Resto immobile mentre lei oscilla piano

– E poi?
– E poi mi sono stufata. Non ce l’ho fatta più e ho smesso.
Lo dice senza nessuna inflessione particolare nella voce. La osservo, scruto la sua espressione. Anche gli occhi sono neutri. Non vuoti. O assenti.
Neutri.
Si accende una sigaretta, me ne offre una. Non so perché rifiuto.
– Che vuol dire che hai smesso?
– Ho smesso.
– Da un giorno all’altro?
Per un attimo ho l’impressione che mi stia sorridendo, ma non ne sono sicuro.
– No, non da un giorno all’altro. È impossibile farlo così, all’improvviso.
– E allora come hai fatto? Cosa è successo?
Si alza, i piedi nudi calpestano il pavimento della stanza fino al frigo. Lo apre e prende una birra.
– Perché ti interessa tanto saperlo?
È la prima domanda che mi fa, se non consideriamo l’offerta della sigaretta. Resto in silenzio, non so cosa risponderle, alzo e abbasso le spalle. Stappa la birra, mi guarda.
Neutra.
– Ho smesso. Una cosa dopo l’altra.
Beve, i piedi nudi attraversano di nuovo la stanza. Si siede sul divano. Ho l’impressione che non respiri nemmeno, ma sono certo che sia solo questo. Un’impressione.
– All’inizio non è stato per niente facile. Opponevo resistenza, una resistenza quasi atavica, involontaria. Il corpo, il   cervello, l’anima. Tutto oppone resistenza. E questo crea una grande confusione, un grande disagio. Sei talmente abituata ad opporti, a non cedere, che finisci anche per opporti a te stessa.
Appoggia la sigaretta nel posacenere e si lega i capelli in una coda disordinata sopra la testa. Beve ancora, poi riprende la sigaretta dal posacenere.
– È stato doloroso?
– Doloroso?
Mi guarda, forse c’è della curiosità nel suo sguardo.
– Sì, doloroso. Lo è stato?
Resta in silenzio a lungo, molto a lungo. Fuma e beve, come se non ci fossi. Mi muovo imbarazzato sulla poltrona su cui mi ha fatto sedere, penso che forse dovrei tossire per ricordarle che ci sono.
– No.
– No?
– No, non è stato doloroso. È doloroso opporre resistenza. È doloroso insistere nel percorrere una strada impraticabile, è doloroso ignorare che quella strada non conduce da nessuna parte. In nessun dei luoghi tra quelli che ti è capitato di immaginare o di desiderare. E io un giorno mi sono stufata e ho smesso.
– Hai smesso di opporre resistenza.
– Esattamente. In ogni senso. A tutto. A me stessa, agli altri, alle cose. Al mondo e alla mia mutazione.
– Ma perché?
– Perché ero stufa. Te l’ho detto. Questo non credo sia difficile da capire.
Per un momento penso che mi stia sgridando, ma poi mi rendo conto che la sua è solo una constatazione.
– Stufa di cosa?
– Di insistere. E di resistere.
Adesso vorrei tanto chiederle una sigaretta, ma resto immobile, in silenzio. Dopo tutto sono di fronte a qualcosa di imprevisto, di imprevedibile. A qualcosa di sconosciuto.
Anche lei resta immobile, in silenzio. Ma lo fa in modo diverso. In modo che non mi sono spiegare. Si alza di nuovo, di nuovo come se non ci fossi. Va alla finestra, la apre. Appoggia i gomiti sul davanzale e guarda fuori. Oscilla, piano, avanti e indietro. Non so più come sono finito qui, in questa stanza, in questa casa. Non so più cosa ci faccio, qui. Mi prude un punto irraggiungibile della schiena. Resto immobile. Lei oscilla, piano, avanti e indietro. Con i gomiti appoggiati sul davanzale, leggermente in punta di piedi. Potrei alzarmi e andarmene. Ma resto immobile.
– Non so esattamente quale è stata la prima cosa che ho smesso di fare. Quello che c’era prima, quello che ero prima è molto lontano adesso. È tutto mescolato, in un certo senso.
Non si volta. Non sono nemmeno sicuro che stia parlando con me.
– Ho smesso di pensare che le parole fossero importanti, ognuna con il suo peso e il suo bagaglio di significati. Ho smesso di chiedere alle persone di usare le parole giuste. Ho smesso di pensare che ripetere le cose, una volta, poi un’altra, poi un’altra ancora, all’infinito, potesse cambiare qualcosa. Ho smesso di pensare che fosse necessario essere coerenti per potersi guardare allo specchio senza spostare lo sguardo altrove. Ho smesso di pensare che il rispetto dovesse essere la bussola del mio agire. Ho smesso di osservare l’altro per capirne lo spazio vitale in modo da non calpestarlo. Ho smesso di commuovermi, ho smesso di provare compassione. Ho smesso di sentire il peso per le sofferenze altrui. Ho smesso di lasciarmi andare ai sentimenti. Alla nostalgia, alla malinconia, alla paura. Alla gioia, al piacere. Alla rabbia. Ho smesso di odiare e ho smesso di amare. Ho smesso di credere di poter fare la differenza, ho smesso di desiderare un cambiamento. Ho smesso di desiderare. Ho smesso di difendere il mio corpo e quello degli altri e delle altre. Ho smesso di fare attenzione a tutto, ho smesso di dire no. Una cosa dopo l’altra. Per questo sono mescolate e non so più cosa ho lasciato andare prima e cosa dopo. Ho smesso di opporre resistenza, ogni giorno, ogni minuto. Fuori e dentro. Ho smesso di guardare tutto, di cercare di capire, di buttare lo sguardo sempre qualche metro avanti. Ho smesso di dare e di cercare complicità. Ho smesso di guardare le persone negli occhi. Ho smesso di insistere. Ho smesso di pretendere.
Resto immobile mentre lei oscilla piano.
– Perché non me lo chiedi?
– Cosa?
– Non sei qui per questo? Chiedimelo.
– Chiederti cosa?
– Chiedimi se sto meglio così. Chiedimi se si vive meglio, così. Sei qui per questo.

