Muro di casse – Vanni Santoni – (non)recensione [e piccola mappa emozionale]

Ve lo dico subito.

Qui

una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skateboard, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani

mi sono commossa.

Qui

e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti

mi son venuti dei brividi alti così. Ho [ri]sentito e [ri]visto tutto.

Detto questo.

Vanni Santoni, con Muro di casse, racconta quella “cosa” esplosiva, multiforme, sfuggente ed entusiasmante che ha avuto luogo in Europa tra il 1989 e oggi. Racconta i free party, i rave (pardon, teknival). E lo fa attraverso la forma romanzo, attraverso tre personaggi e tre aspetti fondamentali e, almeno per come mi son vissuta io la “cultura rave”, imprescindibili l’uno dall’altro; i sensi, l’intelletto e lo spirito.
Muro di casse racconta di quest’onda anomala di corpi danzanti in giro per l’Europa, di questi muri di casse eretti per festeggiare, per gioire, per godere. Per ballare. Perché ballare è bello, anzi il ballo è celebrazione, è rito, è il più elementare abbandono dell’io, i bambini lo sanno, basta che li metti davanti a una cassa e ballano, i bambini senza che nessuno glielo insegni girano su se stessi fino a stordirsi.
Muro di casse racconta, la azzardo, e tu interpretala nella direzione che preferisci: della cosa migliore realizzata dalla mia generazione.
Perché se la gioia, e il ballare, non vi sembrano motivi sufficienti, ma potrebbero e dovrebbero, nella “cultura rave” c’è molto altro. Tutto collegato.
Ci sono i sensi, c’è l’intelletto e c’è lo spirito.
C’è l’occupare e il liberare spazi, e c’è la molteplicità. C’è il  viaggio e il non essere cosa fissa ma cosa in perpetuo movimento. C’è l’assenza di gerarchia. E scusatemi se è poco.
E certo, sì. Ci sono le sostanze. Altrimenti sarebbe come dire che è bello farsi l’Oktoberfest senza droghe, cioè senza birra. Certo, se il tuo hobby è stare a guardare la gente ubriaca.
E tutte queste cose collegate tra loro, Muro di casse le racconta molto bene.
Traccia una mappa fisica, dall’Inghilterra e poi giù ad ovest e poi a est, racconta la nascita di questa onda anomala, si interroga sul suo discusso, presunto, dichiarato e dibattuto declino, collega la storia di questa onda anomala alla società, ai media, ai cambiamenti, dentro e intorno.

Ma soprattutto, traccia una mappa interna.

Perché Muro di casse è un romanzo e non un saggio.
E perché ognuno di noi ha una sua mappa, personale, piena di bassi.
Una moltitudine di mappe nella mappa.
Un caos di mappe.

La mia inizia nel 1994, in una casa occupata fiorentina. Dalle casse dello stereo esce una cosa che non avevo mai sentito prima. Una marea montante di battiti. Una sensazione di benessere.
Passa dalle strade di Bologna durante le Street Parade, la prima nel 1996 (?). Da un capodanno a Casalecchio (il 1999?). Arriva fino a Zurigo (estate 2001?). Ripassa da Firenze per 72 ore nel 2003 (l’unica data certa che ho, sarà che mi sono innamorata tra un basso e l’altro). Saltella in un bosco di ulivi in Salento (estate del 2004?). Centri sociali. Campi. Boschi. Il salotto di casa mia. Giuro.

Non sono brava con la geografia e con le date.

La mia mappa sta nella sensazione di aver partecipato, ad intermittenza, liberamente, a qualcosa di enorme e senza forma. Senza una testa e senza una coda, solo un corpo. Fatto di corpi. Corpi in festa.
Sta nell’urtarsi, guardarsi, sorridersi e abbracciarsi. Nel non essermi mai sentita in pericolo. Nel non essermi mai sentita preda. Mai. Nel non essermi mai sentita sola. Nel non essermi mai sentita fuori luogo.
Nella testa fuori dal finestrino della macchina e “li senti i bassi?” “sì, a destra, a destra, arrivano da destra”.
La mia mappa sta nell’insurrezione del “qui e ora”. Nel dare un calcio in culo al luna park del divertimento istituzionalizzato. Nel toccare con mano quanto l’essere umano sia capace di grandi cose quando agisce e si muove liberamente nella costruzione di un desiderio collettivo.
Nel petto che rimbalza, i piedi, le gambe, le braccia. Nell’abbandono nell’onda. Nello stupore di fronte alla marea. Nelle grida di gioia che si alzavano a tratti da quelle maree. Nelle vibrazioni che schizzavano da una parte all’altra.
Nel perdersi per un minuto, o un’ora o chissà.

mdccopertina

Muro di casse
Vanni Santoni
Laterza (collana Solaris)
2015
pp. 135

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L’amica geniale (quattro volumi) – Elena Ferrante – (non)recensione

Per scrivere dei quattro volumi de “L’amica geniale” di Elena Ferrante devo chiudere gli occhi, per afferrare tutto, e trattenere il fiato, per fermare le immagini, le sensazioni. Le parole. Occhi chiusi e fiato sospeso per tenere insieme la scrittura, i personaggi, la trama, le trame. Le storie.

Ma tutto si mescola. Si smargina.

Solo un sentire emerge e resta a galla.

Il senso di appartenenza. Ma non sono questi quattro libri ad appartenermi. Sono io che appartengo a loro. E credo sia la prima volta che mi capita.

Appartengo alla scrittura della Ferrante, netta e poetica, onesta, viva. Dura e delicata.

Appartengo Lila e Lenù, imperfette e reali, che la narrazione mi porge vive nella loro ricerca di un posto nel mondo, nei mondi. Nel micro e nel macro, nel personale e nel politico.

Appartengo alla rabbia e alla disperazione, al tagliarsi e poi ricucirsi, allo sfarsi e poi ricomporsi.

Appartengo a quell’affetto profondo e a quel senso di famiglia al di là della famiglia. Ai corpi esplorati, rifiutati, cercati, odiati e amati. Appartengo allo spogliarsi e al rivestirsi. Appartengo agli amori sfibranti. A quel senso di sé sfuggevole, mutevole, in balia di dubbi e paure. Come il sali scendi della marea. Appartengo all’infanzia che resta nei gesti, nelle parole e nelle scelte. Nel bene e nel male. Appartengo al percorso di liberazione dall’approvazione dello sguardo altrui. Al desiderio incessante di dare un senso alle cose attraverso la scrittura. Alla volontà di esserci, alla paura di essere.

Appartengo alla cattiveria, ai sentimenti sporchi e al tentativo di nasconderli. Appartengo alla realtà narrata nel suo fluire, senza argini, senza sconti, senza abbellimenti. Appartengo alle bugie dette per sopravvivere, alle verità urlate per non soccombere. Al perdersi e ritrovarsi.

Ad occhi chiusi, con il fiato sospeso.

amica_geniale

Elena Ferrante
L’amica geniale
2011
e/o
p. 400

storia_del_nuovo_cognome

Elena Ferrante
Storia del nuovo cognome, l’amica geniale volume secondo
2012
e/o
p. 480

storia_di_chi_fugge_e_di_chi_resta

Elena Ferrante
Storia di chi fugge e di chi resta, l’amica geniale volume terzo
2013
e/o
p. 382

storia_della_bambina_perduta

Elena Ferrante
Storia della bambina perduta, l’amica geniale quarto e ultimo volume
2014
e/o
p. 451