Marilù [appunti per “Avevo ancora qualcosa da dire” #1]

[aggiornamento 14.03.014 – scarica il pdf, rivisto e corretto, di marilù]

 

Marilù si è persa. E nessuno le aveva mai detto che sarebbe potuto accadere. Nessuno le aveva detto che un giorno le sarebbe potuto accadere di guardarsi e non riconoscersi, guardarsi, toccarsi e non conoscersi.
Marilù allora si guarda intorno. Perché ci dovrà pure essere qualcosa, uno stipite, un colore. Un cassetto, un angolo. Ci dovrà pur essere qualcosa che la riporti alla normalità. Un oggetto, qualcosa. Che a guardarlo faccia tornare tutto come prima.
Nessuno le aveva mai detto che il destino non è scritto da sempre e per sempre nel corpo.
Nessuno le aveva mai detto che la strada tracciata le si sarebbe potuta disfare sotto i piedi, così.
No. Non all’improvviso, no.
Qualcosa, un germe, un virus. Sì, un virus, il germe della follia doveva esserle entrato dentro chissà quando. Per esplodere adesso, così. Questo sì all’improvviso. Sì.
E non c’è pentola, o presina, che la possa salvare. Anche solo sollevarla per un attimo.
Marilù si è persa, e il futuro solido maestoso e stabile che aveva sempre, da sempre e credeva per sempre, avuto davanti agli occhi adesso è solo un mucchietto di polvere che il vento si sta già portando via.
Una polvere sottile, ormai impalpabile.
Non riuscirebbe a trattenerlo con le sue lunghe mani bianche che adesso stanno appoggiate sul tavolo e che lei non riesce a staccare, a spostare.
Dalla finestra aperta entra il miagolio straziante di un gatto innamorato. Sembra il pianto disperato di un neonato. A Marilù si drizzano i peli sulla braccia, e sulla nuca, la spina dorsale si inarca come prima di un conato di vomito.
Riesce a muovere i piedi, quelli sì. Sotto al tavolo su cui però non riesce a muovere le mani. Li sposta appena, e le suole delle scarpe scivolano piano sul pavimento su cui ieri ha dato la cera. Ieri era domenica. E la domenica si da la cera ai pavimenti. Ieri era ancora tutto come prima. Come il giorno prima, come il giorno prima ancora. Da sempre, e sarebbe dovuto essere per sempre.
Ieri Marilù lo sentiva ancora quel destino rassicurante scritto nel corpo. Caldo. Non discusso. Non interrogato. Non verificato.
Ma adesso, oggi, che non è più ieri, Marilù sta seduta qui, con le lunghe mani bianche lasciate immobili sul tavolo, il miagolio straziante disperato del gatto neonato che le fa drizzare i peli sulle braccia, sulla nuca.
Adesso, oggi, non ieri e non domani ma adesso, abbandonata in un presente straziante, estraniante, a Marilù gira la testa.
Perché quel destino lo aveva sempre visto scritto nel corpo, nei fianchi, nei seni, nello sguardo, nei movimenti. Un destino che aveva sempre dato per scontato, indelebile. Perfettamente amalgamato, mescolato, aderente ad ogni più piccolo, infinitesimale, pezzo di sé.
Adesso le gira la testa, e vorrebbe alzarsi a prendere e bere un bicchiere d’acqua. Ma ha paura. Che le sue gambe non ce la facciano a sostenere il peso di un corpo vuoto, senza destino.
Adesso, ora, le gira la testa, vorrebbe alzarsi a prendere e bere un bicchiere d’acqua ma ha paura. Assediata, circondata, soffocata da domande di cui non aveva mai intravisto nemmeno il contorno e che ora sono lì, compatte, solidi solide. Urgenti come fossero state dietro l’angolo fino ad un attimo fa, fino a ieri.
Allora sono le domande ad essere scritte nel corpo? Sono le domande il germe, il virus che le si è insediato dentro? Dove? Quando?
Non sa rispondere neanche a queste. Meno che mai a queste. Come se non bastassero tutte le altre.
Le mani immobili sudano. Forse tremano, dentro. Forse tutta Marilù trema dentro. Non c’è nessuno a cui chiedere se sta tremando. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. Non c’è nessuno a cui raccontare di questo momento in cui niente è più come ieri, perché non c’è mai stato nessuno che le aveva detto che sarebbe potuto succedere. Non c’è nessuno a cui chiedere un bicchiere d’acqua.
Resta seduta, le lunghe mani bianche, i piedi che si muovono piano sotto il tavolo. Il miagolio straziante disperato ottuso ripetitivo ossessivo del gatto neonato innamorato.
E il volto luminoso tondo lentigginoso di Aurora le si compone davanti. Gli occhi, il naso, la bocca larga, le guance, gli orecchi, i capelli.
Come uno schiaffo. Come un’epifania del passato.
Come una bolla d’aria che sale dal fondo scuro profondo del mare.
Aurora il destino scritto nel corpo non ce lo voleva avere. Aurora, il destino scritto nel corpo, Marilù riesce a scandire bene le parole, una dopo l’altra, in un sussurro limpido che si mescola al miagolio del gatto disperato neonato impaziente, il destino scritto nel corpo non ce lo aveva.
Aurora il destino l’avrebbe scritto, vissuto, cancellato e riscritto ogni volta che ne avesse avuto voglia. Aurora il destino ce l’aveva inciso nel desiderio, nella prepotenza di quel corpo che era suo. Aurora che diceva che potevano essere tutto, che dovevano poter essere tutto e il contrario di tutto. Aurora che lo mostrava, quel corpo che era suo e senza nessun destino scritto sui fianchi, sui seni, sulle labbra, senza curarsi e preoccuparsi degli sguardi altrui. Senza sentire, negli sguardi altrui, una sentenza di colpevolezza.
Aurora che diceva che dovevano godere, nel corpo e nella mente, senza vergogna. Aurora che diceva che voleva essere lei a scegliere, a sbagliare, e poi a scegliere ancora.
Aurora che gridava, che graffiava, sputava. Aurora che non permetteva a nessuno di indicarle la via. Aurora che andava a guardare dove le strade andavano a finire.
Aurora con quelle mani grandi che toccavano tutto, con quella bocca larga che assaggiava tutto.
Aurora che un giorno l’hai trovata nel bagno al secondo piano, quello vicino all’aula di chimica, coi pugni stretti e gli occhi pieni di lacrime e le pupille dilatate dalla rabbia. Che si è voltata e tu hai avuto paura, e lei se ne è accorta, e allora ha cacciato via la rabbia, ma non le lacrime, e ti ha sorriso e ti ha detto

