllo. Perché tecnicamente avevo raggiunto un livello da cui non potevo scendere ma da cui non sapevo come proseguire.
Ho smesso di scrivere perché non mi piacevano più gli esseri umani. Mi erano sempre piaciuti gli essere umani. Scrivere delle loro scintille, delle loro insurrezioni. Guardavo le persone e non vedevo scintille. Di cosa mai avrei potuto scrivere senza le scintille?
Ho smesso di scrivere perché volevo di più. Volevo che qualcuno mi vedesse. Volevo che qualcuno si rendesse conto di quanto fossi dannatamente brava. Volevo i lettori e le lettrici, volevo autorevolezza, volevo un posto nel mondo. Non scrivevo più. Mettevo insieme le parole e le frasi cercando qualcosa che andava oltre la scrittura. Scrivevo cercando un riconoscimento. Ho smesso perché non sarebbe mai arrivato, e raccontare storie aveva perso senso. Il mio senso. Ne aveva un altro con cui non potevo e non riuscivo e non volevo avere a che fare.
Ho smesso di scrivere perché non sono stata in grado di difendere la mia scrittura, la mia creatività. L’ho messa al secondo posto, dietro tutto il resto. E la scrittura deve essere messa al primo posto.
Ho speso molte energie per perdonarmi per questo. E non son sicura di averlo ancora fatto del tutto.

Cinque anni di silenzio. Ho smesso di pensarci, ho smesso di cercarle. Non so se ho smesso di aspettarle, ma non credo.

Quando sono tornate mi sono spaventata. Quando sono tornate, come una slavina, ho vomitato. Sono tornate, nuove. Nuove e diverse. La mia scrittura è diversa. Mi piace molto. Mi piace molto lei e mi piace imparare a conoscerla, entrare con calma in questo ritmo nuovo, in questo suono nuovo. Stiamo andando da qualche parte, non ci siamo ancora dette dove ma in questo momento non importa. Ci penseremo quando sarà, quel momento. Per adesso va bene cosi.

Con la promessa, a me stessa, non di metterla mai più per nessuna ragione per nessuna persona al secondo posto.

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Roberto #Bolaño [cit. Último atardeceres en la tierra – in Putas asesinas]

En el cielo aparece, de forma por demás silenciosa, un avión de pasajeros. B deja de mirar el mar y contempla el avión hasta que éste desaparece detrás de una suave colina llena de vegetación. B recuerda un despertar, justo un año atrás, en el aeropuerto de Acapulco. Él venía de Chile, solo, y el avión hizo escala en Acapulco. Cuando B abrió los ojos, recuerda, vio una luz anaranjada, con tonalidades rosas y azules, como una vieja película cuyos colores estuvieran desapareciendo, y entonces supo que estaba en México y que estaba, de alguna manera, salvado. Esto ocurrió en 1974 y B aún no había cumplido los veintiún años. Ahora tiene veintidós y su padre debe de andar por los cuarentainueve. B cierra los ojos. El viento hace ininteligibles las voces de alarma del pescador y de los niños. La arena está fría. Cuando abre los ojos ve a su padre que sale del mar. B cierra otra vez los ojos y los vuelve a abrir sólo cuando una mano grande y mojada se posa sobre su hombro y la voz de su padre lo invita a comer huevos de caguama.
Hay cosas que se pueden contar y hay cosas que no se pueden contar, piensa B abatido. A partir de este momento él sabe que se está aproximando el desastre.

Roberto Bolaño
Putas asesinas [Último atardeceres en la tierra]

Muro di casse – Vanni Santoni – (non)recensione [e piccola mappa emozionale]

Ve lo dico subito.

Qui

una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skateboard, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani

mi sono commossa.

Qui

e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti

mi son venuti dei brividi alti così. Ho [ri]sentito e [ri]visto tutto.

Detto questo.

