Maurizio Torchio [cit. Cattivi]

Ho paura. Mi vergogno a dirlo. Non lo dicessi, però, mi vergognerei di più. Ho paura perché ho speranza. Perché, assurdamente, sento di avere ancora qualcosa da perdere. È vero che ho il fine pena mai, ma le leggi cambiano… E poi,esiste pur sempre la grazia. Ho detto: So che la mia vita è finita… Be’, non è vero. Nessuno ha più speranza di chi è rinchiuso da tanto tempo; se non ti uccidi, accumuli fiducia nel dopo. È inevitabile. Come una grotta interna, dove cola speranza, Una riserva segreta. Non piove, perché non è in contatto col mondo. Ma neanche il sole, o il vento, possono seccare quel poco che, lentamente, si accumula. Stilla. Una goccia all’ora. Migliaia di litri in decine di anni. Un lago senza cielo, ma pieno di speranza. Mi vergogno più della speranza che della paura. Quando dieci anni fa ho smesso di fumare le guardie mi prendevano in giro. Cosa ti allunghi la vita a fare, mi dicevano. Io ho risposto: Smetto perché non voglio più aver bisogno dei soldi per le sigarette. Non voglio, un giorno, dovermi vendere per quello. E loro mi hanno creduto, rispettato. Non mi hanno più preso in giro. Mentre avrebbero fatto meglio a continuare, perché la verità è che ho smesso di fumare per vivere di più. Chi dice che in carcere si sta come in albergo sbaglia, perché niente come un albergo prosciuga la speranza. Fuori c’è un sacco di gente che dopo i cinquant’anni si ammazza, perché ha capito che il mondo non si aspetta più niente da loro. Tolto l’eredità, forse. Qui invece col fine pena a sessant’anni pensi di avere ancora tutto da fare. Di poter diventare astronauta, ballerino, imprenditore. Perché dietro hai poco. Come se le cose della vita stessero in un sacco, dove non puoi vedere, ma senti che pesa e comunque, se hai tirato fuori così poco, qualcosa dev’esserci rimasto.

Maurizio Torchio
Cattivi
Einaudi

Qui

[aggiornamento 23.03.014 – qui la versione aggiornata e completa del trittico qui, prima, poi]

 

 

