prima e adesso

Le persone non mi interessano più, ecco qual è il problema.
Le persone non mi interessano più. E non mi colpiscono, non mi emozionano. Non mi commuovono. Non mi fanno incazzare.
Prima le persone erano storie. Erano grumi di parole da sviluppare, grumi di parole come nuclei di partenza. Prima, le persone, erano potenziali incarnazioni di particolari sguardi obliqui, e necessari, sul mondo. Le persone, prima, erano mondi. Piccoli mondi da narrare.
Adesso le guardo, le persone, e non sento niente, non vedo niente. Non immagino niente.
Prima era il caos. Ad ogni passo, in ogni situazione. Per strada, sul tram, in treno. Dappertutto.
Ecco qual è il problema. Ecco perché, in un certo senso, non scrivo più.

Perché non scrivo più le mie storie.

Perché prima, le persone mi parlavano.
Le mani arrossate e gonfie strette intorno ai sacchetti della spesa. Lo sguardo perso oltre il finestrino del treno. Il passo rapido e la cadenza frettolosa di un paio di tacchi. Un sorriso fatto a niente e a nessuno. Tutti, prima, erano lì a raccontarmi una storia.

Prima, le persone, erano fatica, sogni da inseguire, sogni realizzati, sogni irrealizzabili. Erano rabbia sepolta da portare alla luce. Erano ribellioni possibili.
Ecco. Prima, le persone, erano insurrezioni possibili.
E mi parlavano.
Adesso, no. Adesso non sento, non vedo e non immagino niente.
Ecco qual è il problema.
Niente più storie da far deflagrare all’improvviso. Niente potenziali esplosioni.
Perché prima, le persone, incarnavano le infinite possibilità. Erano variabili impazzite, traiettorie deviate. Piccoli mondi possibili. Prima, le persone, mi interessano, mi parlavano, mi emozionavano, mi facevano incazzare.
Adesso. Adesso no.
Sono lo stesso schema ripetuto. Sono il binario morto.

Ecco.

Annunci

Cesca, Luisa ed io

Appallottolata sul seggiolino del treno, immersa in una stanchezza totale.
Dormire. Sarebbe la cosa più intelligente da fare.
Eppure, invece.
Cesca, Luisa.
Sono passate quasi 24 ore dalla prima di Ni una más a Trieste.
Penso che mi serve un po’ di silenzio. Adesso.
Adesso che l’ho vista camminare sul palco dentro la sua armatura.
E m’è finalmente uscita dal sangue.
Ho vissuto più di due anni con Cesca addosso, e con gli occhi verdi di Luisa.
E adesso resto sola.
Attraversata.
Con questo senso di abbandono che conosco bene, che so che passerà ma che ora mi lascia senza fiato, senza forze.
Come avessi trattenuto il respiro, in tutto questo tempo, nello sforzo della concentrazione, nella contrazione dei muscoli. Per tenermi tutto stretto. Per non lasciar scappare niente, perdere niente, sbagliare niente.
Per tenermi stretta Cesca. E con Cesca Luisa. E me.
E penso che adesso mi serve un po’ di silenzio.
E, per favore, qualcuno che spenga questa cazzo di aria condizionata, perché mi sta congelando il cervello.
Del silenzio e un po’ di tepore, per cortesia.
Che il coraggio di chiudere gli occhi, e lasciar andare tutto, io mica ce l’ho.
Di allentare la contrazione dei muscoli, di sputare fuori l’aria (!) e poi riprendere a respirare.
Io mica c’è l’ho davvero.
Domani, forse.