ricapitolando – i libri del 2013

Mi è piaciuto molto tutto quello che ho letto nel 2013. Ho avuto le mie conferme ma, soprattutto, ho scoperto nuove voci a me sconosciute.

Non ho scritto di tutto quello che ho letto. Non lo faccio mai. Sono pigra e distratta. Vorrei poter dire che il buon proposito del 2014 è di lavorare su queste mie mancanze ma mentirei. Lo sapete.

libri_2013

poi, se qualcuno non c’ha proprio niente da fare e vuole provare ad indovinare l’intruso…

Giardino sul mare – Mercè Rodoreda

C’è qualcosa nella scrittura di Mercè Rodoreda che mi incanta.
Il flusso continuo della narrazione. L’assenza apparente di tempo. La ricercatezza e la delicatezza. La puntualità delle metafore. La leggerezza misurata che comunque, o proprio per questo, incide in profondità. Le luci e le zone d’ombra. L’odore di intimità.
Il riflesso delle cose non scritte.

Giardino sul mare è una storia semplice, semplicissima.
C’è una villa con un giardino, vicino a Barcellona. C’è una coppia di giovani e ricchi sposi che con i loro amici, ogni estate, per sei anni, raggiungo la villa. Ci sono i bagni, le passeggiate, le feste con i fuochi d’artificio. C’è la servitù e ci sono gli abitanti del paese. Ci sono i cavalli e le gite in macchina. E un’altra villa al di là del roseto.

E ci sono gli occhi, e le orecchie, del giardiniere e custode della villa con giardino, con cui guardiamo, e ascoltiamo, le vite dei personaggi che si muovono, anche solo perifericamente, tra le pagine di questa storia. I dolori, le gioie, i rimorsi, le bugie, i tradimenti, i sorrisi.
C’è l’animo sensibile di questo anziano giardiniere che non riesce a non farsi coinvolgere, che in fondo vuole essere coinvolto, in queste semplici, tragiche, umane vicende. Che emerge dalle pagine e prende il sopravvento solo per parlare del suo giardino e delle sue piante. Solo per raccontarci di Cecília, il grande amore della sua vita. E che si presenta così, in un incipit che è una porta che si apre, lentamente, sulla narrazione.

Mi è sempre piaciuto sapere quel che succede alla gente, e non perché sia un ficcanaso… È perché voglio bene agli altri, e ai padroni di questa casa volevo bene davvero. Ma ormai è passato tanto di quel tempo che molti fatti non li ricordo più, sono troppo vecchio e certe volte mi imbroglio senza volerlo…

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Mercé Rodoreda, Giardino sul mare

Mercè Rodoreda

Giardino sul mare

La Nuova Frontiera – ilBasilisco
Traduzione dal Catalano di Giuseppe Tavani
pp. 192

Via delle Camelie – Mercè Rodoreda

Lo stile di Mercè Rodoreda non smette di affascinarmi. Dopo “La piazza del diamante” anche “Via delle Camelie” mi ha trascinata nel flusso di memoria della protagonista. Non con la stessa forza e lo stesso stupore con cui ho seguito Colometa, ma comunque lasciandomi addosso la sensazione di aver vissuto in intimità con qualcuno.
La capacità di accostare dettagli, eventi e senzazioni per creare il mosaico della narrazione è anche qui un aspetto che, piaccia o non piaccia il romanzo in sé, non puó essere ignorato. Non è una lettura facile, il flusso è unico, annulla il tempo e tutto accade in un drammatico ora, in una corsa affannata, rincorrendo e scappando, mettendo a nudo debolezza e crudeltà, mescolando la realtà all’incubo.
È un libro cupo e desolato. Un susseguirsi di strappi che non possono essere ricuciti.
È una discesa all’inferno, quella di Camelia, che è come un vuoto che cerca disperatamente di trovare ciò che la può colmare. E allora ingloba tutto, accetta tutto, si lascia riempire da tutto, e da tutti. Accetterà abbracci che la stritoleranno, cercherà carezze che la feriranno.
È un libro pieno di solitudine, e perdita e smarrimento. Eppure è anche una storia a suo modo forte, e dolce, in cui i dettagli si mescolano nel contrasto tra la sporcizia e il profumo delicato dei fiori.
È una storia che poteva essere raccontata in mille modi diversi, la storia di una bambina abbandonata davanti ad un portone che passerà la vita a cercare quello che l’abbandono porta via, scambiando l’amore con la cura, e l’uomo/amante con il guaritore, una storia sentita mille volte che la Rodereda ha raccontato in modo unico, portando il lettore dentro Camelia, che resta come sullo sfondo, rarefatta, trascinata. Come un vuoto da colmare. Circondata dal profumo dei tigli.