è che potrebbe essere così semplice, che alle volte mi prende una rabbia che non so dove metterla.

Che poi si è asciugata gli occhi, ti è passata accanto, t’ha sfiorato una mano e se ne è andata.
E gli altri che invece dicevano che Aurora un destino ce lo aveva, scritto sul corpo o meno non aveva importanza. Perché Aurora era solo una puttana, una che non avrebbe mai combinato nulla di buono. Una difettosa, una da non frequentare, perché una così ti può portare solo sulla cattiva strada. Una qualsiasi strada diversa da quella che aveva sempre visto, con l’approvazione di tutti, tracciata davanti a sé.
E sudano le mani, suda la schiena, il collo. Marilù suda e non vuole pensare ad Aurora.
Marilù suda, ha sete e le gira la testa. Marilù riesce a muovere solo i piedi sotto al tavolo. Marilù non riesce nemmeno a piangere. Inchiodata.
Marilù vuole solo tornare a prima. Prima della cera sul pavimento, prima del miagolio straziante ossessivo penetrante del gatto innamorato neonato inconsolabile. Prima. Quando aveva il destino scritto nel corpo e non c’erano domande.
Prima dello squarcio, prima di quella crepa.
Molto prima. Prima che il germe la infettasse, lei e il suo futuro solido e maestoso, espandendosi, corrodendo centimetro dopo centimetro, metro dopo metro, mattone dopo mattone, fino a ridurlo in quel mucchietto di polvere che il vento si sta portando via.
Inchiodata.
Marilù.
Marilù che non ha mai detto no. Marilù che da bambina giocava ma stava attenta a non sporcarsi i vestiti. Marilù, così pura nei sui sguardi sempre privi di malizia. Marilù che si è sempre sentita dire

come sei brava Marilù, così paziente, così buona, così calma. Non ti si sente mai, come se non ci fossi nemmeno. Beato chi ti sposa, Marilù.

