Il filo di mezzogiorno – Goliarda Sapienza – (non)recensione

“Il filo di mezzogiorno” è un libro che attraversa. È un libro che ti attraversa.

È il secondo romanzo autobiografico di Goliarda Sapienza, pubblicato nel 1969, ma già finito nel 1967, anno di pubblicazione di “Lettera aperta”, il primo romanzo, il primo autobiografico, il primo tassello di quel ciclo, “Autobiografia delle contraddizioni”, che voleva, nelle intenzioni di Goliarda, essere biografia in fieri. Non una biografia statica, scritta rileggendo il passato, deformandolo e interpretandolo, ma una biografia in divenire, una biografia del presente, dell’essere, del mutamento, del cambiamento in atto. Ne fanno parte “Io, Jean Gabin”, pubblicato postumo nel 2010, “L’università di Rebibbia”, del 1983, e “La certezza del dubbio” del 1987.

“Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora che i corpi dei defunti, svuotati della carne, con la pelle fina come la carta velina, appaiono fra la lava. È per questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole – sterpo secco pure tu – o penserai sempre a loro smarrendo il senno”.

Una dedica, un monito. Memento. Incipit prima dell’incipit. Inizia così, un inizio prima dell’inizio, una pagina prima della prima pagina, questo libro di Goliarda Sapienza.

“Il filo di mezzogiorno” è scrittura che riporta in vita, è scrittura che recupera la memoria, che ricostruisce. È scrittura che segna il cammino, che raccoglie il filo. È scrittura che attraversa l’inconscio.

Scrive, Goliarda, in un taccuino del 1976, pubblicati ne “Il vizio di parlare a me stessa”:

“A quattordici anni dall’elettroshock Citto mi dice che ho preso due volte con lui la nave che da Napoli porta a Palermo. Quanti vuoti della memoria scavati dall’elettricità o dalla cura elettrica ci sono ancora da colmare?”

Nel 1962 Goliarda Sapienza ingerisce una dose eccessiva di sonniferi. Al risveglio dal coma, categorica, affermerà che non voleva morire.
Voleva solo dormire. L’insonnia le era diventata insopportabile.

E io le credo.

Viene ricoverata e affidata alle cure di un medico che la sottopone ad una decina di elettroshock. Che le rompono la memoria.
Verrà poi affidata alle cure di un noto analista che per tre anni, tutti i giorni, incontrerà Goliarda per le sedute.

“Il filo di mezzogiorno” è il racconto di questo percorso.

“Herzog caro, hai ragione: in questo secolo di religiosità scientifico-tecnica, l’emozione, l’amore, la scelta morale e finanche la memoria cadono in sospetto di malattia. Ma a te confido a quattr’occhi che anch’io in questo lungo inverno-galera ho scritto un sacco di lettere a mia madre, a questo medico stesso, ai suoi colleghi, a Garibaldi e se vuoi te le farò vedere. Ma ti dico: se siamo morbosi, malati, pazzi, a noi va bene così. Lasciateci la nostra pazzia e la nostra memoria: lasciateci la nostra memoria e i nostri morti. I morti e i pazzi sono sotto la nostra protezione.”

“Il filo di mezzogiorno” è un’analisi lucida e critica di alcuni aspetti di questo percorso.

“Il filo di mezzogiorno” è un racconto nel tempo e fuori dal tempo, in assenza di tempo, nella sovrapposizione dei ricordi, nel sovrapporsi e nel riproporsi di lutti e paure, è il resoconto di un viaggio nei corridoi “bui di questo mio passato”, perché “se Nica mi parla è segno che la mia decisione di dover tornare indietro per andare avanti, è giusta: sensata, come diceva lei. “Il filo di mezzogiorno” è un viaggio nella memoria di quei tre anni di analisi che furono viaggio nella memoria di tutta una vita vissuta e smarrita. Per riprendersi la vita. Per riprendere se stessa. Un discorso ininterrotto. Roma, la scuola di recitazione, il fascismo e la resistenza, la madre, la pazzia, i sogni, gli incubi. Gli uomini, le donne, l’amore, il sesso, il corpo, la mente.
Un filo dal rarefatto al delineato.