[…] Mi liberò dall’incantesimo una voce di bambina che chiedeva come si chiamava quell’uccello: era una bambina bionda, con i boccoli, e dava la mano a un signore. Pensai subito che fosse suo padre. Si erano fermati a guardare l’uccello che pian piano si girò di schiena. Il signore stava in mezzo, tra la bambina e me; era alto e magro, mandava un odore forte di mimosa, e al polsino della camicia portava una pietra azzurra  e scura che di tanto in tanto brillava. Gli presi una mano senza guardarlo e dovetti chiudere gli occhi perché sembrava che ogni cosa si muovesse. Quando li riaprii vidi che la bambina con i boccoli si era avvicinata e mi guardava. Senza una parola diede un colpo molto forte con il taglio della mano tra la mia mano e quella del signore e lo tirò per portarselo via. Se ne andarono in giù per la strada e io non capivo perché quel signore, invece di andarsene con la bambina, non la lasciava lì a guardare l’uccello e non si portava via me. […]

Via delle Camelie
Mercè Rodoreda
La Nuova Frontiera – Collana ilBasilisco
202 p.

Intervista a Mercè Rodoreda – traduzione (che parolone) dallo spagnolo

Mi son lamentata, qua, della difficoltà di reperire in rete informazioni, in lingua italiana, su Mercé Rodereda. Naturalmente in catalano abbondano, ma purtroppo non ci capisco quasi un accidente. Con il castigliano invece me la cavo un po’ meglio.
Ho trovato questa intervista sul sito di El Pais, ho provato a tradurla.
L’originale è qua, nel caso qualche anima pia volesse controllare se ho preso fischi per fiaschi, lucciole per lanterne e volesse darmi una mano a migliorare questa mia traduzione non dico maccheronica ma sicuramente da autodidatta.

Mercè Rodereda si è sempre sentita accompagnata dai fiori e dalle sue creature letterarie.
Jaun Tébar – El Pais – 15 marzo 1983

foto: labitacola2009

Mercè Rodoreda ha concesso qualche mese fa, a questa giornale, un’intervista rimasta inedita. È una chiacchierata informale in cui Mercè Rodoreda difende la sua solitudine e afferma che se la felicità esiste lei potrebbe dire di essere felice.
Queste parole, pubblicate ora, alleggeriscono il ricordo lugubre che può averci lasciato la sua recente scomparsa. È il miglior omaggio ad una scrittrice che ha saputo creare un giardino letterario e vivere tra i fiori, senza il minimo accenno di volgarità. È arrivata alla fine della sua vita senza la quotidiana claudicazione della sua Colombetta.

Mercè Rodedreda ha un giardino. Vive in un giardino. Il giardino di questa grande scrittrice non è solo quello che si vede alla fine del viaggio sentimentale, quasi amoroso, che intraprendiamo per vederla, non è solo  il giardino in cui vive, tanto orgogliosa della sua piccola giungla. Il giardino della Rodereda è pieno di altri fiori di carta e mistero, il cui profumo hanno potuto respirare il suoi lettori dal 1937, anno della pubblicazione del suo primo romanzo, “Aloma”, che lei ama considerare il primo, “perché gli altri, veramente, erano così brutti …”.
Sono fiori magici, drammatici, musicali, interiori, che sono cresciuti intorno alle sue pagine, cercando il profumo e i colori di una letteratura in un certo senso fantastica, anche dentro al più palpabile realismo.