Milena Busquets [cit. También esto pasará]

Yo no puedo abrir un libro sin desear ver tu cara de calma y de concentración, sin saber que no la veré más y, lo que tal vez sea incluso más grave, que no me verá más. Nunca volveré a ser mirada por tu ojos. Cuando el mundo empieza e despoblarse de la gente que nos quiere, nos convertimos, poco a poco, al ritmo de la muertes, en desconocidos. Mi lugar en el mundo estaba in tu mirada y me parecía tan incontestable y perpetuo que nunca me molesté en averiguar cuál era. No está mal, he conseguido ser una niña hasta lo cuarenta años, dos hijos, dos matrimonios, varias relaciones, varios pisos, varios trabajo, esperamos que sepa hacer la transición a adulto y que no me convertía directamente en una anciana. No me gusta ser huérfana, no estoy echa para la tristeza. O tal vez sí, tal vez sea del tamaño exacto de la pena, tal vez sea ya lo único vestido de mi talla.

Milena Busquets, También esto pasará
Editorial Anagrama

da “Non c’è”, su “Ni una más”

Ho scritto “Non c’è” nell’estate del 2010. Ero in Salento, una terra capace di far emergere il meglio di me. Le mie parole migliori nascono lì. Non ho ancora capito perché.
Ho scritto “Non c’è” in un momento di forte, fortissima rabbia.
Credo che la rabbia sia un sentimento sano. Quando si riesce a riconoscerla, a guidarla, a gestirla. La rabbia, per me, sta alla base della forza.
Quando ho scritto “Non c’è” ero, paradosso, stanca delle parole. Ero stanca del pensiero. Ero stanca del ragionamento.
Come tutto quello che scrivo, in un modo o in un altro, “Non c’è” parla dell’annullamento della distanza tra pensiero e azione. Di una sospensione temporanea del tutto che permette al dettaglio, a quel momento e non un altro, di emergere. Al di sopra, al di là.

Parla di due donne. Parla di Luisa, a cui è stato impedito di essere libera. E parla di Cesca. A cui è stato impedito di pensare a Luisa domani. A cui è stato impedito di pensare se stessa, domani.
Parla del tentativo di riportare tutto in equilibrio.

“Non c’è” è la base, e il centro, di “Ni una más”.