Qui non mi faccio domande, perché qui non ho bisogno di risposte. Ogni gesto è minimo nel suo essere indispensabile e ogni pensiero si forma, si compie e si esaurisce nell’essenzialità della sua esistenza temporanea. Non mi interessa sapere chi sono e non c’è nessuno che vuole sapere qual è il mio ruolo, il mio posto nel mondo. Qui non sono buona, non sono cattiva, non sono altruista, non sono egoista. Qui, non devo essere qualcosa e sono in un certo senso tutto.
Qui è un luogo che ho cercato a lungo, tra lacrime, frustrazione e ostentata labile serenità. È un luogo che ho pensato di dover costruire nella mia mente, di poterlo costruire ovunque mi trovassi e con chiunque avessi a che fare. Sbagliandomi. O semplicemente illudendomi.
Qui un passo è un passo, non è una scelta di fronte all’ennesimo bivio e nemmeno qualcosa di cui valutare ossessivamente le conseguenze. Qui un passo è un passo, serve ad allontanarsi o ad avvicinarsi. A qualcosa di cui ho bisogno nel momento in cui faccio il passo. Qui, bere dell’acqua significa solo soddisfare la sete e nel cono di luce che filtra tra i rami di un albero non c’è nient’altro che questo. Sole che trapassa i rami di un albero. Qui, toccarsi non è accertarsi di esistere.
Qui sono arrivata quando ancora sentivo il peso delle parole, perché ogni parola contiene se stessa e i suoi contrari. Quando vincevano i pensieri, che non sapevo mettere a tacere invidiando chiunque mi desse anche solo l’impressione di saperli gestire. Prima di capire che nessuno è in grado di farlo, che l’unica differenza è la capacità di accettare le debolezze e le paure. La capacità di capire quando le storie che ci raccontiamo per restare in equilibrio stanno per sfuggirci di mano. Qui è dove sono arrivata quando ancora ogni gesto si portava appresso il peso indicibile dell’inutilità.
È un luogo molto silenzioso che odora di terra e di mare.
D’estate il sole è tiepido per pochissime ore, fin poco dopo l’alba e da poco prima del tramonto. Per il resto del tempo è una sfera incandescente che brucia la pelle. E forse anche i pensieri. Che accende gli a spazi ampi, il mare gentile, la terra brulla, viva, che pulsa. Le montagne nude ricamate di sentieri che puoi camminare per chilometri e chilometri.
Qui non è un debole luogo della mente, qui esiste ed io ci sono venuta a vivere. Ci sono rimasta, a vivere. Ho lasciato cadere, uno ad uno, i pensieri lungo i sentieri ricamati sulle montagne nude, ho lasciato cadere le dicotomie, le inadeguatezze e le distanze. E quando è arrivato il momento di tornare indietro non l’ho fatto. Per non dover raccogliere, uno ad uno, i pensieri, e le dicotomie, e le inadeguatezze, e le distanze. Mi sono fermata quando ho sentito il silenzio irreale dell’assenza di domande, e l’irriconoscibile quiete del non avere bisogno di risposte.
Ho lasciato indietro tutto quello che pensavo di avere e invece non avevo mai neanche trovato. Sono libera dagli sguardi, dalla ricerca dell’errore, dalla gestione dell’irreparabile.
D’inverno, a volte piove molto. Lassù, sulle montagne alle mie spalle, nevica. Ma qui, proprio qui, il tempo è mite.
Qui è una casa bianca molto piccola, e dalla finestra della cucina vedo il mare interrotto solo da una decina di agavi del deserto. Qui, nella casa bianca molto piccola, c’è un letto molto grande, un tavolo molto grande e una poltrona davanti ad un camino molto piccolo.
Di notte, quando c’è la luna piena, esco e lasciandomi le agavi del deserto alle spalle raggiungo il mare e mi siedo a guardare tutto quel metallo fuso che ondeggia, e brilla, e va e viene.
Lui di solito quando arrivo ha appena gettato l’amo e sta seduto a guardare, come me, il mare di metallo fuso.
Non ci diciamo mai niente, non ci siamo mai detti niente. Ma quando il silenzio è totale, e qui accade spesso, posso giurare di sentire il suo respiro e credo che lui riesca a sentire il mio. Nell’immobilità e nell’assenza di intenzione.
Qui, in questo luogo in cui sono rimasta a vivere, non mi preoccupo di scoprire se quello che credo, quello su cui giuro, sia vero. Qui il mio tempo interno è perfettamente accordato con il tempo esterno e quello che immagino è quello che è. E non c’è un ieri da valutare e non c’è un domani da aspettare, organizzare o pretendere migliore o diverso dagli altri. Non ci sono limiti da rispettare, traguardi da raggiungere o aspettative da non deludere. O da cui non farsi deludere. I gamberi hanno un sapore dolcissimo e fortissimo e gli avocado sono piccoli e grinzosi. E una mano è solo una mano, gli occhi sono solo occhi. Un sorriso è un sorriso, e come le lacrime che sono solo lacrime, vanno e vengono, passano e ritornano, senza un motivo, con tutte le ragioni possibili. E il dolore, quando arriva se arriva, ha tutto lo spazio e tutto il tempo di espandersi fino a sparire.
Qui, in questo luogo che chiamo casa perché sono riuscita a pronunciare il mio nome senza sentirne il peso, perché ogni respiro è uguale all’altro e procedono senza interruzioni. Qui, dove non ho paura di aprire gli occhi e nemmeno di camminare al buio. Qui, dove non penso né ai se né ai ma. Qui, dove il mare sotto la luna piena è metallo fuso che ondeggia e brilla e va e viene. Qui dove non cerco ma trovo. Qui, dove la percezione non deforma l’esistente e l’esistente non controlla la percezione. Qui, dove non mi faccio domande perché non ho bisogno di risposte e dove un passo è solo un passo.

chiudi bene la porta, che stasera tira vento

Chiudi bene la porta, che stasera tira vento, è un vento fortissimo. Tira su per aria le cartacce da terra e se le porta via, fa oscillare gli alberi e sbattere le persiane.
Chiude bene, chiudi bene la porta per favore.
Chiudi anche la finestra, chiudi tutto. Il vento mi fa paura, mi ha sempre fatto paura.
E stasera non ho voglia di avere paura. Mi metto qua, nell’angolo comodo del divano e provo a non fare rumore. Respiro piano, passami solo la coperta. Non ho freddo, no, ma fuori c’è il vento, e il vento mi fa paura e con la coperta addosso mi sento più tranquilla.
No, non leggo stasera. Guardo le pagine ma mi sfuggono le parole, non riesco a stringerle, non riesco a tenerle in ordine. Se ne vanno via senza dirmi niente. Sarà colpa del vento, chi lo sa.
Sì, puoi sederti qua vicino a me ma non ho voglia di parlare. Non saprei cosa dire, ho pensato troppo oggi. Ho pensato troppo a cose a cui non mi andava di pensare e ora sono un po’ stanca.
Mi piacerebbe che fosse inverno, almeno stasera. Questa stanchezza appartiene all’inverno. Domani no, domani voglio il sole, e il caldo. E passeggiare da qualche parte, ti va? Bene, allora domani ci facciamo una passeggiata.
Hai sentito? Ho sentito un rumore. Sì, hai ragione, sarà il vento. Maledetto vento, lo odio. Hai chiuso bene la porta? Sì, lo so che non è solo colpa del vento se stasera son così, lo so. Ma non ho voglia di pensarci, preferisco dare la colpa solo al vento.
Mi tremano ancora un po’ le mani, lo so, ma non ti devi preoccupare. È normale, sono i pensieri che si assestano. Ci sono abituata, mi conosco. So come sono fatta, quando penso troppo poi i pensieri si devono assestare e mi tremano le mani. No, non c’entrano le sigarette e nemmeno il caffè. Sono i pensieri, credimi.
Cosa penso di fare? Non penso di fare niente, semplicemente. Non c’è niente che io possa fare. Non stavolta, non è compito mio.
Un bicchiere di vino? Sì, beviamo un bicchiere di vino.
No, non posso fare niente. Vorrei, in un certo senso, ma non posso. Vorrei in un senso astrattatto, se così si può dire. Vorrei sempre fare qualcosa, in questo senso dico, in senso generale, se stessimo discutendo per ipotesi e non nella concretezza. Mi dispiace sempre quando succedono queste cose. È una specie di perdita, no? Buono questo vino, ricordiamoci di prenderne ancora. Si, è come se perdessi qualcosa quando le cose vanno a finire così.
Senti, senti che vento. Mettiamo un po’ di musica, sì? Un po’ di musica così non sento il vento. Domani dove andiamo a camminare? Ho voglia di far andare i piedi uno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Decidiamo domani, domani ci alziamo e decidiamo.
Sì, me lo domando cosa succederà. Ma non ce l’ho una risposta, e non è un problema. Avessi sempre tutte le risposte, sapessi sempre rispondere a tutte le domande che domande sarebbero? Sarebbero solo ragionamenti ininterrotti, un unico lunghissimo, noiosissimo discorso. Oddio, m’è partita la vena filosofica. Sarà il vino.
No, non ho voglia di andare a letto. Ancora no. È troppo presto, è ancora tutto qui. Addosso, sulle mani, nella testa. Sento l’eco. Non voglio andare a letto portandomi l’eco di tutta questa giornata. Voglio stendermi nel letto, infilarmi sotto il lenzuolo e addormentarmi subito. Se vado a letto adesso mi porto appresso l’eco.
Il vento e l’eco. Non ci voglio nemmeno pensare, guarda. Me lo immagino così l’inferno, provare a dormire mentre fuori c’è il vento e nella testa l’eco di una giornata di merda.