Domanda.
Come si difende, adesso, con la fama, dall’attacco alla sua intimità?

foto: xtec.cat

Risposta.
Per esempio, non rispondendo al telefono, e i giorni pericolosi, come il sabato e la domenica, in cui arrivano molte persone per farsi autografare i libri, o farsi fare foto insieme a me come fossi una cantante, chiudo il cancello e le persiane come se non ci fosse nessuno in casa. Mi chiudo dentro come in una prigione, e a volte, anche se sono un po’ sorda, sento arrivare le macchine, perché una macchina si sente sempre in un posto così silenzioso come la Romania. E penso: ” Che rabbia, che rabbia, tanto non vi apro …”
Questa persecuzione e iniziata quando ho compiuto 70 anni, quando i giornali iniziarono a parlare di me e a pubblicare mie foto. È andata avanti con la vincita del Premio de Honor del las Letras Catalanas. Allora fu terribile. E poi con i programmi televisivi, perché si vede che la televisione ha una influenza così grande che la gente impazzisce per conoscere chi ci va, chiunque sia.
Ho sempre avuto bisogno della solitudine. Già a Ginevra ho vissuto quasi completamente isolata. Non conosco la Svizzera né ho praticamente lasciato amicizie lì. Ho coperto quello che io chiamo il triangolo delle Bermuda: Ginevra, la seconda casa che conservo a Parigi e la casa di Barcellona senza avere a che fare quasi con nessuno. E adesso, qui, chiusa in Romania, se la felicità esiste (lei ci crede?), potrei dire di essere felice …
Ho bisogno della solitudine, per il lavoro e per la mia vita. In linea di massima le persone mi stancano terribilmente, e non mi interessano assolutamente. Avendo i libri, dei buoni dischi e la macchina da scrivere la mia vita è piena, non ho bisogno di altro.

D.
Nel prologo di “Mirall Trencat” (Lo specchio rotto) lei dice che “un romanzo si fa con una gran quantità di intuizioni, una certa quantità di imponderabile, con la caduta e la resurrezione dell’anima, con esaltazioni, disinganni, con riserve di memoria involontaria …, tutta un’alchimia”. Ultimamente si è parlato molto de “La placa del Diamant” (La piazza del diamante), dimenticando i romanzi posteriori come Mirall Trencat – bellissimo – o come il suo libro “Quanta, quanta guerra” (Cuánta, cuánta guerra). Può rivelarci qualcosa dell’alchimia utilizzata per questo romanzo? Quali dosi magiche ha utilizzato per rompere, apparentemente, la precedente linea più realistica, entrando in pieno in una narrazione assolutamente fantastica?

R.
L’alchimia è l’aver vissuto, aver vissuto molto. Io sono una fabbricante di storie. Quando ne scrivo una- quella che sto correggendo in questo momento, per esempio – è perché ho voglia di scriverla. E questa è una storia stranissima che non piacerà a nessuno.

D. Questa predisposizione verso la magia non è proprio di adesso? Vero?

foto: liretue

R.
Certo che no. Può sembrare che inizi in Mirall trencat, ed è più evidente in Viaiges i flors (Viaggi e fiori), ma già nella piazza (1962), c’è questo capitolo, quello della chiesa, in cui Colombetta vede quelle palline diventare rosse, sono le anime dei soldati. Non è già questa una cosa di tipo fantastico? Il seme c’è dall’inizio. E comunque, mi sono sempre piaciuti autori come Lovecraft, Poe, Machen …

D.
Come convivono il realismo caratteristico delle sue opere più celebri e questa costante tendenza all’onirico?

R.
Con grande amicizia: ripensiamo a “Le avventure di Gordon Pym”, quando Poe descrive quell’acqua striata di rosso, che in realtà è sangue. Questo è fantastico, però è come lo vedessimo veramente. E per quanto riguarda la guerra, che in questo ultimo libro appare come un incubo, è una esperienza disgraziatamente familiare a tutte le persone della mia generazione. “In guerra non è importante chi vince o chi perde, perché in guerra tutti perdono”.

D. I fiori – come gli angeli e, a volte, gli specchi – sono temi ricorrenti nella lirica delle sue opere. Così tanti fiori sono apparsi nelle sue pagine che sono soliti invitarla frequentemente a mostre di floricultura. In uno dei suoi racconti c’è una ragazza che si vergogna del suo strano nome, Crisantema. Ci racconti un’altra volta – anche se lo ha già fatto in più di una intervista – di quel crisantemo che segnò la sua vita.

R.
Il famoso crisantemo? È un vecchio sentimento di vergogna che mi ha accompagnato da quando ne rubai uno quando avevo quattro o cinque anni. Mai avevo visto un fiore come quello.