Vanni Santoni, con Muro di casse, racconta quella “cosa” esplosiva, multiforme, sfuggente ed entusiasmante che ha avuto luogo in Europa tra il 1989 e oggi. Racconta i free party, i rave (pardon, teknival). E lo fa attraverso la forma romanzo, attraverso tre personaggi e tre aspetti fondamentali e, almeno per come mi son vissuta io la “cultura rave”, imprescindibili l’uno dall’altro; i sensi, l’intelletto e lo spirito.
Muro di casse racconta di quest’onda anomala di corpi danzanti in giro per l’Europa, di questi muri di casse eretti per festeggiare, per gioire, per godere. Per ballare. Perché ballare è bello, anzi il ballo è celebrazione, è rito, è il più elementare abbandono dell’io, i bambini lo sanno, basta che li metti davanti a una cassa e ballano, i bambini senza che nessuno glielo insegni girano su se stessi fino a stordirsi.
Muro di casse racconta, la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: della cosa migliore realizzata dalla mia generazione.
Perché se la gioia, e il ballare, non vi sembrano motivi sufficienti, ma potrebbero e dovrebbero, nella “cultura rave” c’è molto altro. Tutto collegato.
Ci sono i sensi, c’è l’intelletto e c’è lo spirito.
C’è l’occupare e il liberare spazi, e c’è la molteplicità. C’è il  viaggio e il non essere cosa fissa ma cosa in perpetuo movimento. C’è l’assenza di gerarchia. E scusatemi se è poco.
E certo, sì. Ci sono le sostanze. Altrimenti sarebbe come dire che è bello farsi l’Oktoberfest senza droghe, cioè senza birra. Certo, se il tuo hobby è stare a guardare la gente ubriaca.
E tutte queste cose collegate tra loro, Muro di casse le racconta molto bene.
Traccia una mappa fisica, dall’Inghilterra e poi giù ad ovest e poi a est, racconta la nascita di questa onda anomala, si interroga sul suo discusso, presunto, dichiarato e dibattuto declino, collega la storia di questa onda anomala alla società, ai media, ai cambiamenti, dentro e intorno.

Ma soprattutto, traccia una mappa interna.

Perché Muro di casse è un romanzo e non un saggio.
E perché ognuno di noi ha una sua mappa, personale, piena di bassi.
Una moltitudine di mappe nella mappa.
Un caos di mappe.

La mia inizia nel 1994, in una casa occupata fiorentina. Dalle casse dello stereo esce una cosa che non avevo mai sentito prima. Una marea montante di battiti. Una sensazione di benessere.
Passa dalle strade di Bologna durante le Street Parade, la prima nel 1996 (?). Da un capodanno a Casalecchio (il 1999?). Arriva fino a Zurigo (estate 2001?). Ripassa da Firenze per 72 ore nel 2003 (l’unica data certa che ho, sarà che mi sono innamorata tra un basso e l’altro). Saltella in un bosco di ulivi in Salento (estate del 2004?). Centri sociali. Campi. Boschi. Il salotto di casa mia. Giuro.

Non sono brava con la geografia e con le date.

La mia mappa sta nella sensazione di aver partecipato, ad intermittenza, liberamente, a qualcosa di enorme e senza forma. Senza una testa e senza una coda, solo un corpo. Fatto di corpi. Corpi in festa.
Sta nell’urtarsi, guardarsi, sorridersi e abbracciarsi. Nel non essermi mai sentita in pericolo. Nel non essermi mai sentita preda. Mai. Nel non essermi mai sentita sola. Nel non essermi mai sentita fuori luogo.
Nella testa fuori dal finestrino della macchina e “li senti i bassi?” “sì, a destra, a destra, arrivano da destra”.
La mia mappa sta nell’insurrezione del “qui e ora”. Nel dare un calcio in culo al luna park del divertimento istituzionalizzato. Nel toccare con mano quanto l’essere umano sia capace di grandi cose quando agisce e si muove liberamente nella costruzione di un desiderio collettivo.
Nel petto che rimbalza, i piedi, le gambe, le braccia. Nell’abbandono nell’onda. Nello stupore di fronte alla marea. Nelle grida di gioia che si alzavano a tratti da quelle maree. Nelle vibrazioni che schizzavano da una parte all’altra.
Nel perdersi per un minuto, o un’ora o chissà.