Adesso basta però, basta parole. Basta pensieri. Altrimenti l’eco non se ne va.

andiam su, andiam su

Stancamente mi allungo sull’unico pezzo di letto libero e mi lascio andare, come se a lasciare andare il corpo mi potessi alleggerire di tutto, di tutti.
Abbandonata sulla schiena, con una gamba che non entra nel letto e allora il piede s’appoggia necessariamente sul pavimento, chiudo gli occhi e faccio una smorfia.
Si può morire di troppi pensieri? Se ne stanno ammucchiati disordinatamente come tanti piccoli lumini in lontananza. Potrei dire come miliardi di miliardi di miliardi di stelle nel cielo, che se allunghi una mano puoi afferrarne una.
Ma non lo dirò. Non c’è niente di poetico in tutti questi pensieri. E non ci tengo ad allungare una mano e ad afferrarne uno.
Afferrerei volentieri un po’ di silenzio piuttosto.
E andiamo di metafore, perché afferrerei volentieri un po’ di silenzio come s’afferra una mongolfiera per salirci sopra e volare via, qualche chilometro su nell’aria, a fluttuare con rotonda eleganza lontano da tutto questo fracasso, lontano da tutto questo marciume.
Lontano, di grazia. Anche solo un po’ più in là. Anche solo un po’ più su.
Slegare un peso dopo l’altro, e andiam su, andiamo su, andiam sempre più su.
O venitemi a prendere, fin qua su. Provate a raggiungermi, senza mongolfiera.
E se ne trovate una, prima vi sputo in testa mentre cercate di raggiungermi. Poi, quando siete vicini, vi sorrido e va la buco.
E vi guardo cadere giù.

domenica uggiosa e fredda

Che domenica uggiosa, e fredda. Tocca stare sotto la coperta, neanche fosse dicembre, e invece è aprile, fuori dovrebbe esserci il sole, e quella leggerezza che si porta appresso, quel potersi permettere l’abbandono dei problemi, almeno il tempo di un sorriso.

E poi c’è il problema del vuoto.

qualcosa stride

posacenere

Qualcosa stride. In un punto imprecisato, qualcosa. Un ingranaggio fuori posto. Un tassello che s’è messo di sbieco. Nel quotidiano impegno che metto nel tenere in ordine gli eventi, le parole dette e quelle sentite.

E un posto anche per quelle pensate.

Qualcosa stride. E vanifica gli sforzi. Inquina il desiderio. Anche il più piccolo, anche il più semplice da raggiungere.

La frenesia, allora, dei gesti che girano a vuoto, e quella sensazione, inopportuna, a fine giornata, d’aver girato a vuoto insieme ai gesti. Manca qualcosa. O c’è qualcosa di troppo.
E quella cosa che stride.
E il tempo, nel modo più banale possibile, scappa.
E tenere fuori ciò che mi ferisce. Tenere fuori ciò che mi distrae. Tenere fuori ciò che riconosco come nocivo. Preservarmi e difendermi è solo un agitar le braccia e le gambe, sul posto.
Sudata e stanca senza aver fatto un passo. Né avanti, né indietro. Né tanto meno, e sarebbe già abbastanza, di lato.

Fuori fuoco. Fuori asse.

C’è qualcosa di troppo.

C’è qualcuno, di troppo.

Scendete tutti dal mio fungo.