D.
Ha dei crisantemi in questo giardino?

R.
No, dovrei piantarli … Però ho le rose, molti arbusti che posso annaffiare in estate solo ogni sei o sette giorni. Ho un albero di Giove, le ortensie, vitadimias … Può vedere lei stessa che non sono sola, qui è così pieno di vita da mettere paura … Ci sono bellissime gazze, e mi hanno detto che in zona ci sono anche i cinghiali.
Sono in gran compagnia.

La piazza del diamante – Mercè Rodoreda

Non riesco ad iniziare un altro libro finché non mi libero dei pensieri che mi affollano la testa dopo aver finito “La piazza del diamante” di Mercè Rodoreda.
E però, non so perché, mi resta difficile mettere in ordine i pensieri.

Tanto per cominciare. Credo che questo libro sia bellissimo, tecnicamente perfetto. E allora mi domando, come mai se cerco informazioni sull’autrice quello che trovo, in italiano, è la striminzita biografia su wikipedia? Mercé Rodoreda, scrittrice catalana, paragonata a Virginia Woolf, autrice di uno dei romanzi più belli del secolo scorso, sarebbe rimasta sconosciuta per me, non avessi pescato il suo nome in rete, appunto, perché paragonata alla Woolf su cui stavo, e sto, facendo ricerca.
Ma passiamo oltre.

Il romanzo. Un consiglio. Se ne avete la possibilità prendetevi il tempo necessario per leggervi questo libro. Intendo tutto il tempo necessario per leggerlo tutto d’un sorso, senza interruzioni. E’ la sua struttura che ve lo chiede, la tecnica usata dall’autrice, la storia che vi viene raccontata.

Un flusso continuo, un racconto senza interruzioni, una voce narrante, quella della protagonista, che vi tiene invischiati tra le pagine come qualcuno vi terrebbe inchiodati alla sedia se si sedesse davanti a voi a raccontarvi la storia della sua vita.

Una protagonista, Colometa (Colombetta, Natalia) che prende forma attraverso la narrazione stessa, personaggio sublime, puro, ingenuo che cresce e muta, e muta linguaggio in un crescendo stilistico impressionante.

Un personaggio e una narrazione che si reggono sul verbo dire, coniugato alla terza persona singolare del passato remoto. Disse. Perché la voce di Colometa c’è, ma racconta quello che gli altri dicono, quello che gli altri fanno, salvo poi apparire, con un ritmo studiato che interrompe il battere dei disse, con riflessioni spiazzanti per la loro poetica semplicità. E di poesia ce n’è tanta, tantissima in questo romanzo.

Un personaggio che cresce, dunque, attraverso la narrazione stessa. Pagina dopo pagina, evento dopo evento, disse dopo disse. E più matura, più cresce, più prende coscienza di sé, più il linguaggio si fa forte, preciso, fisico. E Colometa sembra gonfiarsi, farsi spazio nella narrazione, spostare le parole, spostare i disse, fino a far scomparire gli altri, far sparire i disse, Colometa si muove tra le pagine. E’ lei, c’è.

E la segui, all’alba, mentre cammina per le strade del quartiere della Gracia, con in mano un coltello da cucina, finché quel grido soffocato che le preme dentro non esplode in tutta la sua necessità, e lei è pronta, sputato fuori il passato, con le sofferenze, la fatica e le gioie svanite, ad iniziare davvero una vita nuova, la sua seconda possibilità.

“Chiacchieravano tra loro come se io non ci fossi. Mia madre non mi aveva mai parlato degli uomini. Lei e mio padre avevano passato molti anni a litigare e molti anni senza scambiarsi una parola. Passavano la sera della domenica seduti in sala da pranzo senza dire niente. Quando mia madre è morta, questo vivere senza parole si è dilatato. E quando dopo qualche anno mio padre si è risposato, a casa mia non c’era niente a cui potessi aggrapparmi. Vivevo come deve vivere un gatto: su e giù, a coda bassa, a coda ritta, adesso è ora di mangiare, adesso è ora di dormire; con la differenza che un gatto non deve lavorare per vivere. A casa si viveva senza parole e le cose che portavo dentro mi facevano paura perché non sapevo se erano mie…”

La piazza del diamante
Mercè Rodoreda
La Nuova Frontiera
p. 223