[…] Che diceva? Anch’io so una poesia: parlava ma non potevo ascoltarlo. Quella poesia mi premeva alle tempie… urgeva… Si scurdarunu di essere puvureddi e pi lu munì sonni ieri vestutí i strozzi poi si ficiru giacchi cui giornali e cu cartoni un tabbutu pi ripusari… le piace?
“È bellissima. E chi sono questi puvureddi?”
“Ma io e lei… i siciliani… dove l’ho letta?” Non respiravo: anche con la bocca aperta il profumo mi soffocava. Mi faceva girare la testa. Dove l’ho letta?
“Non è che l’ha scritta, e ora se l’è ricordata?”
“No, non l’ho scritta. Ne ho scritte tante in italiano, ma in siciliano mai. M’è venuta così… “La mia voce diceva “ne ho scritte tante”. Ne avevo scritte tante, e “Ma io scrivo… Sì, scrivo da tanto poesie e anche novelle. Dove sono? Le debbo cercare…”
La mia voce forte mi svegliò strappandomi da quel profumo caldo, e, in mezzo alla stanza, nella luce del sole, fogli bianchi su fogli bianchi, coperti da una calligrafia piccola, ridevano. Scrivevo, sì. Dal pozzo di quegli anni senza memoria quei foglietti ammucchiati mi parvero un regalo impensato e favoloso. Non facevo più l’attrice. Quando era stato? Ah sì! Una notte. Quanti anni fa? Mi decisi. Presi un pezzo di carta, e scrissi qualcosa: tre o quattro pagine. Citto dormiva accanto a me profondamente, e non si svegliava mai quando io accendevo la luce per leggere, ma quella notte sì, quella notte, senza rivoltarsi, mi chiese: “Scrivi?”
“Sì”. “Una poesia?” “Sì”. “Bene”. […]

“Il filo di mezzogiorno” è Goliarda Sapienza. Una Goliarda Sapienza. Nell’essere, nel mutamento, nel cambiamento.

 

p.s. Questo libro l’ho comprato a novembre, a Catania. Dopo aver passeggiato per le strade di San Berillo. In questa libreria, vicolostretto.

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Il filo di mezzogiorno
Goliarda Sapienza
La nave di Teseo
2019
p. 200

(prima edizione, Garzanti 1969)

di personaggi e letteratura

La tartaruga Clementina. Avevo sei anni, mi ha insegnato la libertà e l’autodeterminazione. Credo sia l’inizio della mia strada femminista attraverso i femminismi.
Jo March, la soffitta e il suo manoscritto.
Clara del Valle Trueba, quei quaderni. E quel suo silenzio.
Guido Laremi, perché rompe il vetro.
Q, perché è immenso.
Modesta. Con lei ho nominato parti di me che erano rimaste senza nome. E ho visto frammenti del mio futuro.
Mia, la sirena. La mia parte feroce.

La moglie del medico. Il principe Lev Nikolàevič Myškin. Josefina la cantante. Bernadette Bernardin.

Potrei andare avanti all’infinito.
Sgranare uno dopo l’altro i nomi e le sfumature dei protagonisti e delle protagoniste dei libri che ho letto. Ma anche dei personaggi secondari, ammesso e non concesso che lo siano, secondari.

I personaggi dei libri che abbiamo letto.
Costruiamo delle relazioni con loro.  A volte eterne. A volte di amore, a volte di odio, a volte di distanza, di fascinazione.
Parlano, si muovono, vivono. Inciampano. Vincono, perdono. Non partecipano. Camminano, amano. Restano, resistono. Attraversano mondi e universi. Gridano.
Incarnano idee, trame intere.
Una sola parola può stare e vivere e respirare in un personaggio.
Li seguiamo. Ridiamo con loro, piangiamo con loro. Sentiamo caldo e freddo. Li guardiamo per trovarci qualcosa di noi, li guardiamo perché non siamo noi. Li cerchiamo perché potremmo essere noi. Li guardiamo perché parlano di una parte di noi che non vogliamo né vedere né nominare. Impariamo da loro. Viviamo in loro. Ci sfamiamo con i loro appetiti. Veniamo travolti, investiti, spaventati, affascinati dalle loro follie. Vediamo i loro difetti, le loro presunte deviazioni. Le loro presunte perfezioni. Sono quello che vorremmo essere, sono quello che abbiamo paura di essere. Danno un corpo e un respiro alla mediocrità, al coraggio, alla forza, alla potenza, al desiderio, alla cattiveria, alla passione. Ci mostrano i lati ammaccati e per questo amabili dell’essere umano. L’anomalia, il difettoso. Sono veri, sono vere. Reali. Ci spaventano. Sono la gioia, sono il dolore, sono la paura, sono la perdita. Vanno a scavare lì dove noi non riusciamo ad andare. Provano emozioni lì dove noi abbiamo solo silenzio.
Dicono cose che non sapevamo di pensare, dicono cose che ci eravamo dimenticati di pensare. Dicono cose a cui non vorremmo più pensare. Spalancano mondi sconosciuti. Ci prendono per mano. Ci accarezzano, ci sussurrano segreti all’orecchio. Ci spintonano. Ci rifiutano, ci graffiano. Ci fanno ribrezzo, ci portano sull’orlo dell’osceno. Disturbanti. Ci confortano, ci consolano. Rimangono impressi nella memoria e a volte non sappiamo neanche perché. Pensiamo di averli dimenticati. Ma sono lì. Riaffiorano. Perché li abbiamo incrociati, conosciuti. Vissuti. E ci hanno cambiato. Li attraversiamo quasi fosse una catarsi. Li piangiamo se muoiono. Li detestiamo quando si allontanano. Ci mancano quando non tornano. Per l’ampiezza di un romanzo russo o il battito di un paio di pagine di un racconto. Ma esistono. Li abbiamo visti, le abbiamo viste. Esistono, ci abbiamo parlato.
Abbiamo imparato che non possiamo restare in un guscio, nel guscio che qualcun altro ha costruito per noi. Abbiamo intravisto il nostro più grande desiderio. Sappiamo mantenere le promesse, soprattuto quelle fatte a noi stesse. Abbiamo rotto il vetro e capito quanto sia fondamentale farlo. Abbiamo toccato l’animo umano possibile. Ci siamo viste in un futuro costruito sulla decostruzione del presente. Ci siamo salvate strappando la carne.