Che non si è mai chiesta niente, perché c’era sempre stato qualcuno che si preoccupava di farle sapere tutto.
Marilù e le sue lunghe mani bianche sempre indaffarate.

Marilù, ascoltami bene, non far mai vedere ad un uomo quanto sei intelligente, altrimenti resti sola. E una donna sola cosa può fare, Marilù? Niente? Niente. Tutto? Niente.

Il gatto, le mani, la sete, la cera.

Ah Marilù, pagherei perché fosse geloso. Se un uomo è geloso vuol dire che è innamorato. E poi, Marilù, insomma, la gelosia non ha mai ammazzato nessuno, no?

Le suola delle scarpe, il pavimento.
La spina dorsale inarcata, la testa che gira, le labbra secche. Il sudore.

È nella natura delle donne, Marilù, di tutte le donne. Possiamo sopportare i dolori più grandi, senza mai un lamento. Dobbiamo, sopportare i dolori più grandi senza mai un lamento. 

Le mani, sudate. Il collo rigido. Il lamento pulsante, il miagolio.

Ti prenderai cura di me, Marilù. Lo so. Ti prenderai cura di me per sempre. 

Il vento, la polvere.

Noi donne siamo più forti degli uomini, Marilù. E abbiamo un dono, un potere che loro non hanno. Noi siamo fatte per fare figli, ed è il potere più importante del mondo. 

Il fiato, le ossa, la pelle. I muscoli.

Sei così paziente, Marilù. Sempre pronta a sacrificarti. Lo conosciamo bene, noi donne, il sacrificio.

L’acqua, la gola, i denti, le braccia, le gambe.

Se non c’è una reale necessità, ma perché mai una donna dovrebbe preferire un lavoro alla cura della casa. Dei figli. Non sono luoghi comuni, Marilù. Ci sono dei ruoli distinti, e vanno rispettati. È la natura. 

Il sangue, i polmoni. Le ghiandole.
Il viso tondo luminoso lentigginoso di Aurora.
Il gatto neonato.

E il vento, benedetto vento, che si porta via tutto.
Ma non il corpo bianco di Marilù.

Voices on Feminicide – documentario

oggi va così, non riesco a mettere il video direttamente qua, cliccate sul link qui sotto

oggi va così, non riesco a mettere il video direttamente qua, cliccate sul link qui sotto

Voices on Feminicide from Inoutput on Vimeo.

dal canale vimeo di Ni una más

Questo progetto fa parte di NI UNA MÁS.
Ospitati da amici e famigliari, Daniel e Nerina hanno viaggiato in varie città italiane, per intervistare passanti e professionisti intorno al femminicidio e alla violenza sulle donne. Le interviste si concludevano con piccole registrazioni di frasi del prologo che gli intervistati sceglievano e leggevano ad alta voce. Queste voci fanno parte, adesso, del prologo musicale dello spettacolo…

Questo è un piccolo documentario di questo viaggio.

Vorremmo ringraziare le persone seguenti e tutte quelle che hanno accettato di farsi intervistare, senza cui non avremmo mai potuto realizzare questa parte del progetto.

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This project was made as part of the NI UNA MÁS.
Hosted by friends and family, Daniel and Nerina traveled across different cities in Italy, to interview people on the streets and other public places about violence against women. The interviews were followed by a short recording session, during which these people were asked to pick a sentence of the prologue and record it. These voices are now integrated in a music piece opening the performance…

This is a short documentary of that journey.

We would like to thank the following people, without whom this part of the project wouldn’t have been possible and all who feature in this video and the many more who accepted to be interviewed by us.

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Appaiono in questo video/Featured in the video:
Daniela Zoni, Medico/M.D., Bologna
Elena Migliavacca, Coordinatrice/Coordinator Casa di Ramía, Verona
Natasha Czertok, Attrice e regista/Actress and Theatre Director, Teatro Nucleo, Ferrara
Katherina Savino, Studentessa/Student, Università degli Studi di Bologna
Barbara Briggs, Attivista per la protezione dell’infanzia e autrice/Child Protection Activist and Author of In Moral Danger, Milan

Chi ci ha ospitato e guidato/Our wonderful hosts/guides:
Marinetta Piva & Giampiero Cocchi a Firenze/in Florence
Allison Grimaldi Donahue, Giulia Quadrelli & Cheddar a/in Bologna
Giovanna Scardoni a/in Verona
Katherina Savino ia/n Ferrara
Anna Saltalamacchia & Alessandro Frigerio a Milano/in Milan