Il processo creativo che ha portato alla luce “Ni una más” è stato lungo. E doloroso. E complesso.
Si è trattato di costruire il macro che potesse contenere il dettaglio, il momento.
Parlare di femminicidio, pensarlo, significa scavare, significa spalancare una porta dopo l’altra. Dentro e fuori.
E infiniti, ed estremamente articolati, sono i fattori che concorrono a comporre la complessità che sta alla base, e dentro, e intorno alla violenza sulle donne.
Infinite sono le porte che mi si sono spalancate davanti, investendomi. La testa, lo stomaco. E il cuore.
Scrivere “Ni una más” è stata anche una questione di scelte.

È stato necessario scegliere. Un passo alla volta. 

“Ni una más” parla di nomi. E numeri. E parole.

Nomi che devono essere pronunciati, numeri che devono essere guardati. Parole inesatte che devono essere corrette. E parole, altre, che è necessario pronunciare. Con forza.
“Ni una más” non ha la pretesa, né la presunzione, di essere un testo esaustivo. Non offre una cura, e nemmeno una soluzione. Né tanto meno la soluzione.
“Ni una más” dice, nero su bianco, che c’è un problema. E che questo problema riguarda tutti. E che ci sono cose che devono essere guardate, con coraggio.

“Ni una más” dice, con forza, non una di più.

Con la sensibilità artistica di Nerina. Con il corpo e la voce di Giovanna. Con la materia manipolata di Giulia, le immagini di Andrea, i video di Daniel e i suoni di Davide.

 

 

 

 

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Il tarlo ippopotamo – capitolo XV e gran finale

E niente, siccome ho saltato l’appuntamento del 17 oggi i capitoli sono due! Di cui uno, signore e signori, è il gragran finale!
Buona lettura. A momenti, è questione di un attimo, metterò on line il PDF.

Olé!

qui il primo capitolo
qui il secondo
qui il terzo
qui il quarto
qui il quinto
qui il sesto e il settimo
qui l’ottavo
qui il nono, il decimo e l’undicesimo
qui il dodicesimo
qui il tredicesimo
qui il quattordicesimo

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XV

Tre giorni dopo ho raggiunto la sala del Consiglio Comunale insieme a Sergio, Mario e Antonio. Tarlo Ippopotamo era stato irremovibile su questo. Non era il momento di tentennamenti o stupidi errori. Non dovevamo sottovalutare nemmeno il più piccolo dettaglio, e non andare alla seduta straordinaria del Comune avrebbe potuto destare inutili quanto mai fastidiosi sospetti. Qualcuno avrebbe potuto cogliere pericolosi collegamenti.
Ci siamo dovuti sedere quasi in ultima fila, non si era mai vista così tanta gente ad un Consiglio Comunale. Il brusio continuo e montante di tutte quelle voci confuse e sovrapposte mi trapanava il cervello. Cercavo inutilmente di isolarmi, di creare una barriera tra me e quello che mi stava intorno, di non farmi colpire dagli sguardi, dalle parole, dalla tensione palpabile che mi si riversava addosso come secchiate d’acqua gelida.
È calato un silenzio irreale quando sindaco, assessori e consiglieri hanno preso posto in sala. Mi sono sforzato, ho cercato con tutte le mie forze di non farlo ma per una frazione di secondo, con conseguente scarica di brividi, i miei occhi hanno incontrato quelli dell’assessore Tugnetti. Aveva uno sguardo freddo, e un livore che non non tentava di nascondere gli colorava il volto di scuro.
Gnac gnac gnac gnac.
Ho trattenuto a stento un sussulto quando mi sono accorto di Tarlo Ippopotamo seduto tra i rami di uno degli alberi fuori dalla grande finestra della sala comunale. Mi sorrideva come a dire, ‘stai tranquillo, volevamo tutto questo, lo volevamo entrambi, mantieni la calma’.
Mi ronzavano di nuovo le orecchie, rispondevo a monosillabi alle domande e alle affermazioni dei miei cari amici d’infanzia che mi parevano, in quel momento, dei perfetti sconosciuti. Non capivo nemmeno cosa mi dicevano o mi chiedevano. Non comprendevo niente del susseguirsi concitato di interventi.
All’improvviso, però, nella testa si è fatto silenzio e le parole dell’assessore Tugnetti si sono incastonate granitiche nella mia mente.
– Non cederemo a questa provocazione. L’ordine pubblico deve essere ristabilito, con ogni mezzo necessario. Non permetteremo né al singolo sovversivo, né ad un fantomatico gruppo organizzato di minare la nostra stabilità, la nostra tranquillità, la nostra sicurezza. In collaborazione con le forse dell’ordine, Polizia e Carabinieri, abbiamo elaborato un piano di controllo, prevenzione ed eliminazione alla radice di questo attacco alla nostra comunità. Abbiamo chiesto e ottenuto la collaborazione di caserme e commissariati limitrofi. Che il Killer dei lampioni sappia. Siamo sulle sue tracce e non ci fermeremo fino a quando non lo avremo assicurato alle patrie galere. Questa è una promessa. Una promessa che intendo mantenere ad ogni costo.
La sala è esplosa in un applauso scrosciante, mi sono voltato d’istinto verso Tarlo Ippopotamo. I suoi piccoli occhietti neri sprofondati nel pelo e nel grasso si muovevano da una parte e dall’altra della sala, e un sorriso diabolico gli addobbava il muso grigiastro.
Mi sono guardato intorno anche io, mentre applaudivo meccanicamente. Non ci ho messo molto a capire, stranamente.
Sparsi tra il pubblico alcuni non solo non applaudivano ma, anzi, tenevano le braccia incrociate scuotendo polemicamente la testa.
Quando mi sono voltato di nuovo verso la finestra Tarlo Ippopotamo era scomparso.
Gnac gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac. Gnac gnac.
Gnac.
Gnac gnac.
Gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac gnac.

