i punti di vista e le dannate prospettive

Punti di vista, sempre loro. E le dannate prospettive.

Da che lato si guarda una storia? Cosa devo mettere a fuoco e cosa devo lasciare rarefatto?

Dove mi siedo per avere la prospettiva migliore?

quaderno penna tazza bianco e nero

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Giardino sul mare – Mercè Rodoreda

C’è qualcosa nella scrittura di Mercè Rodoreda che mi incanta.
Il flusso continuo della narrazione. L’assenza apparente di tempo. La ricercatezza e la delicatezza. La puntualità delle metafore. La leggerezza misurata che comunque, o proprio per questo, incide in profondità. Le luci e le zone d’ombra. L’odore di intimità.
Il riflesso delle cose non scritte.

Giardino sul mare è una storia semplice, semplicissima.
C’è una villa con un giardino, vicino a Barcellona. C’è una coppia di giovani e ricchi sposi che con i loro amici, ogni estate, per sei anni, raggiungo la villa. Ci sono i bagni, le passeggiate, le feste con i fuochi d’artificio. C’è la servitù e ci sono gli abitanti del paese. Ci sono i cavalli e le gite in macchina. E un’altra villa al di là del roseto.

E ci sono gli occhi, e le orecchie, del giardiniere e custode della villa con giardino, con cui guardiamo, e ascoltiamo, le vite dei personaggi che si muovono, anche solo perifericamente, tra le pagine di questa storia. I dolori, le gioie, i rimorsi, le bugie, i tradimenti, i sorrisi.
C’è l’animo sensibile di questo anziano giardiniere che non riesce a non farsi coinvolgere, che in fondo vuole essere coinvolto, in queste semplici, tragiche, umane vicende. Che emerge dalle pagine e prende il sopravvento solo per parlare del suo giardino e delle sue piante. Solo per raccontarci di Cecília, il grande amore della sua vita. E che si presenta così, in un incipit che è una porta che si apre, lentamente, sulla narrazione.

Mi è sempre piaciuto sapere quel che succede alla gente, e non perché sia un ficcanaso… È perché voglio bene agli altri, e ai padroni di questa casa volevo bene davvero. Ma ormai è passato tanto di quel tempo che molti fatti non li ricordo più, sono troppo vecchio e certe volte mi imbroglio senza volerlo…

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Mercé Rodoreda, Giardino sul mare

Mercè Rodoreda

Giardino sul mare

La Nuova Frontiera – ilBasilisco
Traduzione dal Catalano di Giuseppe Tavani
pp. 192

2666 – Roberto Bolaño – Ci provo

Io non lo so mica se sono capace di parlare di 2666. La sensazione è che ci sia molto, molto altro, al di là quello che ho letto. Dentro quello che ho letto.

Un edificio immenso. Cinque ingressi, cinque uscite apparenti. Porte che si aprono su altre porte. Alcune si chiudono, altre restano spalancate. Una stanza dentro l’altra. Soffitte collegate con cantine. Un dedalo di corridoi. Parole su parole. Pensieri su pensieri. Tecniche e stili. Ritmi. Un universo. Un coro di voci, un palco, una folla di attori. Le narrazioni nella narrazione. Si cerca una strada, una chiave, finché non ci si rende conto che l’unica cosa da fare è perdersi. Una pagina dopo l’altra. Una parola dopo l’altra. Imboccare strade senza uscita, raccogliere e conservare le chiavi.

L’ossessione e i sogni ripetuti, la poesia della solitudine, l’incessante incedere degli omicidi. L’amore. La violenza. L’orrore. Lo scrittore. La ricerca. La storia. La scrittura.

Da lettrice, un paradiso. Un corpo narrativo immenso che parla, urla, sussurra, indica e disorienta. Accarezza e spintona. Accoglie e respinge. Suoni, odori. Immagini. Una scrittura capace di contenere tutto. Una libidine lunga poco meno di un mese. Incollata, immersa. Felice.

Da scrittrice. Domandarmi e domandarmi ancora come ci sia riuscito.

E lo sapevo che non ne ero capace.

2666
Roberto Bolaño
p. 936
Adelphi