In media stat virtus (by Anarkikka)

un messaggio semplice e diretto di Anarkikka, ché certe cose vanno ripetute e ribadite con ogni mezzo (di comunicazione) necessario

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da “Non c’è”, su “Ni una más”

Ho scritto “Non c’è” nell’estate del 2010. Ero in Salento, una terra capace di far emergere il meglio di me. Le mie parole migliori nascono lì. Non ho ancora capito perché.
Ho scritto “Non c’è” in un momento di forte, fortissima rabbia.
Credo che la rabbia sia un sentimento sano. Quando si riesce a riconoscerla, a guidarla, a gestirla. La rabbia, per me, sta alla base della forza.
Quando ho scritto “Non c’è” ero, paradosso, stanca delle parole. Ero stanca del pensiero. Ero stanca del ragionamento.
Come tutto quello che scrivo, in un modo o in un altro, “Non c’è” parla dell’annullamento della distanza tra pensiero e azione. Di una sospensione temporanea del tutto che permette al dettaglio, a quel momento e non un altro, di emergere. Al di sopra, al di là.

Parla di due donne. Parla di Luisa, a cui è stato impedito di essere libera. E parla di Cesca. A cui è stato impedito di pensare a Luisa domani. A cui è stato impedito di pensare se stessa, domani.
Parla del tentativo di riportare tutto in equilibrio.

“Non c’è” è la base, e il centro, di “Ni una más”.

Il processo creativo che ha portato alla luce “Ni una más” è stato lungo. E doloroso. E complesso.
Si è trattato di costruire il macro che potesse contenere il dettaglio, il momento.
Parlare di femminicidio, pensarlo, significa scavare, significa spalancare una porta dopo l’altra. Dentro e fuori.
E infiniti, ed estremamente articolati, sono i fattori che concorrono a comporre la complessità che sta alla base, e dentro, e intorno alla violenza sulle donne.
Infinite sono le porte che mi si sono spalancate davanti, investendomi. La testa, lo stomaco. E il cuore.
Scrivere “Ni una más” è stata anche una questione di scelte.

È stato necessario scegliere. Un passo alla volta. 

“Ni una más” parla di nomi. E numeri. E parole.

Nomi che devono essere pronunciati, numeri che devono essere guardati. Parole inesatte che devono essere corrette. E parole, altre, che è necessario pronunciare. Con forza.
“Ni una más” non ha la pretesa, né la presunzione, di essere un testo esaustivo. Non offre una cura, e nemmeno una soluzione. Né tanto meno la soluzione.
“Ni una más” dice, nero su bianco, che c’è un problema. E che questo problema riguarda tutti. E che ci sono cose che devono essere guardate, con coraggio.

“Ni una más” dice, con forza, non una di più.

Con la sensibilità artistica di Nerina. Con il corpo e la voce di Giovanna. Con la materia manipolata di Giulia, le immagini di Andrea, i video di Daniel e i suoni di Davide.

 

 

 

 

inoutmas.wordpress.com

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Sensazioni spoletine – teatro e parole

Quel testo che credevo di aver perso, ne parlavo qua, non solo non è andato perso ma è vivo, e forte e pulsante.

Si intitola “Ni una más”. Non una di più.

E poggia le radici in “Non c’è”, uno dei miei racconti.

Parla di femminicidio, di violenza sulle donne. Parla di rabbia. E di forza. E della calma lucida.

Quel testo che credevo di aver perso ha preso vita. Lunedì 1 ottobre io, la regista Nerina Cocchi, l’attrice Giovanna Scardoni, la costumista Giulia Pecorari e il fotografo Andrea Messana ci siamo dati appuntamento a Firenze per andare tutti insieme a Spoleto per l’inizio della residenza, ospiti nella splendida cornice de La Mama Umbria. Non ho ancora conosciuto Daniel Pinheiro e Davide Fensi, non vedo l’ora di colmare la lacuna.

Ho lasciato Spoleto domenica, conto di tornarci prima della fine della residenza.

Due giorni non bastano per rielaborare il carico emotivo ed emozionale.

Le sensazioni forti e dirompenti mi si rincorrono ancora addosso.

Ve le dico, senza filtri. Quando abbiamo fatto la prima lettura mi sono bastate le prime tre parole per sciogliermi in un pianto che non ho pensato nemmeno per un secondo di poter controllare.

Ve lo dico, senza filtri. È stata una settimana bellissima e difficilissima.

Stare qua, lontano dalla compagnia, è strano. Tornare a casa, dormire nel mio  letto, è stato liberatorio.

Abbiamo provato, abbiamo parlato. Abbiamo sviscerato. Il testo, le parole, le immagini. La violenza, le donne, gli uomini. Gli stereotipi. Noi. Abbiamo attraversato un argomento vasto come l’universo, cercando percorsi, fissando paletti. Ogni volta con la sensazione di aver aggiunto un frammento in più alla complessità. Ogni volta con la sensazione di essersi persi e ritrovati. Ogni volta con la sensazione di aver individuato le porte e le chiavi. E se il mio lavoro di autrice, in un certo senso, è concluso (il testo è stato limato e adattato), so che la strada di Ni una más è bella dritta davanti a me, davanti a noi, tutta da percorrere.

Ci siamo scontrati, com’era giusto. Ognuno con le sue esperienze, ognuno con le sue idee. Ognuno con le sue resistenze. Tutti con la voglia di portare questo progetto lì dove deve arrivare.

Professionalmente parlando credo di aver vissuto, e di avere ancora da vivere, un’esperienza potente che ha lasciato, e lascerà, un’impronta profonda nella mia scrittura. Tempi, suoni, silenzi, immagini. Suggestioni, movimenti. Le mie parole, ed io con loro, sono state sciacquate in un’acqua in cui non si erano mai immerse. E solo questo mi ripaga di tutto. E quando si dice che niente insegna di più della pratica, beh … è vero. Verissimo.

Il blog per seguire le evoluzioni del progetto Ni una más è questo. Ci vediamo lì.

per conoscere meglio Nerina e Andrea

inoutpostm.wordpress.com

www.fotografiaeuropea.it (deja-vous-colectivo)

2666 – Roberto Bolaño – Ci provo

Io non lo so mica se sono capace di parlare di 2666. La sensazione è che ci sia molto, molto altro, al di là quello che ho letto. Dentro quello che ho letto.

Un edificio immenso. Cinque ingressi, cinque uscite apparenti. Porte che si aprono su altre porte. Alcune si chiudono, altre restano spalancate. Una stanza dentro l’altra. Soffitte collegate con cantine. Un dedalo di corridoi. Parole su parole. Pensieri su pensieri. Tecniche e stili. Ritmi. Un universo. Un coro di voci, un palco, una folla di attori. Le narrazioni nella narrazione. Si cerca una strada, una chiave, finché non ci si rende conto che l’unica cosa da fare è perdersi. Una pagina dopo l’altra. Una parola dopo l’altra. Imboccare strade senza uscita, raccogliere e conservare le chiavi.

L’ossessione e i sogni ripetuti, la poesia della solitudine, l’incessante incedere degli omicidi. L’amore. La violenza. L’orrore. Lo scrittore. La ricerca. La storia. La scrittura.

Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. Accarezza e spintona. Accoglie e respinge. Suoni, odori. Immagini. Una scrittura capace di contenere tutto. Una libidine lunga poco meno di un mese. Incollata, immersa. Felice.

Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito.

E lo sapevo che non ne ero capace.

2666
Roberto Bolaño
p. 936
Adelphi