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XVI

Osservare quello che può accadere in una piccola comunità quando un evento straordinario arriva a scompigliare e manomettere il consolidato svolgersi della quotidianità può essere estremamente affascinante.
Farlo da un posto privilegiato come quello in cui si siede colui che ha, letteralmente, lanciato il sasso e nascosto la mano rende tutto più interessante.
E questo è quello che ho fatto, ho osservato.
Quando sono rientrato a casa dopo il Consiglio Comunale Tarlo Ippopotamo era seduto in giardino. Beveva limonata dalla ciotola dell’insalata che era, ormai da tempo, entrata irrevocabilmente in suo possesso. Si è voltato, mi ha guardato e mi ha detto solo una cosa. ‘Adesso dobbiamo stare a guardare. Dobbiamo solo stare a guardare e goderci lo spettacolo’. Come al solito non ho capito subito quello che intendeva, del resto sono mai riuscito a guardare lontano quanto lui, e non credo che sarò mai in grado di farlo. Ma, come sempre, ho fatto quello che mi ha detto. Sono rimasto a guardare.
E ovunque, per le strade, al bar, a lavoro, in sala d’attesa dal dentista, in coda alle poste, ovunque, sempre, non si parlava d’altro che del Killer dei Lampioni.
Lentamente, come un fiume che monta per una pioggia lenta ma costante, ho cominciato a sentire qualcosa di diverso, qualcosa che non mi aspettavo.
Un sottile malumore scorreva per le vie del mio paese, e il numero di quelli che avevano scosso polemicamente la testa durante il Consiglio Comunale non era affatto così irrisorio come mi era parso quel giorno.
Non ho mai partecipato, ovviamente, a nessuna delle discussioni in cui incappavo ogni giorno, ma ero costantemente in ascolto.
Il nome di Tugnetti rimbalzava di bocca in bocca, e se prima il Killer dei Lampioni sembrava essere l’incarnazione del disordine e della criminalità, adesso era quello dell’assessore che cominciava ad essere accompagnato da opinioni che sicuramente non gli avrebbero fatto piacere. Si diceva fosse solo un arruffone, uno che con la politica ci aveva fatto i soldi, altroché, e che in fondo, a ben guardare, nessun aveva chiesto tutti quei lampioni, che i problemi dei cittadini erano altri, che né lui, né il sindaco con tutta la giunta avevano, in fondo, fatto niente di veramente importante. Che bisognava vederci chiaro in tutta la faccenda, che non si potevano liquidare le azioni del Killer dei Lampioni come semplici atti vandalici, che qualcosa sotto c’era sicuramente.
Ogni sera, tornato a casa, raccontavo tutto a Tarlo Ippopotamo che mi ascoltava e annuiva, e ogni tanto rideva tremolando come un budino.
Anche il giorno che arrivarono a riparare il nostro lampione rideva. Rideva, tremolava tutto e continuava a ripetermi di stare a guardare.
E io ho guardato, e ho visto il fiume montare, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno.
La cittadinanza attiva si è riunita in un Comitato Cittadino, chiamato, con una certa nota di fantasia, “Facciamo Luce Sulla Luce”. Hanno organizzato incontri, riunioni, assemblee, gazebo informativi. Hanno raccolto idee e stilato un documento da portare in Consiglio Comunale. Al primo dei due punti si leggeva la richiesta di apertura di un’inchiesta sul bando e sulla realizzazione del progetto di illuminazione urbana. Si scoprì, alla fine, dopo mesi di peripezie legali e burocratiche, che, come si dice in maniera semplice, i conti non tornavano per niente, tranne quelli nelle tasche di Tugnetti e di un altro paio di assessori. Il Comitato Cittadino Facciamo Luce Sulla Luce organizzò una grande festa per le strade del paese come non si vedeva da tempo.