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in ordine di apparizione,

– Arturo e Clementina, Adela Turin e Nella Bosnia (dalla parte delle bambine)
– Piccole donne, Louisa May Alcott
– La casa degli spiriti, Isabel Allende
– Due di due, Andrea De Carlo
– Q, Luther Blissett
– L’arte della gioia, Goliarda Sapienza
– Sirene, Laura Pugno

– Cecità, José Saramago
– L’idiota, Fëdor Dostoevskij
– Josefine la cantante, o Il popolo dei topi, Franz Kafka
– Le catilinarie, Amélie Nothomb

del mantenere la rotta

So che sto per accendermi un’altra sigaretta. Lo so, come so che resterò a fissare il cielo grigio scuro che sputa acqua da tre giorni finché non avrò finito questa grande tazza di caffè. So che non penserò a qualcosa di risolutivo e definitivo, qualcosa che mi farà pensare di non aver attraversato un’altra giornata sotto voce. Non penserò qualcosa che varrà la pena di continuare a pensare domani, che varrà la pena di provare a fare dopodomani.
Mantenere lo rotta è cosa assai complessa. La cambusa è piena e i piedi sono asciutti, ma la rotta.
Sarebbe più facile poter restare nell’immobilità, nel non fare alcunché. Come fissare il cielo che sputa acqua da tre giorni bevendo una grande tazza di caffè e fumando tante sigarette quante ce ne possono stare nel tempo dilatato dell’immobilità. Del non fare alcunché.
Perché mantenere la rotta è cosa assai complessa. Restare salde, i piedi ben radicati. Oscillare senza cadere. Sobbalzare senza scivolare.
Alle volte. Penso a tutte quelle volte.
Lo sapevo, mi accendo una sigaretta. Guardo il cielo grigio scuro vomitare acqua e penso.
Penso a tutte le volte in cui ho pensato di mollare il timone. Allentare la presa, aprire le mani, alzare le braccia. A tutte quelle volte in cui la sensazione di navigare nell’oceano vasto ed infinito in solitaria solitudine assumeva contorni così netti e invalicabili da rendermi difficile anche quel gesto semplice e naturale ed essenziale del tirare il fiato per il respiro successivo. A tutte quelle volte in cui muovermi fuori tempo non mi è sembrato inevitabile e gustoso. A tutte quelle volte in cui essere fuori luogo non mi è sembrato gestibile. Allentare la presa, aprire le mani, alzare le braccia.
Il cielo grigio scuro continua a vomitare acqua. Il mondo si muove, le persone agiscono, fanno cose importanti, partecipano. Interagiscono. Costruiscono, progettano. Io fumo sigarette e bevo caffè. E penso.
Penso a tutte le volte che ho cambiato rotta, a tutte le volte in cui sono finita altrove. Perdendo il senso profondo delle cose. Delle mie cose. Del mio sentire, del mio volere. Del mio pensare. Del mio desiderare. In tempi non miei, in luoghi non miei. In oceani grandi come vasche da bagno. Senza neanche un’onda. In cui è facilissimo annegare.
Il cielo grigio scuro vomita acqua, io fumo e bevo caffè. E penso. Con i piedi ben radicati e le mani sul timone.

di vocazioni ardenti [cit.]

