Valeria Parrella – [cit. Troppa importanza all’amore]

[…] È che non potevano parlare, perché l’umido del mare gli aveva attaccato la gola. E quando li abbiamo illuminati con fari direzionali e loro ci hanno guardato, i loro occhi erano bianchi e vuoti. C’è stato un gran darsi da fare con Jim che coordinava il recupero e il capitano che si informava sulle leggi territoriali perché si capiva che venivano da un altro continente. Io ne ho tirato su uno, la sua mano era come una pietra di carbone di carbone ghiacciata, come quelle che si trovano sulle coste di Anversa perché ce le portavano dall’Essen, e lì le imbarcavano. La sua mano ormai non poteva più stringere nulla, così l’ho afferrato al polso e quando ho tirato ho avuto paura di romperlo questo ragazzo enorme di manco vent’anni che aveva perso la sua giovinezza in un naufragio. Gli abbiamo dato acqua e coperte, e finché non sono arrivate le charlie papa della guardia costiera per il trasbordo io gli ho tenuto quella mano in mano. Ma per rassicurarmi io: volevo cercare di far diventare quel carbone carne, quel ghiaccio dita. Se questo è un uomo deve avere le mani, dicevo. […]

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Dieci dicembre – George Saunders – (non)recensione

Potrei scivolare anche io, parlando di Dieci dicembre di George Saunders, nella disquisizione capolavoro sì/capolavoro no. E potrei discettare di postmodernismo, e di scrittura minimalista.
Potrei. Ma le mie sono (non)recensioni. E quindi potrei ma non lo farò.

Mi sono piaciuti questi dieci racconti. Mi sono piaciuti tutti.
E mi sono piaciuti perché la scrittura di Saunders è libera ma non per questo casuale. Perché il linguaggio è semplice e diretto e per questo estremamente efficace nel raccontare, con alcuni momenti di estrema dolcezza e altri di estremo squallore, cose di per sé non semplici da affrontare.
Non curva mai, Saunders, nella sua scrittura. Non devia, non percorre una rotonda più volte prima di decidere la direzione da prendere.
Mi sono piaciuti perché i dettagli che compongono trama e personaggi sono messi tutti al posto giusto nei momenti giusto giusti.
Mi sono piaciuti perché dentro ci sono tante cose.
C’è lo squallore (sì, lo so, l’ho già usata questa parola. Evidentemente qualcosa di questi racconti me l’ha appiccicata addosso) della provincia, la frustrazione dei traguardi non raggiunti e il sentirsi inferiori. C’è l’amore. C’è l’infanzia che si ripropone nell’agire dell’età adulta. E la necessità di scegliere una posizione, un gesto. Ci siamo noi, e gli altri. Ci sono gli esseri umani, con le debolezze, i rancori, le paure e desideri, che si lasciano andare a flussi di pensieri a volte commoventi.
Mi sono piaciuti, sì.

Mi permetto di aggiungere un pensiero mio.
Quando ho finito di leggere Dieci dicembre sono andata su Anobii a leggermi un po’ di recensioni. Così, un po’ per curiosità un po’ per vedere se ci avevo preso.
La quantità di commenti che iniziano con “Premetto che non leggo e che non mi piacciono i racconti” è stata sconfortante.
E a chi pensa che il racconto sia facile da scrivere, a chi pensa che il racconto sia una forma di scrittura subordinata e minore rispetto a quella del romanzo posso solo suggerire di leggere Raymond Carver, Alice Munro, Checov, Virginia Woolf (si, la signora Woolf non ha scritto solo grandi romanzi ma anche grandissimi racconti), Italo Calvino, Ernest Hemingway. I racconti di Valeria Parrella, di Aldo Nove, di Niccolò Ammanniti. Grazia Deledda, Dino Buzzati. Kafka, i racconti di Kafka! E Saunders, naturalmente, a questo punto.
E la smetto altrimenti mi esalto e faccio solo sfoggio di nomi.

Potrei mettermi a discutere, potrei parlare di racconti per pagine e pagine. Potrei, ma non lo farò. Mi limito a dare un consiglio, leggete (anche) i racconti.

dieci dicembre George Saunders

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dieci Dicembre

George Saunders
minimumfax
pp. 222