Video & Editing: Daniel Pinheiro
Music: Davide Fensi & Michele Busdraghi
Coordination & Subtitles: Nerina Cocchi

chiudi bene la porta, che stasera tira vento

Chiudi bene la porta, che stasera tira vento, è un vento fortissimo. Tira su per aria le cartacce da terra e se le porta via, fa oscillare gli alberi e sbattere le persiane.
Chiude bene, chiudi bene la porta per favore.
Chiudi anche la finestra, chiudi tutto. Il vento mi fa paura, mi ha sempre fatto paura.
E stasera non ho voglia di avere paura. Mi metto qua, nell’angolo comodo del divano e provo a non fare rumore. Respiro piano, passami solo la coperta. Non ho freddo, no, ma fuori c’è il vento, e il vento mi fa paura e con la coperta addosso mi sento più tranquilla.
No, non leggo stasera. Guardo le pagine ma mi sfuggono le parole, non riesco a stringerle, non riesco a tenerle in ordine. Se ne vanno via senza dirmi niente. Sarà colpa del vento, chi lo sa.
Sì, puoi sederti qua vicino a me ma non ho voglia di parlare. Non saprei cosa dire, ho pensato troppo oggi. Ho pensato troppo a cose a cui non mi andava di pensare e ora sono un po’ stanca.
Mi piacerebbe che fosse inverno, almeno stasera. Questa stanchezza appartiene all’inverno. Domani no, domani voglio il sole, e il caldo. E passeggiare da qualche parte, ti va? Bene, allora domani ci facciamo una passeggiata.
Hai sentito? Ho sentito un rumore. Sì, hai ragione, sarà il vento. Maledetto vento, lo odio. Hai chiuso bene la porta? Sì, lo so che non è solo colpa del vento se stasera son così, lo so. Ma non ho voglia di pensarci, preferisco dare la colpa solo al vento.
Mi tremano ancora un po’ le mani, lo so, ma non ti devi preoccupare. È normale, sono i pensieri che si assestano. Ci sono abituata, mi conosco. So come sono fatta, quando penso troppo poi i pensieri si devono assestare e mi tremano le mani. No, non c’entrano le sigarette e nemmeno il caffè. Sono i pensieri, credimi.
Cosa penso di fare? Non penso di fare niente, semplicemente. Non c’è niente che io possa fare. Non stavolta, non è compito mio.
Un bicchiere di vino? Sì, beviamo un bicchiere di vino.
No, non posso fare niente. Vorrei, in un certo senso, ma non posso. Vorrei in un senso astrattatto, se così si può dire. Vorrei sempre fare qualcosa, in questo senso dico, in senso generale, se stessimo discutendo per ipotesi e non nella concretezza. Mi dispiace sempre quando succedono queste cose. È una specie di perdita, no? Buono questo vino, ricordiamoci di prenderne ancora. Si, è come se perdessi qualcosa quando le cose vanno a finire così.
Senti, senti che vento. Mettiamo un po’ di musica, sì? Un po’ di musica così non sento il vento. Domani dove andiamo a camminare? Ho voglia di far andare i piedi uno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Decidiamo domani, domani ci alziamo e decidiamo.
Sì, me lo domando cosa succederà. Ma non ce l’ho una risposta, e non è un problema. Avessi sempre tutte le risposte, sapessi sempre rispondere a tutte le domande che domande sarebbero? Sarebbero solo ragionamenti ininterrotti, un unico lunghissimo, noiosissimo discorso. Oddio, m’è partita la vena filosofica. Sarà il vino.
No, non ho voglia di andare a letto. Ancora no. È troppo presto, è ancora tutto qui. Addosso, sulle mani, nella testa. Sento l’eco. Non voglio andare a letto portandomi l’eco di tutta questa giornata. Voglio stendermi nel letto, infilarmi sotto il lenzuolo e addormentarmi subito. Se vado a letto adesso mi porto appresso l’eco.
Il vento e l’eco. Non ci voglio nemmeno pensare, guarda. Me lo immagino così l’inferno, provare a dormire mentre fuori c’è il vento e nella testa l’eco di una giornata di merda.

Adesso basta però, basta parole. Basta pensieri. Altrimenti l’eco non se ne va.