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Muro di casse
Vanni Santoni
Laterza (collana Solaris)
2015
pp. 135

Annie Ernaux [cit. Gli anni]

[…] Più ancora che un modo di affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà, quella tentazione di perdersi in un uomo che ha già conosciuto (come nella foto del liceo di cinque anni prima) e di cui ha vergogna. Nessuna voglia di sposarsi o di avere dei figli, la maternità le pare incompatibile con la vita dello spirito. Ad ogni modo è sicura che sarebbe una pessima madre. Il suo ideale è l’unione libera di una poesia di André Breton. A volte si sente schiacciata sotto il peso delle cose che ha imparato. Ha un corpo giovane e un pensiero vecchio. Sul diario ha scritto che si sente «stomacata da idee passepartout, satura di teorie», che è «alla ricerca di un altro linguaggio» per «tornare a una purezza primigenia», sogna di scrivere in una lingua sconosciuta. Le parole le sembrano soltanto «un ricamino ai bordi di una tovaglia di notte». Altre frasi contraddicono questa stanchezza: «Sono un volere e un desiderio». Non dice quale. […]

[…] Ora le voci erano vibranti, aggressive, si interrompevano senza tante cerimonie. I volti esprimevano la collera, il disprezzo, il godimento. La libertà dei gesti e l’energia dei corpi bucavano lo schermo. Se di rivoluzione si trattava, era in quei cambiamenti dei modi di fare che si stava davvero compiendo, in quella nuova espansività, in quella rilassatezza, in quei corpi seduti dove e come capitava. Quando il ricomparso de Gaulle – ma da dove sbucava? lo speravamo uscito di scena definitivamente – riesumava con una smorfia di disgusto il termine chienlit per parlare di quella che ai suoi occhi era solo una pagliacciata, senza nemmeno sapere cosa volesse dire quel vocabolo desueto percepivamo tutto lo sdegno aristocratico che gli suscitava la rivolta, ridotta a una parola che richiamava alla mente escrementi e amplessi, brulicare animalesco, scatenarsi degli istinti.

Non facevamo caso al fatto che non stesse emergendo nessun leader operaio. Con la loro aria paterna i dirigenti del PC e dei sindacati continuavano a determinare i bisogni e le volontà. Si precipitavano a negoziare con il governo – che tuttavia era quasi immobile – come se non si potesse ottenere niente di meglio che l’aumento del potere d’acquisto e l’innalzamento dell’età pensionabile. Guardandoli uscire dal Ministero del lavoro dopo gli accordi di Grenelle, tutti intenti a enunciare pomposi, con parole che avevamo già dimenticato da tre settimane, le «misure» alle quali il potere aveva «acconsentito», ci si sentiva venir meno. […]

Annie Ernaux
Gli anni
L’Orma Editore

Le parole di Adele

Ve la ricordate Adele? Ne avevo parlato qua, qua e pure qua.

Non è stato un rapporto facile, il nostro. Ci siamo piaciute, poi ci siamo azzuffate. Io la tiravo da una parte, lei mi tirava dall’altra. Mi sono decisa a seguirla, e lei ha cambiato un’altra volta direzione. È scomparsa ed è tornata. Ci siamo abbracciate, e poi ci siamo azzuffate di nuovo.
Alla fine siamo riuscite a raggiungere un accordo.
E questo accordo è qualcosa che non è un romanzo breve ma, mi sa, nemmeno un racconto lungo. Comunque, si chiama Le parole di Adele.
Lo potete scaricare, e leggere, a questo link

Le Parole Di Adele

come sempre, il download è free
come sempre per me è stato bellissimo, spero lo sia anche per voi

buona lettura