Ma è stato altro a farmi capire che avevo vinto la guerra. La mia guerra e quella di Tarlo Ippopotamo. In fondo non mi importava niente di Tugnetti, non era vederlo passare sotto la ghigliottina della legalità che poteva regalarmi un po’ di soddisfazione, o darmi la sensazione di aver fatto qualcosa di importante.
Quello che davvero mi ha reso felice è accaduto una sera, quando ormai l’estate stava sgocciolando nell’autunno che si preannunciava freddo e piovoso.
È accaduto molto prima che la lenta macchina dello Stato facesse il suo corso accompagnando altrove Tugnetti.
Stavo osservando, lo ammetto un po’ sconsolato, in piedi in mezzo al mio giardino, le mani abbandonate nelle tasche, il maledetto bagliore arancione al di là della mia passiflora. Tarlo Ippopotamo sgranocchiava placido un tronchetto di quercia.
Poi all’improvviso un fragore familiare, ma moltiplicato all’infinito.
E poi la penombra.
Urla ed applausi.
Tarlo Ippopotamo ed io ci siamo guardati, sospesi, ma solo per un attimo. Siamo rientrati in casa per poi uscire in strada. Decine di persone applaudivano ancora e guardavano verso il cielo. Ho alzato anch’io lo sguardo. Quattro dei dieci lampioni lungo la via si stagliavano muti contro il cielo buio.
Mi sono voltato, emozionato, scosso, incredulo e il faccione tondo e grigio di Tarlo Ippopotamo sbucava tra le foglie della passiflora dove si era andato a nascondere.
Aveva gli occhi lucidi.
– Spero di non averla spaventata.
Mi sono voltato ritrovandomi faccia a faccia con la mia vicina di casa.
– Mi scusi?
– Il lampione che si affaccia sul suo giardino, sono stata io a romperlo. Spero di non averla spaventata.
– È stata lei?
– Sì. Non sa da quanto tempo desideravo farlo.
Ho trattenuto una risata, un po’ per timidezza, un po’ per l’abitudine che avevo ormai fatto mia di vivere completamente estraneo ai fatti.
– Ma cosa è successo?
– È una manifestazione di protesta. Abbiamo presentato un documento in Comune, penso lo sappia.
– Sì, l’ho letto sul giornale.
– Il primo punto è stato approvato, apriranno un’inchiesta interna. Ma sulla seconda proposta non ne hanno voluto sapere. Ci hanno praticamente riso in faccia. E noi abbiamo risolto la cosa a modo nostro. Adesso siamo tutti Killer del lampione.
La proposta del comitato cittadino la conoscevo bene. Mi aveva fatto sorridere, mi aveva fatto sentire meno solo. Si chiedeva la rimozione là dove tecnicamente possibile, ma comunque il non utilizzo di una lista di lampioni a causa del disturbo che l’illuminazione arrecava ad alcuni cittadini. Avevo chiuso il giornale che riportava la notizia sicuro che il Comune non avrebbe mai accettato una simile proposta.
– Oltre a questi quattro sono stati colpiti altri venti lampioni in tutto il paese, nello stesso momento. Non è incredibile?
– Meraviglioso. – Ho sussurrato.
– Come ha detto?
– No, niente. Niente.
– Non l’ho mai vista alle riunioni del Comitato.
– Non ci sono mai venuto infatti.
– Ci venga a trovare, abbiamo bisogno più che mai di partecipazione adesso che daranno il via all’inchiesta.
Non siamo mai andati alle riunioni del Comitato. Tarlo Ippopotamo non voleva, e non ne vuole sapere di assemblee, comitati, votazioni, presidenti e vicepresidenti. E a dir la verità son cose che non hanno mai interessato neanche me.
È una cosa, questa, di cui Rosa, la mia vicina, continua a rimproverarmi ogni volta che ci sediamo insieme nella mia penombra a bere limonata.
Con quella che lei chiama puzza di sigaro, che fumo sempre più spesso, ci ha fatto l’abitudine.

