Resto immobile mentre lei oscilla piano

– E poi?
– E poi mi sono stufata. Non ce l’ho fatta più e ho smesso.
Lo dice senza nessuna inflessione particolare nella voce. La osservo, scruto la sua espressione. Anche gli occhi sono neutri. Non vuoti. O assenti.
Neutri.
Si accende una sigaretta, me ne offre una. Non so perché rifiuto.
– Che vuol dire che hai smesso?
– Ho smesso.
– Da un giorno all’altro?
Per un attimo ho l’impressione che mi stia sorridendo, ma non ne sono sicuro.
– No, non da un giorno all’altro. È impossibile farlo così, all’improvviso.
– E allora come hai fatto? Cosa è successo?
Si alza, i piedi nudi calpestano il pavimento della stanza fino al frigo. Lo apre e prende una birra.
– Perché ti interessa tanto saperlo?
È la prima domanda che mi fa, se non consideriamo l’offerta della sigaretta. Resto in silenzio, non so cosa risponderle, alzo e abbasso le spalle. Stappa la birra, mi guarda.
Neutra.
– Ho smesso. Una cosa dopo l’altra.
Beve, i piedi nudi attraversano di nuovo la stanza. Si siede sul divano. Ho l’impressione che non respiri nemmeno, ma sono certo che sia solo questo. Un’impressione.
– All’inizio non è stato per niente facile. Opponevo resistenza, una resistenza quasi atavica, involontaria. Il corpo, il   cervello, l’anima. Tutto oppone resistenza. E questo crea una grande confusione, un grande disagio. Sei talmente abituata ad opporti, a non cedere, che finisci anche per opporti a te stessa.
Appoggia la sigaretta nel posacenere e si lega i capelli in una coda disordinata sopra la testa. Beve ancora, poi riprende la sigaretta dal posacenere.
– È stato doloroso?
– Doloroso?
Mi guarda, forse c’è della curiosità nel suo sguardo.
– Sì, doloroso. Lo è stato?
Resta in silenzio a lungo, molto a lungo. Fuma e beve, come se non ci fossi. Mi muovo imbarazzato sulla poltrona su cui mi ha fatto sedere, penso che forse dovrei tossire per ricordarle che ci sono.
– No.
– No?
– No, non è stato doloroso. È doloroso opporre resistenza. È doloroso insistere nel percorrere una strada impraticabile, è doloroso ignorare che quella strada non conduce da nessuna parte. In nessun dei luoghi tra quelli che ti è capitato di immaginare o di desiderare. E io un giorno mi sono stufata e ho smesso.
– Hai smesso di opporre resistenza.
– Esattamente. In ogni senso. A tutto. A me stessa, agli altri, alle cose. Al mondo e alla mia mutazione.
– Ma perché?
– Perché ero stufa. Te l’ho detto. Questo non credo sia difficile da capire.
Per un momento penso che mi stia sgridando, ma poi mi rendo conto che la sua è solo una constatazione.
– Stufa di cosa?
– Di insistere. E di resistere.
Adesso vorrei tanto chiederle una sigaretta, ma resto immobile, in silenzio. Dopo tutto sono di fronte a qualcosa di imprevisto, di imprevedibile. A qualcosa di sconosciuto.
Anche lei resta immobile, in silenzio. Ma lo fa in modo diverso. In modo che non mi sono spiegare. Si alza di nuovo, di nuovo come se non ci fossi. Va alla finestra, la apre. Appoggia i gomiti sul davanzale e guarda fuori. Oscilla, piano, avanti e indietro. Non so più come sono finito qui, in questa stanza, in questa casa. Non so più cosa ci faccio, qui. Mi prude un punto irraggiungibile della schiena. Resto immobile. Lei oscilla, piano, avanti e indietro. Con i gomiti appoggiati sul davanzale, leggermente in punta di piedi. Potrei alzarmi e andarmene. Ma resto immobile.
– Non so esattamente quale è stata la prima cosa che ho smesso di fare. Quello che c’era prima, quello che ero prima è molto lontano adesso. È tutto mescolato, in un certo senso.
Non si volta. Non sono nemmeno sicuro che stia parlando con me.
– Ho smesso di pensare che le parole fossero importanti, ognuna con il suo peso e il suo bagaglio di significati. Ho smesso di chiedere alle persone di usare le parole giuste. Ho smesso di pensare che ripetere le cose, una volta, poi un’altra, poi un’altra ancora, all’infinito, potesse cambiare qualcosa. Ho smesso di pensare che fosse necessario essere coerenti per potersi guardare allo specchio senza spostare lo sguardo altrove. Ho smesso di pensare che il rispetto dovesse essere la bussola del mio agire. Ho smesso di osservare l’altro per capirne lo spazio vitale in modo da non calpestarlo. Ho smesso di commuovermi, ho smesso di provare compassione. Ho smesso di sentire il peso per le sofferenze altrui. Ho smesso di lasciarmi andare ai sentimenti. Alla nostalgia, alla malinconia, alla paura. Alla gioia, al piacere. Alla rabbia. Ho smesso di odiare e ho smesso di amare. Ho smesso di credere di poter fare la differenza, ho smesso di desiderare un cambiamento. Ho smesso di desiderare. Ho smesso di difendere il mio corpo e quello degli altri e delle altre. Ho smesso di fare attenzione a tutto, ho smesso di dire no. Una cosa dopo l’altra. Per questo sono mescolate e non so più cosa ho lasciato andare prima e cosa dopo. Ho smesso di opporre resistenza, ogni giorno, ogni minuto. Fuori e dentro. Ho smesso di guardare tutto, di cercare di capire, di buttare lo sguardo sempre qualche metro avanti. Ho smesso di dare e di cercare complicità. Ho smesso di guardare le persone negli occhi. Ho smesso di insistere. Ho smesso di pretendere.
Resto immobile mentre lei oscilla piano.
– Perché non me lo chiedi?
– Cosa?
– Non sei qui per questo? Chiedimelo.
– Chiederti cosa?
– Chiedimi se sto meglio così. Chiedimi se si vive meglio, così. Sei qui per questo.