“Durante l’infanzia avevo diverse vocazioni che mi chiamavano ardentemente. Una di queste vocazioni era scrivere. E non perché è stata quella che ho inseguito. Forse perché per le altre vocazioni io avrei bisogno di affrontare un lungo apprendistato, mentre per scrivere l’apprendistato è la vita stessa che vive dentro di noi e attorno a noi. Il fatto è che io non so studiare. E per scrivere l’unico studio vero è il proprio scrivere. Da quando avevo sette anni mi sono addestrata per avere un giorno la lingua in mio potere. E, nonostante ciò, ogni volta che vado a scrivere, è come se fosse la prima volta. Ogni libro è un esordio sofferto e felice. Questa capacità di rinnovarmi completamente via via che il tempo passa è ciò che chiamo vivere e scrivere”.

Clarice Lispector

Maurizio Torchio [cit. Cattivi]

Ho paura. Mi vergogno a dirlo. Non lo dicessi, però, mi vergognerei di più. Ho paura perché ho speranza. Perché, assurdamente, sento di avere ancora qualcosa da perdere. È vero che ho il fine pena mai, ma le leggi cambiano… E poi,esiste pur sempre la grazia. Ho detto: So che la mia vita è finita… Be’, non è vero. Nessuno ha più speranza di chi è rinchiuso da tanto tempo; se non ti uccidi, accumuli fiducia nel dopo. È inevitabile. Come una grotta interna, dove cola speranza, Una riserva segreta. Non piove, perché non è in contatto col mondo. Ma neanche il sole, o il vento, possono seccare quel poco che, lentamente, si accumula. Stilla. Una goccia all’ora. Migliaia di litri in decine di anni. Un lago senza cielo, ma pieno di speranza. Mi vergogno più della speranza che della paura. Quando dieci anni fa ho smesso di fumare le guardie mi prendevano in giro. Cosa ti allunghi la vita a fare, mi dicevano. Io ho risposto: Smetto perché non voglio più aver bisogno dei soldi per le sigarette. Non voglio, un giorno, dovermi vendere per quello. E loro mi hanno creduto, rispettato. Non mi hanno più preso in giro. Mentre avrebbero fatto meglio a continuare, perché la verità è che ho smesso di fumare per vivere di più. Chi dice che in carcere si sta come in albergo sbaglia, perché niente come un albergo prosciuga la speranza. Fuori c’è un sacco di gente che dopo i cinquant’anni si ammazza, perché ha capito che il mondo non si aspetta più niente da loro. Tolto l’eredità, forse. Qui invece col fine pena a sessant’anni pensi di avere ancora tutto da fare. Di poter diventare astronauta, ballerino, imprenditore. Perché dietro hai poco. Come se le cose della vita stessero in un sacco, dove non puoi vedere, ma senti che pesa e comunque, se hai tirato fuori così poco, qualcosa dev’esserci rimasto.

Maurizio Torchio
Cattivi
Einaudi

Qui

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

 

 