Un giorno, forse, le presenterò Tarlo Ippopotamo.

Fine

Il tarlo ippopotamo – XIV

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qui il secondo
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qui il quinto
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qui il dodicesimo
qui il tredicesimo

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XIV

Tarlo Ippopotamo camminava lento. Gnac. Ogni tanto si fermava per grattarsi l’orecchio con l’unghiona della zampa posteriore. Gnac gnac. Io cercavo, in modo confuso e quindi inutile, di capire in che modo le cose avessero potuto precipitare così velocemente. Gnac. Continuava a ripetermi che dovevo stare calmo, che era tutto sotto controllo, che c’era da aspettarselo, che dovevamo solo stare calmi e riflettere, senza farsi prendere dal panico.
Ma io ormai nel panico ci ero sprofondato con tutte le scarpe, e mi fischiavano le orecchie, anche a tenerci le mani sopra, premendo fortissimo, fischiavano ugualmente. Sentivo caldo e poi freddo e poi di nuovo caldo. E il nodo alla bocca dello stomaco che mi si era formato poche ore prima al minimarket non accennava a sciogliersi. Nemmeno si allentava. Ogni tanto mi guardavo le mani, tremolavano come le foglie della mia passiflora sotto la brezza mattutina.
Non avevo avuto tempo di trovare una risposta alla mia domanda, con le mani strette intorno al carrello della spesa avevo atteso un secondo di troppo, dando modo ad Alfonso di intercettare il mio sguardo. Avevo sorriso, con il cuore che ha saltato a piè pari un battito creando un vuoto improvviso che mi aveva fatto girare la testa.
E senza neanche rendermene conto ero già ad un passo dal gorgo vorticante degli eventi.
– Giovanni, carissimo, sarei passato da te nel pomeriggio. Stiamo interrogando tutti quelli che vivono vicino ai lampioni colpiti. Hai saputo sì?
Avevo saputo? Certo che no, completa estraneità ai fatti. Gnac gnac gnac gnac.
– Su, paga la spesa. Ti accompagno a casa e ti aggiorno. Signore, signori, ho già detto fin troppo. Vi terremo informati attraverso i canali ufficiali. State tranquilli, il Comune ha tutto sotto controllo. Circolare, adesso, circolare.
Gnac gnac gnac gnac.
Avevo camminato di fianco ad Alfonso aggrappandomi ai pelati e ai salatini come fossero stati l’unica via di salvezza. Avevo annuito, confermato, sospirato con una sola idea in testa. Arrivare a casa, oltrepassare la soglia, chiudermi la porta alle spalle e scomparire.

In Comune sembrano tutti impazziti, Giovanni, credimi. So che con te posso essere sincero, ci conosciamo da anni, mi fido di te. Non sappiamo da che parte muoverci. Il sindaco non sa cosa pensare, Tugnetti sembra un leone in gabbia, ha preso tutta questo storia come se fosse un attacco personale. Sì, insomma, ne ha sempre fatto un vanto di questo incremento dell’illuminazione cittadina, la rivalutazione del territorio, l’appoggio ai progetti per il turismo. Il suo partito ci ha basato la campagna elettorale. Grida al sabotaggio, lancia accuse a destra e sinistra. Hanno indetto un Consiglio Comunale straordinario, inviteranno tutta la cittadinanza a partecipare. Minaccia di creare una Task Force per trovare questo Killer dei lampioni. Sì, Giovanni, così lo chiama, il Killer dei lampioni.

Tarlo Ippopotamo aveva ascoltato tutto senza dire una parola, sgranocchiando imperterrito un tronchetto di robinia, e poi aveva cominciato a camminare su e giù.
Ganc gnac gnac gnac. Gnac gnac gnac. Gnac gnac. Gnac.

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a domenica 17!