Adele H.

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l’altalena, Adele H. e il caffè alla cannella

le lunghe pause

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le lunghe pause

E poi ci sono queste lunghe pause, il tempo interno che rallenta, si dilata. Mentre fuori tutto si muove alla solita, impellente, velocità.
Queste lunghe pause, il testo fermo, sigillato nell’istantanea dell’ultima frase, dell’ultimo passaggio. Cristallizzato. Mastico i periodi fino a farne poltiglia per poterli meglio digerire. Lascio che gli odori di stanze in cui non sono mai entrata si mescolino con quelli delle stanze in cui vivo, e cerco oggetti che in questo tempo e in questo spazio non esistono. Ogni volta, tutte le volte. Non ci penso. Sono. E cammino avanti e indietro lungo il filo della trama, delle pause, degli aggettivi. Dei colori e dei significati. Mentre mangio, lavoro, carico lavatrici e stendo panni al sole. Mentre ascolto, e parlo, e vivo e guardo. Come fossi due. Come fossimo in due.
Queste lunghe pause. Sequenze ininterrotte. Che segnano il percorso. Come un fermarsi per poter prendere la rincorsa, un immergersi per riemergere. Tirare il fiato per finire di dire le cose senza pause, senza interruzioni. Finire senza paura di sbagliare. Mettere il punto senza paura di aver tradito. E poi riscrivere senza paura di perdersi.

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l’altalena, Adele H. e il caffè alla cannella

l’altalena, Adele H. e il caffè alla cannella

Quest’altalena mi ucciderà. Un momento mi sembra di averla qui accanto a me che sorseggia caffè alla cannella. Mi guarda, ride, ed annuisce. Le pagine scivolano via lisce. Niente stalli, niente stasi inutili. Lei sorseggia il suo caffè alla cannella ed è pronta ad andare con tutto il resto lì dove ho deciso di far andare a finire tutto quanto, mesi fa.
Il secondo dopo è sempre qui, che beve il suo caffè alla cannella ma non c’è modo di ragionarci. Mi guarda, punta i piedi e dice che lei, lì, non ci va neanche morta, che vuole andare di là e che ci andrà, con o senza di me. Ogni virgola è uno spasmo. Ogni aggettivo è quello sbagliato. Ogni passaggio sembra un ponte di corda sfilacciata sospeso nel vuoto.
Il secondo dopo non la vedo neanche più. Non vedo lei, non sento l’odore del caffè alla cannella. Non sento niente e non vedo niente.
Quest’altalena mi ucciderà.

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Mi bruciano gli occhi. Devo cambiare gli occhiali.

C’è della malinconia che mi serpeggia tra le dita delle mani. E un pensiero fisso che non riesco a mettere da parte.
Quest’idea, qualcosa che dovrei fare. Che se la facessi chissà cosa potrebbe succedere. Chissà cosa potrebbe cambiare.

Dettagli. Forse meno importanti dell’urgenza di cambiare queste cazzo di lenti graffiate, e questa montatura che sta insieme con il fil di ferro.
Forse meno importanti di tante altre cose che però non mi martellano così insistentemente la testa.

Oggi ho pensato ad Adele. I suoi settant’anni, il rossetto rosso e la giacchetta dorata. La sua merceria, la sua casa sempre in ordine ma comunque sempre un po’ polverosa. Adele H., perché sua madre aveva una passione per la letteratura francese. Adele H. che odia i gatti e ancor di più odia chi li ama.
E le sigarette fumate con un accanimento inspiegabile. Le scarpe con i tacchi a rocchetto e il desiderio ancora lì.

Ma mi bruciano gli occhi. E devo cambiare gli occhiali.