roma – luglio 2015

l’intensità, i colori, le vibrazioni
amo tutto di Roma

pochi giorni ma intensi

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estate 2013, per immagini #3

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Parque Natural Marítimo-Terrestre de Cabo de Gata-Níjar

Alhambra

Alhambra

granada

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estartit

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Qui

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

 

 

Qui non mi faccio domande, perché qui non ho bisogno di risposte. Ogni gesto è minimo nel suo essere indispensabile e ogni pensiero si forma, si compie e si esaurisce nell’essenzialità della sua esistenza temporanea. Non mi interessa sapere chi sono e non c’è nessuno che vuole sapere qual è il mio ruolo, il mio posto nel mondo. Qui non sono buona, non sono cattiva, non sono altruista, non sono egoista. Qui, non devo essere qualcosa e sono in un certo senso tutto.
Qui è un luogo che ho cercato a lungo, tra lacrime, frustrazione e ostentata labile serenità. È un luogo che ho pensato di dover costruire nella mia mente, di poterlo costruire ovunque mi trovassi e con chiunque avessi a che fare. Sbagliandomi. O semplicemente illudendomi.
Qui un passo è un passo, non è una scelta di fronte all’ennesimo bivio e nemmeno qualcosa di cui valutare ossessivamente le conseguenze. Qui un passo è un passo, serve ad allontanarsi o ad avvicinarsi. A qualcosa di cui ho bisogno nel momento in cui faccio il passo. Qui, bere dell’acqua significa solo soddisfare la sete e nel cono di luce che filtra tra i rami di un albero non c’è nient’altro che questo. Sole che trapassa i rami di un albero. Qui, toccarsi non è accertarsi di esistere.
Qui sono arrivata quando ancora sentivo il peso delle parole, perché ogni parola contiene se stessa e i suoi contrari. Quando vincevano i pensieri, che non sapevo mettere a tacere invidiando chiunque mi desse anche solo l’impressione di saperli gestire. Prima di capire che nessuno è in grado di farlo, che l’unica differenza è la capacità di accettare le debolezze e le paure. La capacità di capire quando le storie che ci raccontiamo per restare in equilibrio stanno per sfuggirci di mano. Qui è dove sono arrivata quando ancora ogni gesto si portava appresso il peso indicibile dell’inutilità.
È un luogo molto silenzioso che odora di terra e di mare.
D’estate il sole è tiepido per pochissime ore, fin poco dopo l’alba e da poco prima del tramonto. Per il resto del tempo è una sfera incandescente che brucia la pelle. E forse anche i pensieri. Che accende gli a spazi ampi, il mare gentile, la terra brulla, viva, che pulsa. Le montagne nude ricamate di sentieri che puoi camminare per chilometri e chilometri.
Qui non è un debole luogo della mente, qui esiste ed io ci sono venuta a vivere. Ci sono rimasta, a vivere. Ho lasciato cadere, uno ad uno, i pensieri lungo i sentieri ricamati sulle montagne nude, ho lasciato cadere le dicotomie, le inadeguatezze e le distanze. E quando è arrivato il momento di tornare indietro non l’ho fatto. Per non dover raccogliere, uno ad uno, i pensieri, e le dicotomie, e le inadeguatezze, e le distanze. Mi sono fermata quando ho sentito il silenzio irreale dell’assenza di domande, e l’irriconoscibile quiete del non avere bisogno di risposte.
Ho lasciato indietro tutto quello che pensavo di avere e invece non avevo mai neanche trovato. Sono libera dagli sguardi, dalla ricerca dell’errore, dalla gestione dell’irreparabile.
D’inverno, a volte piove molto. Lassù, sulle montagne alle mie spalle, nevica. Ma qui, proprio qui, il tempo è mite.
Qui è una casa bianca molto piccola, e dalla finestra della cucina vedo il mare interrotto solo da una decina di agavi del deserto. Qui, nella casa bianca molto piccola, c’è un letto molto grande, un tavolo molto grande e una poltrona davanti ad un camino molto piccolo.
Di notte, quando c’è la luna piena, esco e lasciandomi le agavi del deserto alle spalle raggiungo il mare e mi siedo a guardare tutto quel metallo fuso che ondeggia, e brilla, e va e viene.
Lui di solito quando arrivo ha appena gettato l’amo e sta seduto a guardare, come me, il mare di metallo fuso.
Non ci diciamo mai niente, non ci siamo mai detti niente. Ma quando il silenzio è totale, e qui accade spesso, posso giurare di sentire il suo respiro e credo che lui riesca a sentire il mio. Nell’immobilità e nell’assenza di intenzione.
Qui, in questo luogo in cui sono rimasta a vivere, non mi preoccupo di scoprire se quello che credo, quello su cui giuro, sia vero. Qui il mio tempo interno è perfettamente accordato con il tempo esterno e quello che immagino è quello che è. E non c’è un ieri da valutare e non c’è un domani da aspettare, organizzare o pretendere migliore o diverso dagli altri. Non ci sono limiti da rispettare, traguardi da raggiungere o aspettative da non deludere. O da cui non farsi deludere. I gamberi hanno un sapore dolcissimo e fortissimo e gli avocado sono piccoli e grinzosi. E una mano è solo una mano, gli occhi sono solo occhi. Un sorriso è un sorriso, e come le lacrime che sono solo lacrime, vanno e vengono, passano e ritornano, senza un motivo, con tutte le ragioni possibili. E il dolore, quando arriva se arriva, ha tutto lo spazio e tutto il tempo di espandersi fino a sparire.
Qui, in questo luogo che chiamo casa perché sono riuscita a pronunciare il mio nome senza sentirne il peso, perché ogni respiro è uguale all’altro e procedono senza interruzioni. Qui, dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare al buio. Qui, dove non penso né ai se né ai ma. Qui, dove il mare sotto la luna piena è metallo fuso che ondeggia e brilla e va e viene. Qui dove non cerco ma trovo. Qui, dove la percezione non deforma l’esistente e l’esistente non controlla la percezione. Qui, dove non mi faccio domande perché non ho bisogno di risposte e dove un passo è solo un passo.

domenica uggiosa e fredda

Che domenica uggiosa, e fredda. Tocca stare sotto la coperta, neanche fosse dicembre, e invece è aprile, fuori dovrebbe esserci il sole, e quella leggerezza che si porta appresso, quel potersi permettere l’abbandono dei problemi, almeno il tempo di un sorriso.

E poi c’è il problema del vuoto.