Qui non mi faccio domande, perché qui non ho bisogno di risposte. Ogni gesto è minimo nel suo essere indispensabile e ogni pensiero si forma, si compie e si esaurisce nell’essenzialità della sua esistenza temporanea. Non mi interessa sapere chi sono e non c’è nessuno che vuole sapere qual è il mio ruolo, il mio posto nel mondo. Qui non sono buona, non sono cattiva, non sono altruista, non sono egoista. Qui, non devo essere qualcosa e sono in un certo senso tutto.
Qui è un luogo che ho cercato a lungo, tra lacrime, frustrazione e ostentata labile serenità. È un luogo che ho pensato di dover costruire nella mia mente, di poterlo costruire ovunque mi trovassi e con chiunque avessi a che fare. Sbagliandomi. O semplicemente illudendomi.
Qui un passo è un passo, non è una scelta di fronte all’ennesimo bivio e nemmeno qualcosa di cui valutare ossessivamente le conseguenze. Qui un passo è un passo, serve ad allontanarsi o ad avvicinarsi. A qualcosa di cui ho bisogno nel momento in cui faccio il passo. Qui, bere dell’acqua significa solo soddisfare la sete e nel cono di luce che filtra tra i rami di un albero non c’è nient’altro che questo. Sole che trapassa i rami di un albero. Qui, toccarsi non è accertarsi di esistere.
Qui sono arrivata quando ancora sentivo il peso delle parole, perché ogni parola contiene se stessa e i suoi contrari. Quando vincevano i pensieri, che non sapevo mettere a tacere invidiando chiunque mi desse anche solo l’impressione di saperli gestire. Prima di capire che nessuno è in grado di farlo, che l’unica differenza è la capacità di accettare le debolezze e le paure. La capacità di capire quando le storie che ci raccontiamo per restare in equilibrio stanno per sfuggirci di mano. Qui è dove sono arrivata quando ancora ogni gesto si portava appresso il peso indicibile dell’inutilità.
È un luogo molto silenzioso che odora di terra e di mare.
D’estate il sole è tiepido per pochissime ore, fin poco dopo l’alba e da poco prima del tramonto. Per il resto del tempo è una sfera incandescente che brucia la pelle. E forse anche i pensieri. Che accende gli a spazi ampi, il mare gentile, la terra brulla, viva, che pulsa. Le montagne nude ricamate di sentieri che puoi camminare per chilometri e chilometri.
Qui non è un debole luogo della mente, qui esiste ed io ci sono venuta a vivere. Ci sono rimasta, a vivere. Ho lasciato cadere, uno ad uno, i pensieri lungo i sentieri ricamati sulle montagne nude, ho lasciato cadere le dicotomie, le inadeguatezze e le distanze. E quando è arrivato il momento di tornare indietro non l’ho fatto. Per non dover raccogliere, uno ad uno, i pensieri, e le dicotomie, e le inadeguatezze, e le distanze. Mi sono fermata quando ho sentito il silenzio irreale dell’assenza di domande, e l’irriconoscibile quiete del non avere bisogno di risposte.
Ho lasciato indietro tutto quello che pensavo di avere e invece non avevo mai neanche trovato. Sono libera dagli sguardi, dalla ricerca dell’errore, dalla gestione dell’irreparabile.
D’inverno, a volte piove molto. Lassù, sulle montagne alle mie spalle, nevica. Ma qui, proprio qui, il tempo è mite.
Qui è una casa bianca molto piccola, e dalla finestra della cucina vedo il mare interrotto solo da una decina di agavi del deserto. Qui, nella casa bianca molto piccola, c’è un letto molto grande, un tavolo molto grande e una poltrona davanti ad un camino molto piccolo.
Di notte, quando c’è la luna piena, esco e lasciandomi le agavi del deserto alle spalle raggiungo il mare e mi siedo a guardare tutto quel metallo fuso che ondeggia, e brilla, e va e viene.
Lui di solito quando arrivo ha appena gettato l’amo e sta seduto a guardare, come me, il mare di metallo fuso.
Non ci diciamo mai niente, non ci siamo mai detti niente. Ma quando il silenzio è totale, e qui accade spesso, posso giurare di sentire il suo respiro e credo che lui riesca a sentire il mio. Nell’immobilità e nell’assenza di intenzione.
Qui, in questo luogo in cui sono rimasta a vivere, non mi preoccupo di scoprire se quello che credo, quello su cui giuro, sia vero. Qui il mio tempo interno è perfettamente accordato con il tempo esterno e quello che immagino è quello che è. E non c’è un ieri da valutare e non c’è un domani da aspettare, organizzare o pretendere migliore o diverso dagli altri. Non ci sono limiti da rispettare, traguardi da raggiungere o aspettative da non deludere. O da cui non farsi deludere. I gamberi hanno un sapore dolcissimo e fortissimo e gli avocado sono piccoli e grinzosi. E una mano è solo una mano, gli occhi sono solo occhi. Un sorriso è un sorriso, e come le lacrime che sono solo lacrime, vanno e vengono, passano e ritornano, senza un motivo, con tutte le ragioni possibili. E il dolore, quando arriva se arriva, ha tutto lo spazio e tutto il tempo di espandersi fino a sparire.
Qui, in questo luogo che chiamo casa perché sono riuscita a pronunciare il mio nome senza sentirne il peso, perché ogni respiro è uguale all’altro e procedono senza interruzioni. Qui, dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare al buio. Qui, dove non penso né ai se né ai ma. Qui, dove il mare sotto la luna piena è metallo fuso che ondeggia e brilla e va e viene. Qui dove non cerco ma trovo. Qui, dove la percezione non deforma l’esistente e l’esistente non controlla la percezione. Qui, dove non mi faccio domande perché non ho bisogno di risposte e dove un passo è solo un passo.