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Letizia Muratori [cit. Come se niente fosse]

«Prima leggo, ma poi scrivo» le dissi.
«Sul serio?» Giacinta smise di accarezzare Belli e dannati.
«Sì, ricopio le pagine che mi piacciono su un quaderno».
«Ma che stranezza».
«È come disegnare, se sapessi disegnare le disegnerei, quelle pagine».
«Interessante, e perché lo fai?».
«Così mi sembra quasi di averle scritte io. E mentre copio mi sento meglio».
«Però non si fa. Se ti piace scrivere, magari ispirati ai libri che leggi, e poi prova a buttar giù qualcosa di tuo».
Per me scrivere era davvero come disegnare, un gesto della mano. Dovevo allenarmi, tentare di riprodurre quegli spazi sicuri e inaccessibili, e così cominciai a fare come con le imitazioni. A imitare ero proprio brava, tutti mi chiedevano sempre: ti prego, facci questo e quello. A un certo punto, da un deserto di pensiero mi veniva fuori qualcosa che non aveva più niente a che fare con il modello, ma era un’invenzione di gesti e battute su cui potevo andare avanti a oltranza. Ci provai: dal copiato passai all’imitazione. Riga dopo riga, percorrendo quelle pagine con l’accanimento di chi va in bici a rotelle, vennero fuori i miei primi, stentati paesaggi. Avevo imparato a pedalare, e potevo cadere in ogni momento, ma non tornare indietro.

Letizia Muratori, Come se niente fosse
Adelphi

Tutti gli altri – Francesca Matteoni – (non)recensione

Mi piacciono i libri che mi parlano. I libri ben scritti, che scivolano via armonici anche nei passaggi più complessi. Mi piacciono i libri forti, di cui riesco a riconoscere la voce, l’urgenza e la necessità. I libri che d’istinto infilo in borsa anche se sto andando solo a comprare le sigarette. Mi piacciono i libri che portano in superficie le bellezze e le brutture, in egual misura e con la stessa nitidezza. Mi piacciono i libri che anche solo per il tempo di una pagina mi sollevano dalla solitudine, e tiro un sospiro e penso “anche io, così, proprio così”. Mi piacciono i libri che sono ibridi, linguaggi che si mescolano, prosa e poesia e non vedere dove finisce l’uno ed inizia l’altro. Mi piacciono i libri che palpitano, che sento tra le dita. I libri che non fanno sconti e che non cercano assoluzioni o soluzioni. Che non aspirano al lieto fine.

[…] “È che non sa parlare”, dissi. Da dove viene questa malora che avvelena i ricordi e spinge a sopraffare, togliendo diritto a chi non sa parlare, ubbidendo all’amore della propria specie e pulendo bene il seme dell’infanzia da ogni compassione per chi non è simile. E so che non è l’uomo soltanto, che la gatta a volte divora il cucciolo insieme al caglio placentare, che i passeri sono addentati per gioco sulla gola, e tutta quella morte è l’inestirpabile violenza naturale che è spurgo necessario e materia del vivo. Sarei stata colpevole sempre della distanza tra me e gli altri, del restare appartenente al popolo dei muti, in fondo, nonostante la menzogna delle parole. Le persone nella stanza non avevano più volto. Le disprezzavo, tutte. Disprezzavo il fatto che non sapessero ciò che mi scuoteva, che sorridessero, che fossero sostanzialmente indifferenti al destino del gatto, preoccupati in primo  luogo di bersi il caffè. Non volevo, in alcun modo, mai, essere come loro. […]

Tutti-gli-altri-francesca-matteoni

Francesca Matteoni
Tutti gli altri
p. 103
2014
Tunué (collana romanzi)
progetto grafico, Tomomot Venezia

Milena Busquets [cit. También esto pasará]

Yo no puedo abrir un libro sin desear ver tu cara de calma y de concentración, sin saber que no la veré más y, lo que tal vez sea incluso más grave, que no me verá más. Nunca volveré a ser mirada por tu ojos. Cuando el mundo empieza e despoblarse de la gente que nos quiere, nos convertimos, poco a poco, al ritmo de la muertes, en desconocidos. Mi lugar en el mundo estaba in tu mirada y me parecía tan incontestable y perpetuo que nunca me molesté en averiguar cuál era. No está mal, he conseguido ser una niña hasta lo cuarenta años, dos hijos, dos matrimonios, varias relaciones, varios pisos, varios trabajo, esperamos que sepa hacer la transición a adulto y que no me convertía directamente en una anciana. No me gusta ser huérfana, no estoy echa para la tristeza. O tal vez sí, tal vez sea del tamaño exacto de la pena, tal vez sea ya lo único vestido de mi talla.

Milena Busquets, También esto pasará
Editorial Anagrama

come piombo

vuoto solido compatto piombo nebbia umida melmosa rete inciampo cado non mi alzo inutili schegge flebili non riesco più posso solo ricordare stanze e strade e persone movimenti desideri visioni costruzioni per poi restare senza fiato e male alle mani male al cuore e la paura non vedermi più con quello sguardo quel respiro quella gioia quel sentirmi sulla cima quel sentirmi in mezzo al mare barcollo non penso non posso pensare se penso sbatto contro il vuoto solido compatto come piombo faccio un passo so farlo so fare anche quello dopo ma poi trovo il vuoto solido compatto piombo respiro mi dico va bene mi dico doveva andare così ma non doveva andare così non sono capace sono stata capace non sono capace abbastanza dove ho sbagliato cosa ho sbagliato faccio un passo faccio un pensiero non respiro blocca aria blocca corpo sono ferma immobile senza memoria senza come si fa paura cosa amo come si fa riconoscersi caos codifica come si fa mi salta un battito salto mi scattano i nervi scuoto la testa le gambe le braccia nebbia silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio lascio andare cancello non penso muscoli contratti corti atrofizzati incapaci incapace le ho perse non le ho tenute strette sono scivolare nella nebbia melmosa rete acido ovatta spilli sotto le unghie fatica ossessione perdita se allungassi una mano se smettessi di pensare respirare guardare assaggiare sognare gesti interrotti pensieri ignobili fallimento pigrizia parole senza parola silenzio vuoto solido compatto piombo nebbia umida melmosa rete inciampo cado non mi alzo di nuovo un’altra volta non esco non si esce non si può uscire stessa strada avanti indietro febbre delirio apnea isterica trottola scarica pietosa impietosa disperata cercare sassi biglie pietre un luccichio una finestra una luce una parola uno sguardo una frase un colore un odore come prima come sempre come sarebbe dovuto essere mi aggrappo sorrido parlo vivo cerco non trovo insisto mi ignoro passo oltre passo altrove ballo vivo cerco non pensare non pensare non pensare lascia andare non è niente sassi biglie pietre un luccichio una finestra una luce una parola uno sguardo una frase un colore un odore come prima come sempre come sarebbe dovuto essere

non questo vuoto solido compatto piombo